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STEFANO “CISCO” BELLOTTI – Intervista su carriera e MEI 2026

STEFANO “CISCO” BELLOTTI – Intervista su carriera e MEI 2026

In occasione della premiazione come Artista Indipendente dell’Anno (PIMI 2026) al [MEI – Meeting Etichette Indipendenti] 2026, ho intervistato Stefano “Cisco” Bellotti.

Ciao Cisco, piacere di conoscerci, vuoi iniziare raccontandomi come entrasti nei Modena City Ramblers?
Salendo sul palco, diciamo così, un po’ alticcio, ubriaco, in una serata di febbraio del ’92, quando i Modena [City Ramblers] si erano formati da qualche mese ed erano ancora un gruppo aperto. Salii sul palco e da quel momento mi chiesero di entrare in pianta stabile nel gruppo. Da lì è iniziato un viaggio nel mondo della musica durato fino a fine 2005. Con i Modena sono stato fino a quella data; dal 2006 in poi sono un solista — quindi ormai vent’anni, festeggio i vent’anni di carriera da solista.

E i tuoi ascolti precedenti, da giovane, quali erano?
Prima di entrare nel mondo della musica sono cresciuto con un fratello maggiore di dieci anni che ascoltava esclusivamente cantautori italiani. Visto che siamo a tema: Guccini su tutti, De André, Dalla, De Gregori, Jannacci, Vecchioni — sono cresciuto per osmosi con quelle canzoni. Poi, dai 12-13 anni in poi, quando ho avuto il mio spazio libero di scelta, ho cominciato ad ascoltare musica rock. Sono partito dai Beatles, che mi hanno aperto un mondo e che ancora oggi credo siano il mio gruppo preferito in assoluto. Poi ho scoperto vari generi rock, fino al metal e al punk — in generale tutta la musica rock suonata, che è quello che mi piace di più. Ancora oggi sono abbastanza onnivoro, anche se ammetto che ascolto pochissima roba nuova: soprattutto musica del ‘900, dagli anni ’50 ai 60-70-80-90. Sono gli anni in cui per me la musica ha dato il meglio di sé.

Sembriamo due vecchi brontoloni… Ma allora cosa ascolti adesso? Si fa fatica a trovare qualcosa di bello, o perlomeno di nuovo.
Sì, faccio molta fatica, non riesco ad affezionarmi a nulla di nuovo. Non voglio dire “si stava meglio quando si stava peggio”, però mi sembra che in generale la musica abbia dato il meglio negli anni passati. Adesso c’è un grande riflusso: il genere nuovo non lo sopporto, dal trap al rap non faccio parte di quel mondo e non riesco ad apprezzarne le qualità. Anche nel rock nuovo sento tanti gruppi derivativi che mi ricordano cose più belle degli anni ’70, ’80 e ’90. I Greta Van Fleet sono l’esempio perfetto: se li devo ascoltare, preferisco i Led Zeppelin.

Sono bravi i Greta, però alla fine sono gli Zeppelin degli anni ’70, che erano il meglio.
Esatto, esatto.

Poi ti sei dedicato al folk rock — quello che porti in giro adesso, il tuo genere attuale. Riascoltandolo prima di chiamarti: storie emiliane, delle nostre terre. Un po’ questo è il tuo ambiente, no?
Sì, assolutamente. Verso fine anni ’90 ho sviluppato questo grande amore per la cultura e la musica irlandese, dal folk irlandese che poi si è allargato al folk in generale — latino-americano, balcanico, del Nord Europa. Sono andato alla ricerca di gruppi, suoni e canzoni del mondo popolare folk. Mi sono accorto, tra l’altro — una cosa che si dice troppo poco — che soprattutto il folk britannico e celtico ha molta attinenza con il rock anni ’70 che ascoltavamo, dai Led Zeppelin agli stessi Pink Floyd, che hanno alcune ballate folk meravigliose. Mi sono ritrovato a casa in quei due mondi: il rock anni ’70 e il folk, la musica popolare. Ne ho fatto la mia cifra stilistica: ho un’attitudine rock quando sono sul palco, ma in realtà sono un cantastorie, un cantautore folk dalle profonde radici folk. Quando scrivo prendo spunto dal mondo folk — ancora oggi mi piace raccontare storie usando il metodo semplice dei 3-4 accordi che girano e legano la canzone, narrando la storia attraverso il testo. Per me la musica è una cornice a un quadro fatto dal testo della canzone stessa.

