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SANTO TRAFFICANTE – Il rapper presenta “Sicario su commissione”

SANTO TRAFFICANTE – Il rapper presenta “Sicario su commissione”

Ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con il rapper italo tedesco Santo Trafficante che, martedì 26 ottobre, ha pubblicato il nuovo album “Sicario su commissione” (Time2Rap).

Santo è uno dei più longevi rappresentanti del filone hardcore/gangsta rap, attivo da fine Anni ’90 con decine tra album, EP, mixtape e singoli, dove ha collaborato con nomi rappresentativi della scena come Guè Pequeno, Noyz Narcos, Bassi Maestro, Gionni Gioielli, Inoki, Marracash e molti altri.

Ciao Santo, benvenuto su Tuttorock, il tuo nuovo album “Sicario su commissione” è uscito lo scorso 26 ottobre, che riscontri hai avuto e stai avendo?

Sto avendo riscontri molto positivi, soprattutto dalla scena Hip-Hop italiana. La gente mi scrive tutti i giorni per condividere le proprie impressioni e per comunicarmi le tracce preferite del disco. Sono felice di essere ancora qui dopo quasi 25 anni di attività appassionata e dedicata a questa arte. E per questo devo ringraziare anche Metal Carter per aver sempre creduto in me ed Enrico della Time2Rap per aver compreso la mia visione. Come minimo ci sarò per altri 25 anni: il Rap e la musica la faccio a prescindere da tutto, come artista vero al 100%. I soldi, il successo e tutto il resto viene dopo, anzi ora come ora non m’interessano proprio.

10 brani scritti quando?

Tutte le tracce le ho scritte tra il 2019 e il 2020, di solito direttamente a casa di notte, l’orario più adatto per le mie creazioni. Tranne per le canzoni “Sono” e “Come uccidere il tuo miglior nemico”, che ho sviluppato e rivisitato con calma, si tratta di brani molto spontanei per quello che riguarda la scrittura. Io credo nello scrivere di getto e perciò seguire i propri sentimenti e istinti del momento, sapendo controllarli. Ogni canzone è una fotografia di uno stato d’animo umano, di un sentire immediato e non filtrato – e perciò anche senza tempo. Devo aggiungere che, nella mia scrittura, avviene una sorta di simbiosi creativa tra quello che provo e voglio esprimere e tra quello che “detta” il beat attraverso le sue atmosfere, ritmiche, suoni. Scrivo come posseduto dalla musica e traduco quello che esce dal mio petto in parole sul foglio. Di solito è così che nascono le mie canzoni. Questo modo di approcciare la musica chiaramente esige una competenza completa della propria arte ed una conoscenza ampia della musica in questione. La frase “Perfecting my craft, matching the best” del brano “La mia colpa”, esprime totalmente l’idea in questione.

Mi sento di definire il tuo album come una raccolta di bestemmie contro il dio denaro, che purtroppo ha sempre più seguaci e che, come per ogni estremismo religioso, porta alla follia. Sei d’accordo con questa mia visuale?

Sì, concordo pienamente con la tua visuale del disco. È proprio il dio denaro che mi tormenta artisticamente e nella vita quotidiana, una sorta di rapporto di guerra e pace: non voglio sottostare a questa “divinità” onnipresente e a cui tutti sembrano dare tutto, ma so anche che è estremamente difficile sfuggirle. Non posso accettare questo sistema senza neanche aver combattuto, soprattutto come artista che si definisce libero. Come avrai notato non parlo mai direttamente del male dei soldi, come non utilizzo parole di disprezzo nei confronti del denaro o dei suoi adulatori, all’interno della mia musica. Attraverso la ferocia verbale e linguistica, cerco invece di trasmettere le estreme conseguenze che si trovano alle nostre porte. Il mio Rap è una visione distopica contemporanea in cui cerco di esorcizzare il male, parlando proprio del male.

Paradossalmente faccio l’esatto contrario di quello che fanno di solito i musicisti più in voga: loro non parlano mai di soldi, non nominano i soldi e sembrano spinti da altro, come l’amore o altre passioni. Basta ascoltare la radio. Ma sotto sotto vivono e fanno musica solo per quel motivo, questo lo so perché conosco il mercato e gli “artisti”. Io al contrario ne parlo spesso (Soldi a kili, Ghiaccio soldi, Famo soldi ecc.), ma non sono servo del denaro, né di entità che controllano il denaro: sono totalmente libero in quello che faccio come artista e ne ho pagato anche le conseguenze.

