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SMILE – “THE NAME OF THIS BAND IS SMILE” IL DISCO CHE ESORCIZZA I TEMPI DIFFICILI

SMILE – “THE NAME OF THIS BAND IS SMILE” IL DISCO CHE ESORCIZZA I TEMPI DIFFICILI

Abbiamo raggiunto gli Smile, band torinese il cui disco “The Name Of This Band Is Smile” rispecchia pienamente lo spirito della band che racconta questo periodo difficile, lo stress attuale e la monotonia della vita contemporanea e attuale, attraverso canzoni da tre minuti, in grado di unire al nervosismo post-punk, una voce profonda e riflessiva, interiore.
Gli Smile li abbiamo apprezzati anche quando hanno presentato  l’interessantissimo video di “Broken Kid”, uno dei brani contenuti in questo ottimo album di debutto, uscito il 26 marzo scorso. (Subjangle / Dotto).
Li abbiamo raggiunti e intervistati per Tuttorock, con risposte collettive:

Parliamo del vostro album di debutto “The Name Of This Band Is Smile”: una sorta di vostro manifesto. Come nasce, qual è l’idea creativa? C’è filo conduttore?
Vuole essere un biglietto da visita. Noi siamo gli Smile, e suoniamo questa musica qui. Canzoni da tre minuti che cercano il bilanciamento perfetto tra una melodia molto presente e una forza nervosa schietta e senza fronzoli. È una fotografia piuttosto fedele del nostro primo anno di vita, una raccolta di racconta sulla vita contemporanea ai tempi della precarietà, dell’incertezza e della delusione che si trasforma in disillusione.

Il disco è stato anticipato dai singoli Every New Mistake, Just So You Know, Time To Run e From Here On: come nascono e quando?

Le canzoni nascono da piccole idee che possono arrivare da una traccia di chitarra (la maggior parte), o un’idea di basso (come nel caso di “Time To Run”). Il primo disco ha avuto questo approccio: una costruzione per gradi cui poi abbiamo agito per sottrazione. Meno note, meno orpelli, meno parole. La prima “Every New Mistake” – che Hamilton aveva scritto prima degli Smile – aveva accordi più presenti e potenti, abbiamo deciso di svuotarli per costruire degli arpeggi. “From Here On”, era inutilmente più veloce: abbiamo potenziato la melodia, e così via. “Time To Run” invece è un caso diverso: quella che ascoltate su disco è sostanzialmente il frutto della prima volta in cui l’abbiamo provata. Non scherziamo quando diciamo di averci messo circa mezz’ora a scriverla.

Il disco rispecchia pienamente il vostro spirito, raccontate in particolare la monotonia e l’alienazione della vita contemporanea, spiegate in pochi minuti la società liquida, lo stress quotidiano, il vuoto che stiamo vivendo?

Sì, è esattamente il nostro obiettivo: condensare nella nostra formula apparentemente scarna tutto il coacervo di frustrazioni, preoccupazioni, disagio che affrontiamo quotidianamente. E meno male che lo abbiamo fatto! Altrimenti ci saremmo tenuti tutto dentro, in pieno stile torinese. Tra le letture che hanno influenzato il disco ci sono sicuramente le riflessioni di Mark Fisher sul realismo capitalista, in cui il filosofo inglese purtroppo morto suicida nel 2017, lega la depressione, l’inedia e il senso di vuoto della vita contemporanea alla messa a valore di ogni aspetto della vita quotidiana (compreso gli aspetti immateriali legati ai sentimenti), nella mancanza di alternative a questo capitalismo produttivista e mercificatorio, La società non è più liquida: è evaporata.

Come è cambiata Torino, oggi? Potremmo anche dire, come è cambiata l’Italia?

Umberto Eco diceva che senza l’Italia, Torino sarebbe rimasta la stessa ma senza Torino l’Italia sarebbe stata diversa. E aveva ragione. Torino non è una città che si lascia amare con semplicità. Sembra immobile mentre è in costante mutazione, solo che spesso questo non coincide con un’evoluzione. Certo negli anni la città ha fatto di tutto per “uniformarsi” e perdere le proprie stille di unicità. E usciamo da questi anni come reduci da un cataclisma urbano: le persone si incontrano sempre meno, mancano i luoghi di aggregazione e di incontro. In questo la politica è certamente responsabile. Ma la storia di questa città ci viene in soccorso. Sembriamo abituati a dover toccare il fondo per poterci rimettere in piedi.

I social hanno amplificato l’aggressività e la frustrazione, secondo voi? Più che social, sono dei “dissocial”?

