BANDAKADABRA – Intervista su Two a Gipo Di Napoli
TWO è il nuovo album della BANDAKADABRA. Con questo disco, l’ensemble prosegue il proprio percorso di ricerca attorno al linguaggio della techno. TWO si sviluppa infatti come un mosaico di stili che attraversano sia le diverse traiettorie di questo genere musicale sia quelle dell’elettronica contemporanea. Il filo conduttore è la costruzione di una tracklist capace di dialogare con le differenti sensibilità della techno.
Partiamo dal titolo: perché “TWO”? È semplicemente il secondo capitolo del percorso della Bandakadabra nella s sulla techno oppure c’è un significato più preciso dietro questo titolo?
In realtà, abbiamo scelto questo titolo perché è il secondo capitolo del nostro viaggio all’interno della musica techno. E poi perché, secondo noi, “suonava” bene.
La Bandakadabra nasce come marching band, ma negli anni ha attraversato generi e situazioni musicali molto diverse. Quando avete capito che la techno poteva diventare un vero terreno di ricerca per la band?
Qualunque genere può essere affrontato da una formazione come la nostra. Abbiamo scelto di esplorare la musica techno perché ci piaceva. Molti di noi sono stati assidui frequentatori di rave party. C’era una connessione sentimentale. Poi non lo faceva quasi nessuno. Anche questo è stato uno stimolo.
Nel comunicato parlate di TWO come di un “mosaico di stili” capace di attraversare diverse traiettorie della techno e dell’elettronica contemporanea. Come avete scelto i brani e costruito la tracklist?
I brani sono stati scelti tenendo in considerazione due aspetti. Il primo è il potere evocativo del pezzo. Il secondo, la coerenza della singola traccia con le altre che avevamo individuato. Abbiamo ragionato da DJ e nei concerti “mixiamo” i pezzi esattamente come un DJ.
Che cosa succede quando una musica nata prevalentemente attraverso macchine, sintetizzatori e sequencer viene affidata a fiati e percussioni? Quali sono le difficoltà maggiori e, al contrario, quali possibilità offre questa particolare formazione?
È un processo molto naturale. E’ più facile farlo che pensare di farlo o anche solo raccontarlo. Abbiamo “semplicemente” sostituito a suoni elettronici dei suoni “acustici”, “naturali”. Abbiamo trasformato il digitale in analogico, per così dire. Tutto qui. Secondo noi, l’esperimento ha funzionato.
La techno ha spesso nella ripetizione e nella precisione ritmica due elementi fondamentali. La Bandakadabra, invece, porta inevitabilmente nella musica il respiro e l’imprevedibilità dell’esecuzione dal vivo. Quanto cambia il rapporto con il ritmo quando a suonare sono musicisti in carne e ossa?
L’imprevedibilità sta nell’errore. E l’errore è un fatto umano. Può sbagliare anche un dj, se ci pensi. Basta salire sul palco, avendo chiaro quello che si deve fare.
“Discolabirinto” è stato il primo singolo ad anticipare l’album. Che significato ha questo brano all’interno di TWO e perché avete scelto proprio questo pezzo per presentare il nuovo lavoro?
“Disco labirinto” è un omaggio per il trentennale dei Subsonica, gruppo a cui siamo legati da una solida amicizia. In particolare, con Samuel e Max.
Il secondo singolo è stato “In Sequence”. Che rapporto c’è tra i due brani e quanto sono rappresentativi delle due diverse anime del disco?
Abbiamo presentato tre singoli. Il primo è stato Syren, il secondo Disco Labirinto, il terzo, appunto, In sequence. Non sono necessariamente i brani più rappresentati. Semplicemente quelli che in quel periodo ci piacevano di più. Forse oggi partiremmo da altri.
La vostra musica sembra particolarmente adatta alla dimensione live. Quando componete o arrangiate un brano pensate già alla reazione del pubblico e all’impatto che avrà dal vivo oppure il disco viene prima e il palco viene dopo?
Noi partiamo sempre dal live. I nostri dischi sono sempre il frutto di una scelta che parte dalle centinaia di concerti che facciamo ogni anno. Fissiamo negli album le cose che hanno girato meglio dal vivo, rovesciando il rapporto canonico tra il lavoro discografico e i tour. Che per noi resta l’aspetto più divertente del nostro lavoro.
Avete suonato in contesti molto diversi, dai festival alle piazze, dal Premio Tencop i ai grandi eventi internazionali, fino alle Olimpiadi Milano Cortina 2026 e al GialappaShow. Quanto queste esperienze hanno influenzato il modo di concepire la musica della Bandakadabra?
In nessun modo. Il nostro approccio alla musica rimane identico, a prescindere dal mezzo di comunicazione.
La Bandakadabra ha condiviso il palco con artisti molto diversi tra loro, da Vinicio Capossela a Willie Peyote, da Elisa a Samuel. C’è una collaborazione che ha lasciato un segno particolare nel vostro percorso musicale?
Forse quella con Willie Peyote e con Samuel perché sono diventati anche amici.
La vostra dimensione spettacolare è molto forte, ma dietro l’energia e il divertimento c’è anche un notevole lavoro di arrangiamento. Quanto tempo e quanta ricerca ci sono dietro la trasformazione di un brano elettronico in un brano per fiati e percussioni?
Lo stesso che c’è nell’approccio a qualsiasi genere. La musica è un universo complesso e affascinante sempre. Almeno per come lo intendiamo noi.
Nel vostro caso il confine tra concerto, performance e festa sembra particolarmente sottile. Quanto è importante per voi che il pubblico non sia semplicemente spettatore, ma venga coinvolto fisicamente nella musica?
Fondamentale. Ma credo sia importante per chiunque salga su un palco. Un comico che fa il suo monologo davanti a un pubblico che non ride, secondo me, non è contento.
MAURIZIO DONINI
Band:
Gipo Di Napoli – grancassa
Alessandro Orefice – rullante/percussioni
Giulio Piola – tromba, arrangiamenti
Daniele Raimondi – tromba
Kim Gianesini– sax tenore
Simone Capitaneo – trombone
Luca Bellodi – sousafono
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




