VIRGINIO – INTERVISTA AL CANTAUTORE CHE PUBBLICA ‘DIO NELLA PIOGGIA’

Ci sono momenti in cui anche la pioggia può assumere un significato diverso: non più soltanto malinconia o nostalgia, ma un’occasione per ritrovare una connessione con il mondo, riscoprire la speranza e guardare al futuro con occhi nuovi. È da questa immagine, intima e universale, che nasce ‘Dio nella pioggia’, il nuovo singolo di Virginio, un brano che intreccia la sensibilità melodica del pop italiano con le sonorità messicane e gli elementi mariachi, dando vita a un incontro musicale che racconta anche una parte importante del presente dell’artista.

Cantautore dalla scrittura personale e dalla spiccata sensibilità interpretativa, Virginio sta vivendo una fase di apertura internazionale che lo porta sempre più spesso oltre i confini italiani. Il rapporto con il Messico, in particolare, è diventato una componente significativa del suo percorso artistico e umano: una terra che lo ha accolto e ispirato, suggerendogli nuove possibilità espressive senza rinunciare alla propria identità musicale. Pubblicato anche in lingua spagnola per il mercato americano e latinoamericano, Dio nella pioggia rappresenta proprio questo dialogo tra culture, lingue e tradizioni differenti.

Ma dietro la ricerca sonora c’è soprattutto un messaggio che guarda al presente. In un’epoca in cui l’incertezza e la paura sembrano spesso prevalere, Virginio sceglie di raccontare la speranza, la gentilezza e la possibilità di sentirsi parte di qualcosa di più grande. La musica diventa così uno spazio di incontro, capace di parlare d’amore, libertà emotiva e vicinanza umana. Con ‘Dio nella pioggia’ l’artista non si limita a inaugurare una nuova fase del proprio cammino internazionale: mette in musica una visione del mondo in cui nessuno dovrebbe sentirsi solo.

Ciao Virginio, “Dio nella pioggia” ha una versione italiana e una in spagnolo. Com’è nata?

«Ciao Antonino, questa canzone l’ho scritta in italiano e poi l’ho adattata in spagnolo. Alla fine è anche una questione tecnica: a volte l’italiano contiene determinate immagini, lo spagnolo altre, quindi dipende dai casi, non c’è un modo preciso. Oggi non si può stare in un mercato senza conoscere la lingua, soprattutto in uno così grande e variegato. Ho scoperto e approfondito una grande diversità all’interno dell’America Latina: non è un unico grande Paese, ma un insieme di Paesi con culture differenti. Li accomuna un’attitudine latina, ma esistono tantissime sfaccettature, dagli accenti ai modi di fare, fino al cibo. E poi c’è il Brasile, che è un altro mondo ancora. Sicuramente c’è da studiare. Una cosa bellissima, però, è che tutti conoscono l’Italia e la amano molto.»

Tu vivi a Miami e hai un legame sempre più forte con il Messico. Che cosa ti ha dato questo incontro?

«Miami è un po’ la capitale dell’America Latina: una città cosmopolita, piena di culture diverse, da Cuba al Messico, dalla Repubblica Dominicana all’Argentina e alla Colombia. Stando molto a Città del Messico, che considero la New York dell’America Latina, ho scoperto tante cose. Mi affascina la fusione tra il mondo precedente alla colonizzazione e quello occidentale importato e adottato successivamente. Da una storia complessa è nata una poesia: questa commistione tra due mondi è una meraviglia. Città del Messico è enorme, trovi di tutto, dai grattacieli alla casa di Frida Kahlo, dai quartieri più tradizionali e folcloristici alle zone più moderne. E poi c’è la gente, che ama la musica e ne fruisce continuamente. Ho suonato in tanti posti ed è stato bellissimo ritrovare persone che mi seguivano e che mi scrivevano da anni dicendomi che avrebbero voluto ascoltarmi dal vivo. Finalmente ci sono riusciti, e conoscevano anche le mie canzoni in italiano. È un amore per la musica, ma anche per il nostro Paese.»

Quanto di questo mondo è entrato nel suono di “Dio nella pioggia”?

«Non so dire quanto sia cambiato artisticamente vivendo lì, ma sicuramente sono stato influenzato, e credo che in questo brano si senta. C’è la mia melodia italiana, però volevo creare una commistione con sonorità che in Messico sono tradizionalmente associate al folclore. C’è anche un genere molto forte in America Latina e negli Stati Uniti, il regional messicano, con artisti pazzeschi come Christian Nodal e Carín León, magari poco conosciuti in Italia ma ai primi posti delle classifiche americane, non soltanto latine. È un genere innovativo, che unisce il pop a questi suoni. Mi piaceva fare questo mix, anche sapendo che non si tratta di qualcosa che ascolti tradizionalmente nelle radio italiane. Volevo portare qualcosa di diverso e credo che, nella misura in cui i due mondi riescono a parlarsi e a convivere, il risultato sia riuscito. Naturalmente non devo essere io a dirlo! Quando parte la tromba del mariachi mi emoziono: è qualcosa che mi richiama la terra, la tradizione, una dimensione viscerale.»

Nel testo c’è un domani che sembra finalmente smettere di essere un’attesa. È questo il messaggio?