Sei sempre stato aperto a tanti generi — pensa ai Jethro Tull, che passarono al folk e poi tornarono al rock. Anche tu hai attraversato tanti generi, dal metal al rock, per approdare a questo. Pensi che sia quello definitivo, o chissà in futuro?
Dopo 35 anni di carriera non posso scostarmi più di tanto — non ne ho né la capacità né la spinta. È come chiedere a uno che fa un certo tipo di musica da 38 anni di provare a fare qualcosa di completamente diverso: non è il mio mondo. Continuo ad ascoltare musica diversa da quella che faccio, ma quando mi approccio a scrivere e a fare dischi ho dei canoni ben precisi su cui voglio stare. Se fossi in grado, farei pezzi come i Beatles — sarebbe il top per me — ma non ne sono capace, e faccio anche fatica ad avvicinarmi a quel mondo, sia per capacità sia per rispetto assoluto verso quello che hanno fatto come gruppo e come musicisti.

Se bisogna fare come il mitico Robert Plant, che dai Led Zeppelin è passato alla musica quasi spirituale.
Robert Plant può permettersi di fare tutto, ha un carisma e uno spessore che glielo consentono. Ti contraddico, perché sarebbe ridicolo se Robert Plant rifacesse i Led Zeppelin oggi. Forse solo Mick Jagger può ancora fare quella cosa in modo credibile; gli altri, per me, sono ridicoli. Quindi ben venga il Plant folk, che si mette in discussione con dischi molto…

Tanta, tanta roba.
Molti artisti da quegli anni non ne sono usciti vivi artisticamente, perché non sono stati in grado di rimettersi in gioco. Altri invece sono stati capaci di ricostruirsi una carriera. Faccio sempre l’esempio di Johnny Cash: ha fatto la sua carriera di cantante country, anche dannato a suo modo, per poi ricostruirsi da anziano, a fine carriera, con gli American Recordings — una carriera clamorosa, forse ancora migliore della precedente. Lì ci vuole capacità e intelligenza per riuscirci.

Abbiamo parlato dei grandi del passato — e poi la musica è cambiata anche come fruizione. Siamo nati con cassette e vinili, poi i CD, adesso lo streaming, che è completamente diverso. Ha rivoluzionato tutto, anche il modo di fare musica: molti gruppi, come mi diceva anche De Gregori, non vanno più in studio come una volta perché non hanno più riscontri. Se un pezzo non piace subito, i ragazzi passano al successivo; se non superi i 30 secondi, Spotify non ti dà nemmeno le royalties. Tu come l’hai vissuta, questa trasformazione?
In generale hanno ragione. Resta però l’etica del lavoro: quando hai una cosa da dire e un progetto su cui lavorare, alla fine non lo fai solo per guadagnarci — lo fai perché hai un’urgenza espressiva. Ancora oggi, a quasi sessant’anni, mi ritrovo a scrivere canzoni e a fare dischi. È uscito l’ultimo a marzo, si chiama “Reduci”, che pochi hanno sentito, se non la mia stretta cerchia di affezionati. Ma non è quello l’importante — l’importante è fare le cose fatte bene, non perché il mercato chiede una cosa piuttosto che un’altra. Se devo fare le hit estive, sono la persona sbagliata, come molti della mia generazione. Oggi si ragiona tutto in modo diverso, su streaming e numeri di follower, cose che non mi appartengono. Ma questo non mi fermerà dal fare dischi e canzoni, che vengano ascoltati da mille persone o da un milione. Per me conta essere onesto con me stesso e con chi ascolta, nel momento in cui scrivo e lavoro. Il crowdfunding aiuta ad affrontare le spese, altrimenti fare dischi oggi sarebbe una perdita economica secca.

