FLAME PARADE – Intervista alla band che presenta “Hollywood Stray”
In occasione dell’uscita del nuovo album “Hollywood Stray” (etichetta Materiali Sonori, distribuzione The Orchard e publishing Hoodoo), ho avuto il piacere di intervistare Francesco Agozzino, chitarrista dei Flame Parade, band che attraversa indie rock, dream pop e suggestioni folk con un’identità sonora in costante trasformazione, definendo nel tempo un linguaggio sempre più personale.
Ciao e benvenuto su Tuttorock, ti chiedo subito come sta andando il vostro nuovo album “Hollywood Stray”, da me molto apprezzato, e che riscontri state avendo.
Ciao Marco, grazie mille, siamo contentissimi che il nostro nuovo album ti sia piaciuto. “Hollywood Stray” sta andando benissimo; ci sta sorprendendo e ci sta regalando già grandissime soddisfazioni soprattutto in termini di ascolti, feedback e concerti all’estero.
Brani che sono nati da un tema, da una parola, da un suono, o non seguite un particolare schema di scrittura?
La scrittura della nostra musica nasce da sempre, fin dai primissimi brani, da racconti che parlano delle nostre vite, i posti in cui viviamo e che vediamo con i nostri occhi. I pezzi nascono spessissimo da un vissuto che prende forma e si sviluppa in sala prove. Di solito, partiamo da una prima idea scritta da Zana (Marco Zampoli), che è il vero cantautore della band. La sua evoluzione, in maniera profondamente naturale, avviene poi attraverso la reciproca contaminazione durante le session.
In base a cosa decidete chi eseguirà la parte cantata di un brano?
Anche questo è un processo naturale. Letizia (Bonchi) ha iniziato a scrivere canzoni sue a partire dal nostro secondo album “Cosmic Gathering” col singolo “Kangaroo”. In “Cannibal Dreams” ha firmato “Dahlias” insieme a Matilde Davoli. In “Hollywood Stray”, abbiamo deciso di affidare la narrazione ad entrambi le nostre voci, Zana e Leti. Da qui la decisione di farli duettare quasi in tutti i brani.
Il tutto avviene al 100% nella nostra sala prove dove la magia prende forma sessione dopo sessione. È un luogo sacro in cui avviene il nostro personale rituale: abbiamo tutto il tempo di cui abbiamo bisogno, ascoltiamo, scriviamo suoniamo e soprattutto ci prendiamo spazio di poter “giocare” e mettere in discussione la nostra musica.
La vostra proposta musicale attraversa decenni di musica alternativa britannica, cosa rappresenta per voi quella terra e cosa rappresenta per voi la musica che è arrivata da Oltremanica?
Pensiamo che il Regno Unito sia un luogo fondamentale per la musica, come la conosciamo oggi. Da sempre ascoltiamo, anche se da background e scene differenti, musica d’Oltremanica.
A tal proposito, ricordo un discorso divertente fatto circa un anno e mezzo fa dopo la nostra esperienza a Bristol: “Quando entri in una casa italiana, è molto poco probabile che mangerai male o avrai brutte sorprese a tavola; in UK accade lo stesso, ma con la musica e la cultura musicale”. Con questo parallelismo vogliamo intendere che per noi il Regno Unito è sinonimo di musica di qualità, tradizione e cultura della musica e oggi continua ad essere un punto di riferimento per i musicisti di tutto il mondo.
Parlami un po’ del processo di registrazione, so che è avvenuto in presa diretta a Bristol, come mai questa scelta?
Registrare “Hollywood Stray” a Bristol con Ali Chant è stata un’esperienza unica; non ci sono altre parole per poterla descrivere.
Perché Bristol? Questa è una storia che ci piace sempre raccontare: ero in studio con Mattia (Calosci, bassista) e stavamo ascoltando ultime release interessanti. Qualche giorno prima avevo avuto occasione di ascoltare “Davey Says”, uno dei singoli di “Big Swimmer”, LP dei King Hannah. Mi aveva colpito particolarmente il carattere delle chitarre e la produzione della voce di quel brano. Con Mattia abbiamo fatto una piccola ricerca, che ci ha portato poi al nome di Ali Chant. Lo stesso pomeriggio abbiamo scoperto che tanti dischi che apprezziamo portano la sua firma. A quel punto, anche se con poche speranze di ricevere una risposta, avevamo tutte le motivazioni per scrivergli una mail con le nostre demo.
Contro ogni aspettativa, Ali ci ha risposto dopo qualche giorno, entusiasta ed interessato a produrre il nostro album.
