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Skeye – intervista all’artista che, dopo la partecipazione a X Factor 2026, pu …

Skeye – intervista all’artista che, dopo la partecipazione a X Factor 2026, pu …

‘Ninnananna’ è il nuovo singolo di Skeye prodotto da Marco Zangirolami

Ci sono pensieri che arrivano quando tutto tace, proprio nel momento in cui vorremmo abbandonarci al sonno. È in quello spazio sospeso tra insonnia e inquietudine che prende forma “ninnananna”, il nuovo singolo di SKEYE, nome d’arte di Maria Sara Costanzo, disponibile in radio e sulle piattaforme digitali. Dopo essersi fatta conoscere a X Factor 2026 con le sue reinterpretazioni di “Amandoti” dei CCCP e “Cosa mi manchi a fare” di Calcutta, la cantautrice torna a raccontarsi attraverso un brano intimo, scritto da lei e prodotto da Marco Zangirolami.

Dietro un titolo che richiama dolcezza e abbandono si nasconde una presenza ben più inquieta: l’ansia, che nelle ore notturne sembra prendere corpo e trasformare il groviglio dei pensieri in una sorta di ninnananna al contrario, capace di tenere svegli anziché accompagnare al riposo. Un’immagine efficace, che restituisce la capacità di SKEYE di affrontare le fragilità senza cercare scorciatoie, trasformando sensazioni difficili da spiegare in materia musicale.

L’esperienza televisiva, conclusa ai Bootcamp di X Factor, rappresenta intanto una tappa significativa, ma non un punto d’arrivo. Perché il percorso di un’artista si misura anche nella capacità di trasformare le occasioni in consapevolezza e di proseguire oltre i riflettori. Con SKEYE abbiamo parlato della genesi di “ninnananna”, di ciò che le ha lasciato l’esperienza nel talent e del significato che attribuisce oggi alla musica: uno spazio in cui sperimentare, mettersi in gioco e dare voce anche a ciò che, a volte, è più difficile confessare.

Ciao Skeye, qual è il tuo X Factor?

«Ciao Antonino, direi la sincerità, il non fingere di essere qualcun’altra. Non mi verrebbe molto facile: sono una persona molto goffa. Essere spontanea, genuina, penso sia questo il mio X Factor. Non che mi stia vantando di essere genuina, ma penso che sia proprio quello.»

Come nasce “ninnananna”?

«Quando l’ho scritta, è nata come uno sfogo. L’ho scritta due o tre anni fa, di notte, quando mi parlavano soltanto i pensieri. Ho immaginato che quei pensieri fossero una persona che continuava a tartassarmi il cervello: una ninnananna che, invece di farmi addormentare, continuava a tenermi sveglia. Io sono una che non dorme nel silenzio: se c’è silenzio non riesco a dormire, mentre se c’è casino sì, perché almeno non sento i pensieri.»

Quanto c’è di personale nel racconto dell’ansia?

«C’è tanto. Ho fuso un po’ l’ansia con la persona che frequentavo in quel periodo: convivevo e ne è venuto fuori un ritratto per me nitido, quello di una donna dai capelli neri, che ti seduce con la voce ma ti pugnala alle spalle.

Non era una relazione tossica, era abbastanza bilanciata. Per certi versi sì, per altri no: lo sa anche lei, non eravamo proprio sane, però tutto sommato non è stata fallimentare.»

Qual è per te, quindi, il ruolo della scrittura?

«Il momento in cui scrivo qualcosa che nasce da uno sfogo è come se, in parte, me ne liberassi. È come se riuscissi a vedere quello che prima soltanto percepivo: vedo ciò che scrivo e, in qualche modo, lo rendo reale. A quel punto riesco a prenderne le distanze. Di solito abbiamo paura di ciò che non riusciamo a vedere, a immaginare. Se concretizzo un problema, riesco ad affrontarlo più facilmente.

Insieme al mio produttore, abbiamo mantenuto il primo ritornello in minore e fatto il secondo in maggiore, per il semplice fatto che la situazione doveva risolversi, con l’idea di lasciare anche una speranza a chi ascolta.

L’ansia, in un modo o nell’altro, colpisce tutti. Spero che le persone riescano a gestirla sempre meglio, perché è qualcosa con cui si fanno i conti giorno dopo giorno. Spero anche che si riesca a trasformarla in qualcosa di positivo, perché l’ansia, in sé, è un motore che mette in circolo adrenalina: a volte ti blocca, altre no. Nel momento in cui ti fa scattare qualcosa, se agisci, puoi riuscire a trasformarla in qualcosa di positivo.»

Cosa ti ha lasciato l’esperienza a X Factor?

«Più consapevolezza. Quando entri in un ambiente così grande, all’inizio sei un po’ spaesata. I miei due o tre giorni di depressione dopo X Factor me li sono fatti, poi sono partita per Londra e sono andata a vedere un concerto di Harry Styles, quindi mi sono ripresa.

Dipende anche dall’età in cui fai questa esperienza. Io, non che sia una donna arrivata, ma ho 26 anni e un po’ di spalle me le sono fatte. Non è stato un impatto troppo difficile da sostenere, mi ha segnata in positivo.

Mi sono trovata bene con tutti, non ho avuto problemi con nessuno. Tra chi partecipa c’è uno spauracchio generale: cerchiamo di fare squadra, nonostante alla fine si sia uno contro l’altro.»

Quanto conta per te sperimentare con generi diversi?

«È importantissimo. Non voglio essere rinchiusa in un unico genere: mi piace mettere influenze diverse all’interno dei miei brani, mi sembra di respirare aria diversa. È come se facessi un viaggio in Thailandia e poi a Roma o a New York.

Mi piacciono le sonorità jazz, rock e folk. Mi piace fare un miscuglio che, ovviamente, deve venire bene ed essere coerente con quello che faccio. Mi piace giocare con la musica, perché secondo me è un lavoro in cui ci si deve divertire.»

Come nascono le tue canzoni?

«Parto sempre dal testo, poi mi approccio al pianoforte e procedo con il computer, buttando giù una mini-produzione.

Scrivo con quello che mi viene in testa, leggo libri e le idee nascono da un miscuglio che ho dentro, come se fossi costantemente ispirata. Quando arrivo al culmine dell’ispirazione, prendo il telefono e scrivo nelle note.»

Quali sono tre artisti che rappresentano oggi un tuo riferimento?

«Ti dico quelli che sto ascoltando ultimamente. Di solito nomino quelli che mi hanno formata, ma il primo tra tutti è Harry Styles: lo ascolto sempre… lasciamo stare, è il mio amore!

Poi c’è Faouzia, che ha fatto una canzone diventata virale su TikTok: vado in ossessione con quella canzone. Infine, c’è Phoebe Bridgers.»

Una curiosità: da cosa nasce il tuo nome d’arte?

«L’ho ideato a 12 anni. Ho unito le parole sky e eyes, cielo e occhi, per mio fratello, che mi guarda dal cielo. L’ho fatto in suo onore: non ha potuto realizzarsi nella vita e quindi, attraverso me, spero di aiutare lui a realizzarsi. Lo so, è un concetto che mi sono prefissata a 12 anni.»

Antonino Muscaglione

PHOTO CREDIT:
Carolina Giordano