INTERVISTA A GIUSEPPE ANASTASI PER IL NUOVO ALBUM “CANZONI SENZA CLICK”
In occasione dell’uscita dell’album “Canzoni senza click” ho intervistato Giuseppe Anastasi
Giuseppe Anastasi è uno degli autori più apprezzati della musica italiana contemporanea. Nel corso della sua carriera ha scritto oltre 200 brani collaborando con artisti come Arisa, Noemi, Emma, Eros Ramazzotti e molti altri.
Ha partecipato sette volte al Festival di Sanremo come autore, vincendo nel 2009 con Sincerità, premiato anche con il Premio Mia Martini, e nel 2014 con Controvento. Per Arisa ha firmato anche successi come La notte e Meraviglioso amore mio.
Nel 2018 ha debuttato come cantautore con l’album Canzoni ravvicinate del vecchio tipo, vincendo la Targa Tenco come miglior opera prima e la Targa MEI “Indie Top”. Dal 2004 insegna metrica musicale e storia della canzone al CET di Mogol.
È disponibile su tutte le piattaforme digitali Canzoni senza click, il nuovo lavoro di Giuseppe Anastasi.
Pubblicato da ADA Music e Giuro Srl, l’album è un progetto intimo e autentico che si muove tra riflessione sociale, emozioni personali e sguardo sul presente. Realizzato senza l’utilizzo del metronomo, “Canzoni senza click” sceglie la spontaneità e l’imperfezione come cifra stilistica, in contrasto con la musica iper-prodotta e standardizzata di oggi.
Nato interamente da chitarra e voce, il disco restituisce un suono essenziale e diretto, capace di mettere al centro l’emozione e il valore dell’ascolto. «Questo album nasce lontano dal rumore digitale e dalla fretta di piacere subito – racconta Anastasi – ed è una piccola resistenza all’algoritmo, fatta di storie che cercano connessioni vere».
Le nove tracce alternano brani acustici, momenti strumentali e testi che parlano di vita quotidiana, cambiamenti sociali, timori per il futuro e speranza, mantenendo sempre uno sguardo umano e sincero sulla realtà.
Ciao e benvenuto a Tutto Rock! Hai definito questo disco “un manifesto musicale di libertà e imperfezione”. Quando hai sentito il bisogno di allontanarti dalla musica quantizzata e perfetta?
Non è stato un rifiuto della tecnologia, che considero uno strumento utile, ma il desiderio di recuperare qualcosa che stavo perdendo: il respiro umano. A un certo punto mi sono accorto che molte produzioni erano impeccabili dal punto di vista tecnico, ma faticavano a emozionarmi. Ho sentito il bisogno di tornare a registrazioni in cui una leggera esitazione, una nota imperfetta o un cambio di tempo raccontassero qualcosa di vero. L’imperfezione, quando è sincera, diventa un valore espressivo.
Il titolo “Canzoni senza click” è quasi una dichiarazione politica oltre che musicale: contro cosa senti di voler resistere oggi come artista?
Non oppongo resistenza, ho soltanto paura dell’omologazione. Non solo musicale, ma culturale. Oggi siamo spinti continuamente verso modelli che funzionano, verso formule già testate. Io credo invece che le canzoni, ma l’arte in generale, debbano conservare il diritto di sorprendere, di rallentare, di non essere immediatamente decifrabili. “Senza click” significa anche senza l’ossessione della prestazione e del controllo assoluto.
In un’epoca dominata dagli algoritmi e dai numeri, che spazio può ancora avere una canzone lenta, fragile o silenziosa?
Credo abbia ancora uno spazio enorme, perché parla a un bisogno che non scomparirà mai: quello di riconoscersi nelle emozioni. Gli algoritmi possono suggerire cosa ascoltare, ma non possono sostituire il momento in cui una canzone ti trova e ti racconta qualcosa che non riuscivi a dire. Le canzoni più fragili spesso sono quelle che restano più a lungo.
Nel disco si percepisce una forte esigenza di autenticità. Hai avuto paura che questa scelta potesse andare contro le logiche del mercato attuale?
Nessuna paura. Non ho mai seguito il mercato. Non considero questo disco un atto di coraggio, ma un atto di necessità. Avevo bisogno di fare esattamente questo album, senza compromessi.
Hai scritto per tantissimi artisti italiani, ma quando scrivi per te cambia qualcosa nel linguaggio con cui ti racconti?
Cambia moltissimo. Quando scrivo per altri provo a entrare nel loro mondo, nella loro sensibilità, nella loro voce. Quando scrivo per me posso permettermi di essere più contraddittorio, più vulnerabile, persino più ironico. Non devo interpretare nessuno: devo solo essere sincero.
C’è una canzone del disco che consideri il cuore emotivo del progetto?
Probabilmente Alzati. Perché contiene molte delle domande e delle fragilità che mi hanno accompagnato nella vita e nella nascita del disco. È una canzone che parla di resistenza quotidiana, della capacità di rialzarsi anche quando non si hanno risposte.
Dopo tanti anni da autore di successi, cosa rappresenta oggi per te pubblicare un album personale?
Rappresenta una forma di libertà. Quando scrivi per altri vivi la gioia di contribuire a un percorso artistico condiviso. Un album personale invece è un autoritratto. È il luogo in cui puoi mostrare anche le zone meno illuminate della tua storia.