Potenziano la comunicazione come mai nessun altro mezzo prima. Questo ha lati negativi ma ne ha anche di positivi. Per rimanere nel nostro: c’è tutta una rete di amanti del nostro genere che sono molto, molto uniti. Fanno girare la musica che amano, la supportano, si confrontano, tutto senza il minimo campanilismo, senza nessuna competizione né qualsiasi altro intento malsano. Ma non dimentichiamo che i social sono parte di quel processo di mercificazione degli aspetti materiali e immateriali della persona di cui dicevamo sopra. Per questo creano polarizzazione, estremizzazione non necessaria (che è ben diverso dall’idea radicale o rivoluzionaria di cui forse ci sarebbe bisogno), narcisismo patologico, e fenomeni che conosciamo bene. Un antidoto? Accettarne la natura distorta e agire ai fianchi per creare legami virtuosi, cercando “comunità di senso” come, appunto, quella degli appassionati della musica underground per cui internet è sostanzialmente la possibilità di portare avanti la tradizione della scena con i mezzi di oggi.
La musica è una via di fuga, un mestiere, una professione, va trattata con rispetto, è la colonna sonora della nostra vita, non un gioco. La musica, insieme allo spettacolo e a tutta la cultura, sono trattate senza rispetto, i luoghi di cultura chiusi, la crisi è forte di tutto lo spettacolo. Un vostro pensiero su questo, in piena emergenza sanitaria.
Spero vivamente che si ritorni al più presto a riaprire concerti e eventi culturali. Le alternative che abbiamo provato a sperimentare nei mesi di maggiore tolleranza ci sono sembrate un po’ manchevoli: stare fermi e seduti limita molto la fruizione e inibisce anche un po’ l’artista. Inoltre la musica rock in questo paese non è mai stata considerata all’altezza della discussione. Siamo ancora a “i nostri artisti che ci fanno tanto divertire”, oppure a una merce che puoi catalogare e vendere anche se costa tanto e rende poco. Un settore che ha un peso gigantesco, ma immateriale. Come possiamo pretendere che il capitalismo e il potere possano accettare questi elementi nel loro cammino di conservazione e dominio del reale? L’arte sopravviverà sempre, ma deve immaginarsi davvero come alternativa.

Non esiste in Italia una Legge sulla Musica che tuteli artisti e lavoratori dello spettacolo. Cosa ne pensate?

Non ci aspettavamo niente di diverso. La storia della musica in Italia non è una storia di tutele e riconoscimenti. La musica va bene solo quando è intrattenimento. Per il resto è solo rumore di fondo, casino ai margini della strada e nelle periferie della città. La musica non morirà, ma quello che uscirà con le ossa rotte da questa pandemia sarà il sistema di club e locali, oltre che professionisti che non hanno avuto tutele minime per vivere dignitosamente. Noi facciamo musica underground, siamo abituati a pensare “ai margini”. Non ci interessa far divertire nessuno: ci interessa che le persone però possano avere una vita degna. Ecco, è lì che si sarebbe dovuto agire. Ma appunto, non ci aspettavamo niente di diverso.

Quando sono nate le canzoni dell’album? In che momento le avete scritte?

Le canzoni, come dicevano in apertura, sono state scritte lungo la seconda metà del 2019. Da luglio a dicembre. Abbiamo registrato quasi tutto il disco prima del lockdown di marzo 2020, e siamo riusciti a finire il disco tra uno spazio di tolleranza e l’altro. I lunghi mesi di silenzio e paura forzata ci hanno permesso di ascoltarci con calma e attenzione, mixando tutto al meglio.

Una curiosità, è maggiormente creativa la tristezza o la felicità e serenità? Viviamo di routine, mancanza di libertà e lavori precari, non è certo un momento sociale semplice. 

Verrebbe automatico rispondere che sono più creativi gli stati d’animo tendenti alla tristezza. Spesso si scrive musica quando si sta male, per sfogarsi, per vedere cosa c’è dentro quel grumo di dolore. La musica ha il potere quasi metafisico di mettere in linea gli aspetti emotivi più incastrati, sommersi e incardinati, dai lutti alle depressioni. Alla fine l’unica cosa è seguire il proprio istinto e per fare musica ognuno ha il proprio metodo per venire a capo dei problemi e affrontarli. Questo è un approccio utile a fare i conti con il “perturbante”, che è un po’ il grande rimosso di questo periodo storico (e che nella musica pop si sente benissimo in quanto totalmente priva di “conflitto”). Prima della pandemia ci ritrovavamo in sala dopo una giornata di lavoro e in quel momento usciva tutto. La musica è un termostato delle nostre temperature emotive.

Come nasce la vostra musica e perché? Cosa volete trasmettere a chi vi ascolta?

Nervosismo e irrequietezza, ma anche reazione e movimento. Le persone che ci hanno ascoltato sono rimaste colpite dalla netta separazione tra il tono “up” della musica, e lo stile cupo dei testi. In fondo facciamo una musica che ci piacerebbe ascoltare, che ci trasmette quelle scosse di elettricità che vorremmo condividere con le persone. Per gli Smile fare questo tipo di musica è inevitabile: non ci sono calcoli, ci sono solo quattro trentenni che imbracciano gli strumenti e cercano di essere onesti con loro stessi e con chi sta ad ascoltare.

La musica “resiste” come resistono gli strumenti a corda, sotto la pressione dei polpastrelli degli artisti. Resistenza o resilienza, per voi, o entrambe?

Dove c’è resistenza non c’è spazio per la resilienza. E va benissimo così. La musica degli Smile è un’azione politica che vuole resistere. Con le chitarre.

Alessandra Paparelli