Ci sono tante collaborazioni all’interno di questo album, le vedi come un segno di amicizia e di stima da parte di molti altri artisti nei tuoi confronti?

Grazie a Dio, posso dire di essere sempre stato un rapper e artista apprezzato e stimato da tanti. Certi mi definiscono “Your favorite’s rappers’ favorite rapper”. Tutte le mie collaborazioni, del presente e del passato, sono nate sempre da una profonda stima reciproca e mai su basi economiche (non ho mai pagato nessuno per collaborare con me!). A partire da Metal Carter, mio amico da una vita, che mi ha sempre supportato e creduto in me, senza ritorni personali. Gli devo molto. Pure con gli altri artisti sul disco c’è o una conoscenza diretta o una conoscenza “musicale” come nel caso di E-Green, che seguiva la mia musica quando era più giovane. Un grande ringraziamento a tutti loro.

La disponibilità degli altri nei miei confronti l’ho sempre ricambiata con lo stesso atteggiamento e, non a caso, in passato ho collaborato con musicisti come Sfera Ebbasta, Coez e al producer di Achille Lauro, prima che diventassero famosi. Senza ritorni economici o personali, e di questo posso andare fiero.

C’è una traccia che, quando hai ascoltato il disco la prima volta per intero, ti ha fatto dire “questa mi è venuta proprio bene”?

Un brano che mi piace in particolare è la traccia “Love you”. Da un lato sentiamo una strumentale molto soul e piena di passione, accompagnata da una batteria leggiadra e soffice, in cui viene ripetuta la frase “I love you”. Dall’altro ci sono le mie parole e rime che, in contrasto pure al beat, parlano di omicidi, soldi e puttane. E inoltre, per la prima volta in assoluto, ho scritto un ritornello completamente in inglese: “Flow best, hold gats, no match, the most S…”. La vedo come una traccia molto riuscita, per come mi piace il rap.

Un altro brano che vorrei brevemente nominare è “Come uccidere il tuo miglior nemico”. Si tratta di una spiegazione in rima, di come portare a termine un omicidio senza farsi prendere: “Istruzioni per l’uso capitolo primo”. Chiaramente è una provocazione, ma credo che mi sia riuscita benissimo, tenendo anche conto del fatto che un brano del genere è un unicum in Italia e che liricamente e come rime è completa. Questa canzone rientra tra quelle di categoria “storytelling” e obiettivamente ne è un esempio riuscito.

Di chi è l’idea del video di “Grazie Gesù” e di chi è la regia?

L’idea del video è di Federico della Thunderslapp Production di Roma, Torrino per essere precisi. Inizialmente volevo girare il video in una chiesa, ma abbiamo visto che sarebbe stato un problema girare delle scene all’interno di un luogo sacro con un testo del genere. Alla fine, abbiamo optato per questa soluzione semplice girata all’interno di un garage, ma secondo me molto efficace. Anche la “storia” l’ha sviluppata Federico, che saluto e abbraccio.

Raccontami qualcosa dell’artwork.

L’artwork del disco l’ho ideato e realizzato personalmente io, come tutti i miei dischi precedenti, tranne la foto della copertina che è stata scattata da mio fratello Marco Caruso. L’idea è ispirata da Malcolm X in primis, ma anche dalla Boogie Down Productions. Si tratta di una sorta di dedica ad entrambi: Malcolm X rappresenta il ribelle, anche spirituale, che ha messo tutto in gioco per i suoi principi. La Boogie Down di Krs One e Scott La Rock invece è stata cruciale per la musica rap e la cultura Hip-Hop. Loro hanno ridefinito gli standard e dato una nuova direzione al rap. L’interno del booklet invece prende vagamente spunto dall’album postumo di Eazy-E. Con questo voglio dire che credo nella conoscenza e nel rispetto per chi è venuto prima di noi. Conoscere e comprendere la storia, non solo della musica, ma in generale, è fondamentale: attraverso di essa riesci a capire veramente chi sei, da dove vieni e verso dove andrai – oltre a fare musica senza tempo e di elevato spessore. Come l’albero che cresce, con le radici profonde sarà un albero stabile e poderoso.

