ALBERTO FORTIS – Intervista su Sentimental City
A dodici anni dall’ultimo album di inediti, Alberto Fortis torna con Sentimental City, otto brani in uscita il 23 ottobre per Azzurra Music, in fisico e in digitale. Abbiamo parlato con lui del disco, delle collaborazioni che lo hanno reso possibile, dell’impegno per la pace preventiva, dell’incontro con Alanis Morissette e dei progetti in arrivo, a cominciare dall’autobiografia.
Veniamo a questo album, che mi sono già ascoltato in loop chissà quante volte: ci hai messo dodici anni per passare da un disco all’altro. Qual è l’idea dietro Sentimental City?
Sì, in questo caso sì. Per quanto riguarda l’ideologia del progetto, Sentimental City porta già nel titolo la sua missione. È un’idea che mi sta a cuore a 360 gradi: cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, lo dico anche nei miei concerti, e andare ad abitare insieme questa città. Ecco perché «la città del sentimento»: il sentimento non è inteso soltanto in un’accezione poetico-romantica, perché fare le cose con sentimento vuol dire farle con dignità, con professionalità e soprattutto con rispetto per gli altri.
Ti ho sentito in gran forma: in questo disco ci sono interpretazioni pazzesche, sembra che per te il tempo non passi. Come lo hai realizzato dal punto di vista produttivo?
Innanzitutto, in questo album ho voluto azzardare, anche se la decisione mi è venuta piuttosto naturale: utilizzare diverse piattaforme di produzione. Sentimental City è una città anche dal punto di vista della sua fabbricazione, del suo making: ci sono Milano, Torino, Pescara, Roma e Napoli. Ho voluto fare tesoro delle collaborazioni di produzione di questi ultimi anni, suonando io stesso quattro strumenti di base, da cui poi puoi anche rifare tutto, ma l’idea c’è ed è precisa. Tra i collaboratori c’è un caro amico, Simone Bertolotti, produttore di grandi artisti come Malika Ayane, Marracash, Il Volo e tanti altri, e c’è l’amico e compagno storico Franco Cristaldi, presente già agli albori della mia carriera, componente della mia band storica, i Volpini Volanti o Flying Foxes, che dir si voglia. Poi cito al volo il capo opposto, Napoli, dove ho attivato l’esigenza di un afflato soprattutto orchestrale di un certo tipo. E lì c’è anche il figlio di Gianni, Luca Stocco, oggi ventiquattrenne o venticinquenne, che sta crescendo molto bene tra opera classica, Beatles e anche tanto della mia musica. Oggi è il produttore di Samurai Jay, con cui hanno partecipato a Sanremo, ed è un elemento davvero fondamentale di questa coproduzione. Sentimental City vive anche di questo diritto-dovere, sostenuto dagli incontri che faccio da ormai due anni, sempre più assidui, con i ragazzi nelle università, negli atenei, nei teatri. Nelle nuove generazioni c’è un bisogno che purtroppo viene un po’ accantonato per favorire, chiamiamole così, delle nefandezze: certa musica che, pur di essere «notiziabile», arriva a istigare allo stupro di branco, alla guerra santa. Credo che questa mia attenzione venga anche dalla militanza di circa un anno e mezzo con la Cittadellarte del maestro Michelangelo Pistoletto, il cui obiettivo è il Terzo Paradiso, la terza via: trovare investimenti non nella fabbricazione delle armi ma nella costruzione della pace preventiva, perché è così che si potrà sterzare verso il buon senso della vita. Da qui anche il mio ruolo di ambasciatore della pace preventiva per il Nobel.
Complimenti. Ne parlavo con Paolo Jannacci un paio di giorni fa: anche se non siamo più nel ’68, la musica può ancora far pensare, portare dei messaggi, se non dare risposte almeno far riflettere.
