EUGENIO FINARDI – Intervista sulla “Musica Ribelle” anni 2000
Maestro Finardi, grazie del tempo che ci dedica, è un grande piacere e ne sono veramente felice ed onorato. Scontato che, avendo solo qualche anno di differenza, le dica che siamo cresciuti con le sue canzoni, poi ovviamente il giro delle radio libere.
Sì, siamo cresciuti in un’epoca in cui la musica era un’altra cosa, il disco della settimana era dei Led Zeppelin, usciva Sgt. Pepper, bei tempi.
Già davvero, una sera ne parlavo con il grande Federico Fiumani, intervista con birra, e fra le altre cose ricordavamo quando nel disco si investiva la paghetta di una settimana e prima di riporlo al primo ascolto perché non ti aveva colpito, magari lo riascoltavi e scoprivi che invece meritava.
Il tipo di consumo della musica è molto cambiato, è un’arte che ha subito molti traumi ed eventi. Una volta in ogni casa, o quasi, c’era un pianoforte od una chitarra, perlomeno la dovevi suonicchiare diciamo, dovevi farla e viverla. Oggi è quasi scontato che ci sia musica, anche il tipo di musica è molto diverso.
Come avevo anticipato, vorrei riprendere da dove si fermava l’intervista splendida che ha rilasciato a Federico Guglielmi per Classic Rock e che trattava il secolo scorso. Ripartiamo dal 2000, quando lei ha iniziato a fare blues ed anche musica etnica, come il fado, pensava forse, come si dice ultimamente, che il rock fosse morto?
Secondo me il rock è vivo e vegeto e va avanti, posso dire che man mano si classicizza, i Greta Van Fleet ad esempio sono dichiaratamente i nuovi Led Zeppelin, e sono bravi, lo fanno molto bene. Al momento sto ascoltando Fantastic Negrito, ed è superlativo, fa un pezzo floydiano, poi uno di black music, è veramente eccezionale. In realtà io non sono uscito da un genere per entrare in un altro, sono sempre rimasto FInardi. Non è stato un passaggio, ma un allargare il cerchio. Io nasco figlio di una cantante lirica, sono stato abbonato alla Scala per otto anni, amo il blues, fondamentalmente mi considero un cantante rock-blues, non certo un cantautore, oppure tipo alla Stephen Stills piuttosto che un Brel o Brassens. Il primo esperimento è stato un disco di fado portoghese, nato quasi per scherzo. In quel periodo avevo forti conflitti con la casa discografica, volevano che mi omologassi ad un certo tipo di sound italiano che non è nelle mie corde. Loro erano insoddisfatti ed anche io in effetti, presi una decisione dopo un incontro avvenuto in occasione di Musicultura a Recanati con Francesco Di Giacomo del Banco, che conoscevo dagli anni ’70. Lui mi dice: “A Eugè, te và de cantà er fado? Quello di Amalia Rodriguez, sto facendo un disco”, e mi presenta un chitarrista, Marco Poeta. Come si dice sempre in questi casi gli dico di mandarmi una cassetta che ci avrei dato un ascolto. Quando arriva la faccio girare e mi venivano le lacrime agli occhi, compresi che avrei potuto, per vie traverse, togliermi la soddisfazione di cantare la canzone napoletana classica dell’800, cosa che non avrei potuto fare in italiano. Il fado ha molte affinità con la canzone napoletana, con la passione, il lirismo così vicino a quello che insegnava mia madre. In realtà venne fuori un piccolo tour di grande successo, ove fra le altre cose compresi che potevo fare un concerto senza cantare Extraterrestre o Musica Ribelle. Decidemmo quindi di fare questo disco di fado tutti assieme, con Francesco Di Giacomo, Elisa Ridolfi, Marco Poeta, Angelo Carrara che lo produceva. E proprio in quel frangente decisi di fare il grande salto, realizzare il sogno di fare un disco di blues, che era il mio grande amore, ma che nessuna casa discografica voleva produrre. Divenni quindi indipendente per produrmi da solo, di tasca mia. La sonorità che espressi con il blues incuriosì Carlo Boccadoro, mio carissimo amico e persona che stimo tantissimo, mi propose quindi di cantare Vladimir Vysotsky, questo mi portò persino alla Scala, non con questo progetto, ma con uno parallelo sempre di Carlo Boccadoro. E’ stato come “Spostare l’orizzonte”, non casualmente il titolo che ho dato al mio libro, salire su di un pallone aerostatico ed allargare la visione delle proprie possibilità ed anche capire quello che non posso fare.
