LE SCHIENE DI SCHIELE – Intervista alla band torinese
In occasione dell’uscita del nuovo album “abbiate fede”, ho avuto il piacere di intervistare la band torinese Le Schiene di Schiele, in uscita venerdì 6 novembre per EDAC Music Group, con la produzione artistica di Davide Lasala (Si! Boom! Voilà!).
Ciao e benvenuti su Tuttorock, “abbiate fede” è il vostro nuovo album, da me molto apprezzato, parto subito dal titolo, in cosa dobbiamo avere fede?
In niente a mio avviso. L’omonima canzone parla proprio di questo! Ci si può aggrappare a così tante cose ma sono tutte effimere. Ci vorrebbe un bel bagno di realtà. E’ spaventoso ma forse è l’unico modo per rimettere in sesto questa società malata.
Suoni e parole arrivano insieme come macigni a chi vi ascolta, voi che sensazioni avete provato mentre scrivevate i brani, mentre li registravate e quando avete riascoltato il disco una volta finito?
Domanda complessa. Le tre fasi che hai citato: composizione, registrazione, ascolto sono così diverse che potremmo definirle dei mondi a sé. Durante la composizione eravamo in una montagna russa che toccava vette altissime di entusiasmo e fondi di depressione da classica crisi dell’impostore. Ne è nato un lavoro di selezione maniacale sui suoni, le note e le parole che ci ha permesso di arrivare alle registrazioni con una postura sicura e ricettiva. Il primo ascolto è stato per noi emozionantissimo. Ci siamo guardati sbalorditi sicuri di aver fatto qualcosa che per noi è grande e di spessore.
Temi come la morte, la chiusura di un centro sociale, le bombe su Gaza, una società allo sbando, le controversie della Chiesa, la fine di un amore, la musica è la vostra migliore terapia per reagire agli eventi negativi?
Assolutamente sì! Ci permette di immergerci in quel “bagno di realtà” di cui ti parlavo poc’anzi. Siamo sommersi da così tanti eventi che metterne a fuoco anche solo una decina (tante sono le canzoni del disco) ci aiuta ad orientarci. A onor del vero c’è anche una canzone positiva in questo disco: “torino è un buco” che di fatti termina con la promessa che l’amore perduto tornerà un giorno.
Davide Lasala di EDAC Music Group ha prodotto entrambi i vostri album, quando nasce la collaborazione con lui e come influisce sui brani che ascoltiamo?
La collaborazione con Davide nasce da una serie di incastri della vita fortuiti. Ormai è la quinta schiena e nel disco suona anche alcuni strumenti per noi come il mandolino o la tazzina da caffè. Lo potete sentire anche in qualche coro qua e là. La sua visione della musica è ambiziosa, fottutamente ambiziosa (per citare lui). In questo disco ci ha aiutato a snellire e smussare certi spigoli che avrebbero reso il disco meno fruibile e credibile all’orecchio dell’ascoltatore. Gliene siamo grati.
Mi ha incuriosito molto la copertina, di chi è l’idea e chi l’ha realizzata?
La copertina è uno scatto che abbiamo selezionato tra tanti che hanno realizzato per noi Lucia Fontana e lo stesso Davide. Ci è sembrato così sarcastico e grottesco avere come copertina un dinosauro pronto a mangiarsi dei piccoli cavalli dentro un cucchiaio gigante e intitolare il tutto “abbiate fede”. È un chiaro memento mori. Ci piacerebbe che un giorno venisse ricordato come il disco del dinosauro.
Quando e come nasce la vostra band?
Nasce cinque anni fa dalla volontà di Jack (chitarra) e Dani (basso) di fondare un gruppo. La nostra idea era sin da subito di creare materiale inedito e di ricorrere il meno possibile alle cover. Insomma, volevamo subito creare una forte identità e un suono e un atteggiamento che fossero riconoscibili. È un processo ancora in corso.
Eravate davanti ad un quadro di Egon Schiele quando è nato il vostro nome?
No, eravamo davanti ad un tavolo o molto più probabilmente chattavamo su Whatsapp. Storia davvero poco romantica. Nessuna sindrome di Stendhal. Però i quadri di Schiele li avevamo ben chiari e siamo tutti concordi nel trovare in loro un’energia oscura e disturbante che è poi la matrice del nostro suono. Il nome per questo è azzeccato.
Parlatemi un po’ del vostro rapporto con Torino, alla quale avete anche dedicato un brano, “torino è un buco”, di cui avete parlato prima.
“torino è un buco” è una canzone decisamente autobiografica. Torino è un grande paesone o una città in miniatura. Capita spessissimo di girare per il centro e incrociare tantissimi volti familiari. C’è un senso costante di “ma dove l’ho già visto quello?”. Perciò non è così inusuale uscire di casa sperando di incontrare quella specifica persona che ci fa battere il cuore e che ancora non lo sa. Tornando alla tua domanda, Torino per noi quattro rappresenta cose diametralmente opposte. C’è chi la vede come un Eden, chi come un qualcosa da evitare rifugiandosi sui monti, chi come un’opportunità da sfruttare.
C’è un vostro concerto che ricordate particolarmente?
Tanti. Forse il più memorabile però rimane il primo. Eravamo tesissimi e felicissimi di poter suonare finalmente davanti ad un pubblico. Eravamo davvero acerbi ma di quella esperienza abbiamo conservato una certa attitudine che portiamo con noi ancora oggi quando suoniamo nei club.
A proposito, ho letto che avete in programma quattro date tra novembre e dicembre, all’inizio del nuovo anno ne farete altre?
Assolutamente sì, abbiamo in programma di spingerci anche in luoghi fino ad ora inesplorati ma non possiamo dirti più di così.
Grazie per il vostro tempo, vi lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferite.
Concludiamo invitandoti personalmente al nostro Release Party al Magazzino sul Po a Torino il 12 novembre. Suoneremo il disco per intero e ci saranno con noi tanti amici. Non vediamo l’ora! Sarà bellissimo, abbiate fede.
MARCO PRITONI
Foto: Lucia Fontana e Marcello Ruvidotti
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.