Riteniamo che la musica contemporanea sia “infestata” da AI e overproduzioni pronte a scendere sul campo di battaglia di una sempre più soffocante “loudness war”; cercavamo un modo per poter registrare questo disco in maniera autentica, reale, misurata. Ali ci ha regalato l’esperienza che cercavamo nel suo Playpen a Bristol.
Lo studio è una sala unica in cui ogni singolo strumento è pronto per essere suonato e registrato. Le giornate iniziavano con un ascolto collettivo delle demo mentre Ali preparava il caffè in french press per tutti noi, distribuendo ad ognuno una tazza con simpatici artwork con frasi black humor.
Poi voleva che suonassimo i brani, tutti insieme, registrando tutto. Nient’altro, metronomi e ascolti in cuffia e il nostro strumento. Quando era abbastanza soddisfatto del risultato passavamo ai ritocchi finali, qualche layer in più di chitarre, ear candy sperimentali.
Il pomeriggio era spesso dedicato alle voci, per far funzionare il “duetto” tra Zana e Leti di cui palavamo prima. Era molto fiscale sulla pronuncia ma senza esasperazione. In alcuni casi non è stato semplicissimo: provateci voi ad armonizzare e pronunciare correttamente parole come “caught” davanti ad un produttore inglese! Dinanzi agli errori, da buon inglese, non si sbilanciava mai con commenti estremi; si limitava a dire “One more for luck”: questa frase per mesi, in via provvisoria, è stato il nome con cui chiamavamo “Hollywood Stray”. Rappresentava alla perfezione la ricerca di umanità che volevamo raccontare con questo album.
L’idea della copertina di chi è stata?
L’idea della copertina nasce, ed è stata sviluppata, da Mattia Calosci.
Da sempre, fin dai primi lavori, è lui che si occupa di dare un’immagine alla nostra musica. La cosa curiosa, è che il guizzo è nato proprio al Playpen di Bristol, durante le sessioni di registrazione delle voci. Questo disco è una serie di racconti profondamente umani e fragili: qui nasce l’idea di frammentare un’immagine. E cosa può raccontare al meglio un individuo se non una vecchia foto di famiglia? Tutti gli artwork legati a “Hollywood Stray” sono nostre fotografie recuperate dai vecchi album di famiglia, messe al centro e poi frammentate in piccole parti regolari: non una rottura ma piccoli ritagli.
Quando e come nascono i Flame Parade?
Come band, anche se con diversi cambi di formazione nel tempo, l’anno di nascita è il 2012, mentre il primo disco dei Flame Parade, “A New Home”, è stato pubblicato nel 2016, anticipato dal singolo “Berlin” del 2015.
Nel nostro primo lavoro si può percepire chiaramente l’ambiente in cui è nata la nostra band: davanti ad un enorme camino, in un casolare, una comune, nelle campagne toscane. In quel periodo passavamo tanto tempo lì, a Borronacci, circondati da musicisti ed artisti. Non è difficile capire perché abbiamo questo nome.
Visto che trattate il tema dell’ambizione e del successo, con uno sguardo critico su di esso, che significato assume per voi la frase “Avere successo nel mondo della musica”?
Oggi, per noi, aver successo nella musica è in primis avere la possibilità di poter portare la nostra musica in giro per l’Italia e l’Europa. Essere in tour ci permette di conoscere nuovi artisti, contaminare ed essere contaminati, vedere le nostre canzoni apprezzate fuori dai nostri confini. È quello a cui ambiamo da sempre.
C’è un vostro concerto che ricordi particolarmente?
Un concerto che portiamo nel cuore è senza alcun dubbio il palco del Lars Rock, estate 2024. Abbiamo condiviso la serata con DITZ e Gilla Band e suonato in un posto meraviglioso per un festival che adoriamo.
A proposito, avete davanti molte date tra Germania, Francia e Gran Bretagna, quando sarà possibile vedervi dal vivo in Italia?
Attualmente siamo in tour in Germania e Francia ma al nostro ritorno inizieremo finalmente con i concerti anche in Italia.
Ecco i primi appuntamenti: 7 Novembre al Glue di Firenze, per il nostro release party. Il 14 Novembre saremo a Torino all’Imbarchino del Valentino. Poi il 5 Dicembre alla Darsena di Castiglione del Lago e l’11 Dicembre al teatro Comunale di Cavriglia (AR) per il nostro tradizionale concerto di Natale. Abbiamo ancora tanti concerti italiani da annunciare per l’anno nuovo: li troverete sui nostri social prossimamente!
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
Grazie a voi per lo spazio preziosissimo.
Questa intervista non è stata generata con l’utilizzo di intelligenze artificiali.
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.