Si sta avvertendo che questa volontà, questo desiderio, sta crescendo molto. Oggi siamo nell’era del liquido, con tutti i supporti e le facilitazioni della tecnologia, ma c’è il rischio della robotizzazione e un altro rischio altrettanto grave, quello della demotivazione, della rassegnazione. È lì che l’arte, oggi più che mai, deve fare la crociata, perché il bisogno c’è. Noi che abbiamo queste intenzioni come artisti lo vediamo nei concerti, in qualunque zona d’Italia e con qualunque fascia di pubblico: tocco certi argomenti e vedo che la voglia c’è, ma c’è anche un po’ di diseducazione a farsi sentire. Io dico sempre che dobbiamo stare attenti a due punti. Primo, non essere complici di questo inganno globale a cui stiamo assistendo. Secondo, avere il coraggio di tornare a desiderare la dignità e il rispetto del nostro tempo presente, che non è un concetto astratto: siamo noi ad avere la responsabilità e la gioia di consegnare qualcosa di decente alla generazione futura. Di questo parla anche Sentimental City.
Nell’album ci sono tanti generi diversi, ma l’ho trovato compatto, e per me è un merito. Forse perché, con tanti anni tra un disco e l’altro, le canzoni sono nate in tempi diversi e ne riflettono la differenza di musicalità? Dimmi se sbaglio.
Ce n’è forse una sola di diversa epoca. Non è stato facile scegliere, perché grazie al cielo e alle stelle ho moltissimo materiale nuovo, ci sarebbero già due potenziali album semiprodotti, ma la prima scelta è caduta su quello che stiamo ascoltando. Quello della compattezza era un timore teorico che avevo prima di approcciare il lavoro, ma ho fatto un atto di fiducia sulle collaborazioni con persone che già mi conoscevano bene e sul fatto di arrivare con dei provini che parlavano già piuttosto chiaro. È stata una scommessa vinta, perché io Sentimental City lo visualizzo come un arcobaleno: colori diversi che fanno parte di un unicum. La canzone di qualche anno prima è quella a cui ho affidato, non a caso, la conclusione dell’album: «Non qui», con sovrapposizioni di chitarre. La chitarra acustica l’ho affidata al feudo torinese, al maestro Sandro Fiorio, con cui avevo già lavorato nel mio album Universo Fortis, in particolare per «Lettera a un sogno», che parlava della tragedia delle Torri Gemelle. Il resto della canzone me lo sono suonato tutto io, su una linea melodica di arrangiamento d’archi che avevo scritto. Ho avuto la fortuna di conoscere un po’ tutto l’entourage beatlesiano, tranne John per ovvi motivi: tutti e tre gli altri Beatles, ma anche Cynthia Lennon, la prima moglie, e Julian Lennon, che è stato ospite da me in studio quando ho registrato l’album Assolutamente tuo con Carlos Alomar, produttore di David Bowie. Da lì nasce «Un giorno a Liverpool», che va un po’ in parallelo con «Non qui»: immagino che Cynthia e John si ritrovino su una nuvola e guardino dall’alto gli stessi posti che li avevano visti ragazzi, costruendo poi una storia che ha cambiato non soltanto la musica ma addirittura i costumi della società. E provo a vedere oggi, a intuire che cosa può succedere in quegli stessi angoli, a Matthew Street come nei posti dove si incontravano, sempre con questo parallelismo di spazio, tempo, radici, presente e futuro di cui è pervaso tutto l’album.
Parliamo di «Shopping con Alanis», la canzone del disco ispirata al tuo sogno di incontrare Alanis Morissette e di fare shopping con lei. Io adoro Alanis, e la storia di questo incontro è divertente. Trovo strano che tra voi non sia nata anche una collaborazione musicale.
Sarebbe un bel desiderio. Ho conosciuto Alanis quando viveva a Los Angeles e io lì registravo il mio quarto-quinto progetto, al giro di boa del millennio, nel 2001. Molte delle persone che hanno collaborato al mio album erano storici collaboratori dei dischi di successo di Alanis Morissette, e così l’ho conosciuta dopo il suo concerto all’Hollywood Bowl: la persona che ha suonato la chitarra con me e ha fatto i cori era il leader della band che apriva i suoi concerti, gli Imperial Dragon. Io l’adoro dal punto di vista musicale, ma mi piace molto anche come persona, come donna.