Tu hai però un vantaggio: una fanbase solida che ti segue da sempre, non di quelle che passano di moda in fretta. Hai un forte seguito anche dal vivo — sei famoso proprio per questo approccio live.
È vero, è una fortuna che mi permette ancora oggi di fare questo mestiere. Ma l’importante, al di là dei numeri, è farlo con rispetto e dignità, con quell’etica di cui parlavo. Ho visto colleghi — non faccio nomi — rincorrere mode che non gli appartenevano, e non sono finiti bene. Secondo me l’importante è essere sé stessi, fare la propria roba: sarà il tempo a dire se quella roba aveva un valore — non economico, ma culturale, musicale — e se resta nella memoria collettiva.

A dimostrazione di questo: l’oggetto di questa telefonata è che salirai sul palco del MEI, l’etichetta indipendente, un posto storico — salire in Piazza del Popolo a Faenza col MEI non è poco, è un bel segno di riconoscimento. Sei contento?

Assolutamente, è una soddisfazione. Non è la prima volta che partecipo al MEI, conosco quel mondo, è una cosa di prestigio — ma è la prima volta che vengo premiato come Artista Indipendente dell’Anno. Mi fa davvero piacere, sono molto orgoglioso, anche se ci tengo a precisare che non ho mai creduto tanto nei premi, soprattutto in quelli musicali — non è mai stata una cosa per cui non dormivo la notte. Però, dopo 35 anni di carriera, che venga riconosciuto questo premio mi fa piacere: lo prendo e ringrazio soprattutto tutta la gente che mi ha permesso, dopo 35 anni, di essere sul palco del MEI a riceverlo. Ne sono fiero. Ho vissuto 35 anni senza premi e sarei andato avanti comunque, ma sarò felice e molto contento di essere in piazza al MEI a festeggiare una serata speciale, per me, per chi suona con me e soprattutto per chi mi ascolta e sarà lì in piazza insieme a me.

Penso sia un riconoscimento anche per chi ti segue da tanti anni — per i fan è comunque una soddisfazione. E poi il MEI è un premio particolare: si è sempre distinto per non premiare le cose commerciali, ma per cercare di premiare la qualità, non chi ha milioni di follower. Un bel merito — puoi goderti il momento.
Dai, sì, va bene.

Progetti futuri? Il disco è uscito da poco — stai già lavorando a qualcos’altro, magari un nuovo tour dal vivo?
Il tour andrà avanti fino a ottobre, siamo in giro tutta l’estate: abbiamo già fatto una trentina di date, ne restano altre 10-15. Poi credo mi fermerò un attimo per riposare — tra virgolette, perché quando sei fermo non ti riposi mai — più che altro per riordinare le idee e ripartire magari con l’anno nuovo, con un nuovo progetto. Non un disco nuovo, ci tengo a precisarlo, ma magari un nuovo tour, qualcosa che possa dare ampio respiro a questi 35 anni di carriera.

Magari qualche collaborazione che ti piacerebbe fare in futuro?
Ce ne sono tantissime, ma ormai anche le collaborazioni sono sempre più rare, se non per convenienza delle parti. Tornando al discorso di prima: non facendo parte di quel mondo lì, le collaborazioni le riservo per gli amici e per le persone con cui ho davvero un pezzo di strada da condividere.

Magari alla nostra età possiamo goderci la libertà di fare queste scelte, no?
Esatto, esatto, esatto.

I vantaggi della terza età. Vuoi aggiungere qualcosa?
No, abbiamo già detto tante cose, ti ringrazio.

Allora ci vediamo giù al MEI — magari ci beviamo una birra insieme in Piazza del Popolo.
Molto volentieri.

Va bene, buona giornata e ci vediamo là.
Ciao, ciao, ciao.

MAURIZIO DONINI

Stefano “Cisco” Bellotti

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