«Esattamente. Quando il protagonista dice che magari domani non avremo più bisogno di pensare al futuro, intende che non saremo più preoccupati per quello che verrà. Non diremo più: “Domani arriverà un momento bello”, perché quel momento bello sarà già successo. È un augurio: come a dire che domani non diremo più “domani”. Sarà il raggiungimento di ciò che speriamo, il momento in cui quello che desideriamo diventerà finalmente presente.»

E Dio, invece, perché si trova proprio nella pioggia?

«L’idea mi è stata ispirata da un film molto bello: ‘V per Vendetta’. C’è una scena in cui una ragazza, imprigionata in carcere, racconta la propria storia e comincia dicendo: “Mia nonna mi diceva sempre che Dio è nella pioggia”. È una frase che mi ha sempre colpito. Quando pensi a Dio o alla divinità, immagini la luce, qualcosa di apparentemente positivo. Per me, invece, significa che Dio è nelle cose che non ti aspetti, nella quotidianità, anche in qualcosa da cui tendiamo a proteggerci, come la pioggia. Può esserci una provvidenza anche lì. Mi viene in mente un’altra frase molto bella: «Io ho chiesto a Dio i fiori e lui mi ha mandato la pioggia». A volte abbiamo bisogno di cose che non sappiamo ancora riconoscere. La pioggia, poi, mette in contatto il cielo con la terra. Sono sempre stato un grande fan della pioggia, da buon malinconico quale sono: anche quando piove a Miami, per me è un momento bello.»

La tua curiosità sembra portarti spesso fuori da te stesso, verso il cinema e le storie degli altri. È così che trovi le idee per le canzoni?

«Pesco le risorse dalla vita. Non sono uno di quegli artisti che parlano continuamente di sé: mi piace molto ascoltare le persone, mi incuriosisce ciò che è diverso da me. Sono curioso e appassionato di cinema, e spesso nelle mie canzoni ci sono riferimenti cinematografici, come è successo con Dio nella pioggia. A volte li inserisco anche nei video. In ‘Cubalibre’, per esempio, c’è un piccolo riferimento a Bertolucci, nel mio piccolo ovviamente! Abbiamo richiamato anche ‘The Dreamers’, ricreando alcune scene, nonostante fosse un singolo che non c’entrava direttamente con quel mondo. Mi piaceva nascondere nel video questi riferimenti qua e là.»

Con “Grazie al caso” ti trovi dall’altra parte, ad ascoltare e a guidare una conversazione. Che cosa hai scoperto di te in questa esperienza?

«Sono all’ascolto, ma dirigo anche la conversazione. Un dialogo è fatto di tante cose, soprattutto quando si affronta un argomento così ampio come quello del mio podcast: la casualità, il destino. Grazie al caso è un titolo inattaccabile, se ci pensi! Ho trovato in Rai una squadra meravigliosa, capitanata dal direttore Gianfranco Zinzilli, e ho avuto grande libertà creativa. Nonostante il titolo un po’ “birichino” (ride, nda), il podcast è serio: ci sono momenti ludici, ma l’argomento non viene sbeffeggiato né affrontato con ironia. Volevo un titolo che restasse in testa. Mi piace questa doppia dimensione, ascoltare e al tempo stesso dirigere la conversazione. Mi piacerebbe fare radio, anche se vivendo a Miami è sempre complicato. Credo che un artista debba avere un ego alimentato, altrimenti non potrebbe stare su un palco e reggere quella pressione. Ci sono pro e contro, perché salire su un palco non è semplice. Bisogna però anche imparare ad addomesticare il proprio ego. Quando scrivi, è bello spaziare: mi piace farlo da solo, come in questo caso, ma anche insieme agli altri, scambiandoci idee e influenze. Ho scritto Dio nella pioggia da solo, ma ho voluto accogliere le influenze di un altro mondo, quello messicano. Mi piace aprirmi a nuove prospettive, fino ad arrivare a pensare che anche nella pioggia ci possa essere Dio.»

Da bambino ballavi in mezzo ai tavoli. Guardando il percorso che hai fatto, quanto c’è stato di destino e quanto di casualità?

«Non so se l’incontro con la musica sia stato un caso. Da piccolo ero abbastanza estroverso, ballavo in mezzo ai tavoli con grande imbarazzo dei miei genitori! Nella copertina di ‘Semplifica’ ho inserito una mia foto da bambino: non riuscivo a stare fermo e, a un certo punto, mi hanno fotografato con le mani alzate. Penso di essere stato destinato alla musica, anche se non avevo idea di dove mi avrebbe portato quel destino. Ho sempre saputo di voler essere un cantautore, di voler cantare le mie canzoni. Per me è stato chiaro fin dall’inizio, almeno da quando ho cominciato a scrivere, a tredici anni.

E poi c’è il rapporto con il pubblico. Quando le persone mi ascoltano dal vivo, si crea una vibrazione diversa. Un album è bello, una canzone incisa può funzionare benissimo, ma dal vivo c’è un’energia particolare. Quando canto mi piace creare una connessione con le persone: arriva loro una vibrazione ancora diversa rispetto a quella che possono provare ascoltando un mp3.»

Antonino Muscaglione

Credits:
Scritto e composto da Virginio Simonelli
Foto Marco Melfi
Contatti: Glamrock Agency – Gabriela Urquiza – gabriela@glamrockagency.com
Regista/Director: Ethan Malka
Attori/Actors: Giuseppe Pinto Luca Scala
Consulenza Creativa/Creative Consultant: Domenico Iannizzi

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