Un pezzo insieme verrebbe bene, in futuro, no?
È una Gemelli anche lei, e chissà, magari. Intanto cominciamo a goderci questo incontro, a distanza di anni, in questo caso immaginario, nello shopping center. «Shopping con Alanis» naviga tra il bisogno della quotidianità primordiale, perché il grande magazzino ormai fa parte della nostra vita di ogni giorno, e ciò che il destino può prepararti a sorpresa: l’incontro con una persona che non conosci e che magari diventerà l’amore della tua vita. C’è anche un terzo contenuto valoriale, che accenno nello special quando dico «tra pipa e Manitù, shopping center selvaggio»: mi riferisco ai nativi d’America, una causa che mi appassiona e che ho sempre seguito, tanto da aver capitanato un’ambasceria Unicef per i bambini della Navajo Nation. Sono gli opposti della vita, perché la vita è fatta del contrasto degli opposti, che bisogna tentare di armonizzare. Dobbiamo fare la spesa, ma dobbiamo anche sognare.
Un’altra canzone che mi ha colpito molto è «Ricordati di me»: epica, immensa, con la tua interpretazione superlativa e un arrangiamento incredibile, un’orchestrazione sconfinata.
È stata realizzata proprio nel feudo napoletano, insieme a «E non ti ho avuta mai»: una più ritmica, l’altra più ballad melodica. Qui abbiamo un ospite illustre, diventato un grande amico, il maestro Moni Ovadia, un guerriero dell’anima, come lo chiamo io. In «Ricordati di me» metto la frase in bocca a tutti i nostri servizi tecnologici liquidi: la faccio dire al PC, al cellulare, al tablet, con la speranza che sia sempre l’uomo a poter accendere e spegnere i bottoni. Quando spegniamo il cellulare, immagino che lui ci dica: ricordati di me.
Sei sempre in tour, e con l’uscita dell’album porterai questi brani ancora più in giro. Hai già un calendario?
Ci stiamo lavorando: forse ci sarà anche un ritorno al Bravo Caffè, e stiamo guardando all’inizio dell’anno prossimo. Oltre a tutto il lavoro per l’album, mi tufferò ancora più intensamente in un altro progetto, perché nei primi mesi dell’anno prossimo uscirà la mia autobiografia con Elisabetta Sgarbi, per Baldini+Castoldi. Sarà un altro bell’impegno da qui a Natale.
Elisabetta l’ho intervistata per la Milanesiana poco tempo fa: un’altra grandissima artista, un bellissimo duo. E hai altri due dischi da preparare, con canzoni già pronte: non dovremo aspettare altri dodici anni, no?
Se le cose vanno bene, no. L’attesa è dovuta anche all’attenzione che pongo nel team di collaborazione: oggi avere un management in sintonia, e lo stesso vale per l’agenzia di booking e il resto, non è facile, per come va il nostro settore. Anche questo ha richiesto un po’ di tempo, ma sembra che adesso ci siano venti buoni.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Se abbiamo detto finora che l’arte, in tutte le sue declinazioni e soprattutto la musica, che forse è la parte sensorialmente più veloce, è già un’arma potentissima per ristabilire gli equilibri e il buon senso della vita, penso ce ne sia una ancora più forte, perché prescinde dall’età: l’immaginazione. C’è una frase di Albert Einstein che dice che l’immaginazione è più potente della conoscenza. Non rinunciamo mai a immaginare che possiamo essere i protagonisti e i fautori della nostra quotidianità e soprattutto di un futuro imminente, perché dobbiamo sentire la responsabilità e la gioia di consegnare qualcosa di decente alla generazione futura. Questo è Sentimental City.
MAURIZIO DONINI
Band:
Alberto Fortis
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