Sei uno dei più longevi artisti appartenenti al filone hardcore/gangsta rap, che differenze vedi tra ieri e oggi all’interno di questa scena?

La musica Gangsta Rap la porto proprio nel cuore, mi rappresenta musicalmente al 100%. La ascolto da quando avevo 11 anni e ancora non ho smesso di amarla. Con questo voglio però precisare che lo stile di vita rappresentato all’interno di questa musica non va preso alla lettera e inoltre non lo condivido più, come artista e come padre. Anche se ne parlo, so che quella è la strada sbagliata che porta solo a morte e infelicità: ho avuto tanti amici e parenti con problemi con la giustizia e posso dire che non c’è nulla fico in tutto questo. Tra oggi e ieri, vedo una grande differenza nelle motivazioni. Una volta si faceva il Rap come per presa di posizione contro la società di allora, e soprattutto si faceva sempre e comunque. Era quasi la sola passione a spingere i rapper e i beatmaker di allora a fare musica. Non c’era un mercato vero e proprio, tranne per gruppi come gli Articolo 31 e i Sottotono. Tutto il resto era underground: mixtape su cassetta con copertine fotocopiate, concerti dentro a centri sociali dimenticati da Dio e una comunità Hip-Hop relativamente piccola e “povera” per una città come Roma. Una volta c’era anche un forte legame con la breakdance e i graffiti. Era come se tutto facesse parte dello stesso giro: alle jam si ballava, si rappava e si disegnava. A ripensarci era pura magia. Pure io, non a caso, facevo graffiti e mi mettevo nei guai “innocenti” sulle strade notturne di Roma. Una volta questa era una musica ed una cultura da outsider a tutti gli effetti, tutto poco cool agli occhi del mainstream.

Oggigiorno invece gira tutto attorno al business della musica. Tutti vogliono fare musica per svoltare, per avere successo. Non c’è più quella passione fine a sé stessa che animava le nostre serate. Oggi la musica Rap, o meglio Trap, è molto cool, molto appariscente, e tutti ne vogliono far parte. Quasi il contrario di allora. Pure per il mio passato nel sottosuolo, non potrò mai essere allineato a questo sistema economico-commerciale-musicale contemporaneo. Io nasco in un contesto di controcultura, di asfalto, di periferie e di buio.

Dalle sonorità presenti nei tuoi brani emergono vari generi musicali, tu ascolti un po’ di tutto?

Ascolto veramente tutto, anche se la mia passione principale è la musica Rap, questo non lo nego. Però ho sempre ascoltato con attenzione pure altri generi, sia leggeri che più impegnativi. Credo che sia fondamentale mantenere sempre una visione a 360 gradi della musica ed avere una mentalità aperta e senza barriere, soprattutto come musicisti.

Con mia moglie mi piace ascoltare l’Eros Ramazzotti degli anni ’90 o gli Stadio, con mio figlio ballo i successi dei Black Eyed Peas, mi piace Lucio Battisti (di cui ho campionato vari brani), mi ascolto volentieri la musica classica di Wagner o Chopin, ascolto spesso anche la musica Jazz dal vivo, sono rimasto appassionato della musica Jungle londinese e spesso vado alle serate reggae. Tutta la musica è bella e riesce a trasmetterti qualcosa di unico.

Tra l’altro, mi dedico pure io stesso a creare musica di altri generi. Ho vari progetti, sotto altro nome, dedicati alla creazione di musica sperimentale ed ho anche un progetto di musica jungle.

Hai qualche data live in programma?

Ho qualche data ed evento in programma, anche se non ho ancora i riferimenti precisi. Spero di poter suonare live il più possibile, per mostrare dal vivo la mia nuova musica e interagire con il pubblico.

Grazie mille per il tuo tempo, ti lascio libero di chiudere quest’intervista come vuoi.

Fanculo al sistema e fanculo al potere. L’artista, se è veramente artista, non può essere mai allineato. È il momento di un nuovo rinascimento umanistico, umano e artistico.

MARCO PRITONI