Francesco Lenzi presenta il proprio viaggio musicale
“Con un po’ di fortuna” è il nuovo album di inediti. La title track è il singolo in radio.
Francesco Lenzi presenta “Con un po’ di fortuna”, un nuovo album di inediti composto da sette brani, tutti scritti e arrangiati dal cantautore livornese. Un lavoro che attraversa sentimenti, ricordi e frammenti di vita quotidiana, lasciando convivere registri e atmosfere differenti senza rinunciare a una voce personale e riconoscibile.
“In questo disco convivono la leggerezza e la malinconia, l’ironia e il desiderio di raccontare ciò che spesso facciamo fatica a dire”, spiega l’artista toscano. “Ci sono canzoni nate per gioco, altre che parlano della paura di perdere qualcuno, dei ricordi che ci accompagnano nel tempo o della bellezza di sentirsi finalmente nel posto giusto, accanto a una persona che ci ama. E poi c’è una melodia che continuava a tornarmi in mente, finché ho sentito il bisogno di darle una forma compiuta e condividerla. Forse il disco è proprio questo: storie ed emozioni diverse, che non hanno bisogno di assomigliarsi per appartenere allo stesso mondo”.
Videoclip: https://youtu.be/PNHT9_wuZMk
“Con un po’ di fortuna” — Tracklist
Senza pretese
Con un po’ di fortuna
Una città di nervosi
Come mi vuoi
Un’altra età
Il pipistrello
Memorie lontane

Intervista:
Sei nato a Livorno, hai vissuto cinque anni negli Stati Uniti e dal 2023 ti trovi in Germania. Quanto hanno influenzato questi luoghi diversi il tuo modo di osservare il mondo e, di conseguenza, la tua scrittura musicale?
I luoghi in cui ho vissuto mi hanno insegnato che il mondo, visto da lontano, sembra molto più uniforme di quanto sia davvero. Siamo sempre connessi, ci scriviamo ovunque siamo, ma poi basta abitare in un Paese per capire che il modo di parlare, di fare amicizia, di volersi bene e perfino di pensare alla famiglia cambia profondamente.
In Virginia, a Newport News, ho trovato un’accoglienza calda e molto diretta: una cordialità spontanea che, in modo diverso, mi ha ricordato qualcosa di italiano. In Michigan ho conosciuto un’altra atmosfera, più silenziosa, ordinata, segnata anche da inverni lunghi e molto freddi. E in Germania sto imparando ancora un altro ritmo, con il tempo necessario per conoscere le persone e lasciare crescere un’amicizia.
Tutto questo è entrato nella mia scrittura. Ho imparato ad amare di più l’immediatezza e la semplicità: a non nascondere un pensiero dietro troppi giri di parole. Non cerco di spiegare un’emozione o di renderla poetica a tutti i costi; preferisco mettere davanti a chi ascolta un’immagine, un suono, una scena così come mi appare. Se quell’immagine è vera, l’emozione arriva da sola.
Ma non sono stati soltanto i viaggi a cambiare la mia musica. Credo che la musica abbia influenzato anche il mio bisogno di viaggiare. Ho sempre cercato esperienze nuove perché volevo allargare la vita, guardarla da più punti di vista, incontrare persone che mi costringessero a rimettermi in discussione. Per me vivere più esperienze e scrivere più musica sono quasi la stessa cosa: le due cose si rincorrono e si alimentano a vicenda.
Scrivi in italiano e in inglese, ma riconosci nel dialetto livornese la lingua più vicina alle emozioni autentiche. Che cosa riesci a raccontare attraverso il dialetto che magari non riusciresti a esprimere con altre parole? E quanto le tue radici continuano a essere presenti nella tua musica?
L’italiano e l’inglese sono le lingue con cui provo a guardare il mondo e ad allargarlo; il livornese, invece, è la lingua con cui torno dentro di me.
Il livornese è vicino all’italiano, ma ha un ritmo tutto suo: il modo di troncare le parole, le pause, i proverbi, le espressioni che non si imparano sui libri. Prima ancora di saperle usare, le ascolti dai grandi, dagli amici, per strada, in famiglia. E così, senza accorgertene, cominciano a popolare i tuoi pensieri.
Per me scrivere o parlare in livornese significa lasciarmi andare completamente. È un po’ come fare il morto a galla: smettere di irrigidirmi e affidarmi all’acqua. In dialetto riesco a lasciare arrivare le emozioni e i pensieri senza filtri, senza traduzioni, senza cambiare la loro temperatura emotiva. Non devo renderli più eleganti o più ordinati: posso lasciarli essere quello che sono.
All’inizio non riuscivo a scrivere in livornese proprio per questo. Lasciarsi andare non è semplice: richiede tempo e fiducia, un po’ come succede in un’amicizia o in un amore. Quando però ci riesco, le canzoni arrivano in modo più spontaneo e più vero.
Spero che possano parlare anche a chi livornese non è. Magari non si capirà ogni parola, ma mi piace pensare che il suono, il ritmo e l’emozione possano arrivare lo stesso. E, se qualcuno vorrà chiedermi il significato di un’espressione, sarò felice di raccontarglielo.
Nella tua vita convivono due mondi apparentemente lontani: l’ingegneria aerospaziale e la musica. Come riesci a conciliare razionalità e creatività? E pensi che il tuo percorso scientifico abbia influenzato, in qualche modo, il tuo approccio alla composizione?
Non penso di dover conciliare davvero questi due mondi: credo semplicemente che convivano dentro di me. L’ingegneria e la musica sembrano lontane, ma hanno trovato un punto molto concreto in cui si incontrano.
Quando scrivo una canzone, cerco di lasciare fuori la parte più razionale. Non voglio chiedermi subito se una melodia sia giusta o se un verso sia perfetto: voglio seguire un’emozione, un’immagine, qualcosa che sento e che ancora non so spiegare. Quella è la parte più libera e istintiva del mio lavoro.
Poi, però, arriva un momento in cui quella canzone deve diventare davvero ascoltabile. Io arrangio e mixo i miei brani da solo, e lì la parte creativa stringe la mano a quella più tecnica. Devo ascoltare ogni strumento, decidere quanto spazio lasciargli, dosare i volumi, scegliere i suoni e cercare un equilibrio perché chi ascolta possa sentire tutto nel modo giusto. Anche presentare una canzone al pubblico richiede precisione, attenzione e una certa disciplina.
Non direi che l’ingegneria mi insegna a scrivere una canzone, ma mi aiuta a prendermene cura fino alla fine. È come se la parte più emotiva la facesse nascere e quella più razionale la accompagnasse nel mondo.
Forse è questo il mio equilibrio: da una parte lasciarmi andare senza sapere esattamente dove finirò, dall’altra costruire con pazienza un posto in cui quella musica possa vivere. Sono due lati molto diversi di me, ma quando lavorano insieme sento che si completano.
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Attiva da molti anni nel panorama musicale emiliano, Francesca Mercury si occupa di management e produzione in veste di talent-scout e promoter. È organizzatrice di eventi e ricopre il ruolo di stage manager in festival di importanza nazionale. È direttore artistico di progetti e format musicali e teatrali, molti dei quali sono proposti dall’Associazione Musicale “Avanzi Di Balera”, della quale è presidente. Fa parte del team redazionale di "Tuttorock", per il quale cura la rubrica "Almanacco Mercury", presente anche sulle maggiori piattaforme social e in programmi televisivi e radiofonici. Si occupa di formazione nelle scuole di musica emiliane e porta avanti iniziative dedicate alla storia della musica. Ama i suoi figli, le scarpe, la mortadella e Freddie Mercury.