In “Alzati” c’è un verso molto forte: “la musica non parla, la musica consola”. Che tipo di consolazione ti ha dato la musica nella tua vita?
La musica mi ha insegnato che non tutto deve essere spiegato. Ci sono dolori, paure e nostalgie che le parole non riescono a contenere. In quei momenti una melodia può offrirti compagnia, può dirti che non sei solo. Questa è la consolazione più grande che abbia mai ricevuto dalla musica.
Nel brano emerge anche il tema della precarietà artistica e del sentirsi giudicati. Ti sei sentito spesso “fuori posto” nel mondo della musica?
Molte volte. Credo che chiunque faccia questo mestiere conosca quella sensazione. La musica è un ambiente meraviglioso ma anche molto competitivo. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito distante dalle mode o dalle aspettative del settore. Con il tempo ho capito che sentirsi fuori posto può diventare una forza, perché ti obbliga a cercare una voce personale.
In “Neruda” affronti l’amore con ironia e inquietudine insieme. Ti riconosci davvero in quell’immagine “un po’ come Neruda”?
Mi riconosco soprattutto nell’idea di qualcuno che continua a cercare parole per raccontare l’amore pur sapendo che non saranno mai sufficienti. La citazione a Neruda è affettuosa, piena di stima e ironica allo stesso tempo. È un modo per sorridere delle nostre ambizioni sentimentali e poetiche.
In “Giulietta e Romeo 2.0” trasformi Shakespeare in una storia contemporanea fatta di tangenziali, parcheggi e socialità precaria. È una satira delle relazioni moderne?
Più che una satira è un piccolo racconto del nostro tempo. Shakespeare parlava di due ragazzi che cercavano di amarsi contro tutto e tutti; oggi gli ostacoli sono cambiati forma. Non ci sono più le famiglie nemiche, ma la distrazione permanente, la paura di scegliere, la difficoltà di fermarsi davvero davanti all’altro. Ho voluto raccontare una generazione che comunica tantissimo ma a volte fatica a incontrarsi davvero. Con un sorriso, senza giudicare nessuno.
Romeo qui sembra un eterno adolescente che fugge dalle responsabilità. Pensi che oggi sia più difficile diventare adulti?
Credo che oggi diventare adulti sia più complesso perché ci vengono offerte infinite possibilità e pochissimi punti fermi. La libertà è una conquista meravigliosa, ma può trasformarsi in smarrimento quando manca una direzione. Romeo non è un colpevole, è un ragazzo che assomiglia a molti di noi: vorrebbe restare leggero, ma la vita prima o poi ci chiede di scegliere chi siamo e da che parte stare.
Cosa significa per te oggi “non cercare il porto più sicuro ma la bellezza di ciò che è vero”?
Significa accettare il rischio dell’autenticità. Il porto sicuro è ciò che conosciamo, ciò che ci protegge, ma spesso è anche il luogo dove smettiamo di crescere. La verità, invece, è imperfetta, fragile, a volte scomoda. Però è viva. Oggi sento il bisogno di seguire ciò che mi somiglia davvero, anche quando non coincide con quello che il mercato, le aspettative o la prudenza suggerirebbero.
Se davvero potessi scrivere oggi i tuoi “titoli di coda”, quale sarebbe la frase finale?
Adoro Franco Califano e quindi ti dico: «Non escludo il ritorno».
Cosa speri resti davvero a chi ascolterà “Canzoni senza click” fino all’ultima traccia?
Spero resti una sensazione di libertà. La libertà di essere imperfetti, di non dover correre sempre, di non dover essere perfetti. Mi piacerebbe che chi ascolta il disco sentisse che c’è ancora spazio per l’errore, per il silenzio, per l’emozione non filtrata. Se anche una sola persona, arrivata all’ultima traccia, si sentirà più autorizzata a essere sé stessa, allora questo disco avrà raggiunto il suo scopo.
Chiara Impallari
TRACKLIST
- Alzati
- Non mi dire mai la verità
- Navigo a vista
- Neruda
- Figlia degli dei
- Zanzare
- La ballata del sorce
- Giulietta e Romeo 2.0
- Titoli di coda
Credits:
Registrato e mixato al Groove studio di Terni da Stefano Pettirossi e masterizzato al Forward Studio di Grottaferrata da Carmine Simeone, “Canzoni senza click” è stato prodotto artisticamente da Valerio Marchetti, produttore esecutivo di Giuro srl.
https://open.spotify.com/intl-it/album/5j7mHL7llG2rxDPW5GvE1gk
https://www.instagram.com/anastasi_giuseppe/
Chiara Impallari, classe '99, laureata in Lettere ed Editoria. Amo scrivere. Lavoro per una web radio e scrivo per altre riviste. Datemi una tazza di the fumante, un divano e una buona serie tv e sarò felice! Esco solo per un motivo: i concerti. Dicono che vedere concerti live allunghi la vita, bene, spero di vederne ancora così tanti da vivere mille anni. Avete presente quando state ascoltando una canzone struggente e la rimettete indietro perché la parte che doveva ferirvi non vi ha ferito abbastanza? Ecco, sono io.