Negli anni ’70 cantava di Musica Ribelle e di Vietnam, oggi hanno davvero vinto gli arrivisti e gli arroganti come canta in ‘Come Savonarola’?
A livello politico ed economico mondiale sicuramente sì, ha vinto il denaro, che è sempre stato un mezzo, è diventata l’unità di misura, quindi in questo ho fallito (risate…).
Un altro tema ricorrente nelle sue canzoni sono le donne, declinate da Osaka a Terceira, passando per Atene, che riflessione ha sull’emancipazione femminile nella società moderna.
‘Le donne di Atene’ e ‘Le ragazze di Terceira’ sono traduzioni, per cui in realtà non riflettono il mio pensiero, nel mio ultimo disco ci sono tre canzoni che parlano di donne. ‘Lei si illumina’ è molto positiva e solare nei confronti delle donne, io credo che con il passare del tempo, al crescere dell’et,à le donne si illuminano, crescono, invece gli uomini finita l’età testosteronica appassiscono. Poi ‘Le donne piangono in macchina’ che è molto in sintonia con la realtà femminile della vita oggi, ci si aspetta sempre che tutti si appoggiano alla donna nella famiglia, la figura materna che si occupa di tutti e nessuno si occupa dei suoi sentimenti, una canzone molto sottile. Cerco di avere molto rispetto per le donne, di essere molto dalla loro parte.
Negli anni ’70 il rock aveva una forte portanza, era una spinta al cambiamento, Nixon voleva cacciare Lennon dagli Stati Uniti perché ne aveva paura, oggi invece gli stessi americani eleggono Trump. Il rock ha ancora questa voglia, questo potere di fare da volano al cambiamento, o ha esaurito la sua spinta e la sua ragione ‘politica’ di essere?
Il rock oggi sta diventando una musica come il jazz o anche il blues, uno degli stilemi possibili, uno dei difetti odierni è che si parla di globalizzazione, ma in realtà siamo di fronte ad una ghettizzazione estrema, catalogazioni sempre più sottili, basta che cambi un suono e cambi genere. E’ molto strano definire con un’etichetta la musica di oggi, sono quasi migliaia di generi. Credo che ad esempio il rap esprima delle istanze sociali notevoli, un certo tipo di rock anche, il problema è che siamo in un momento in cui manca un’opposizione all’immagine del personaggio tipo Trump. Non c’è un equilibrio, c’è solo questa destra che possiamo definire populista, un potere che si nutre di paura e questo è il segno di una grande debolezza ideale.
In effetti ho visto come grandi live rock e blues, perfino i Supersonic Blues Machine con Billy Gibbons, fanno fatica a fare sold out, mentre invece il rap riempie gli stadi.
Sì, sì, in particolare il trap. Fanno 30.000 persone come niente, ma anche la nuova canzone italiana d’autore come Mannarino e Brunori ha molto successo.
Bisogna dire che anche i nostri storici Baglioni e Morandi riempire grandi platee.
Certo, io ho un pubblico di una certa età, e devo dire per fortuna, perché oramai sono gli unici che comprano i cd, i giovani sono tutti sulle piattaforme, da Youtube a Spotify, fanno numeri talmente enormi che guadagnano lì.
Qui ha anticipato un poco la prossima domanda, lei fa una musica particolare, colta, raffinata
Ahh ah no colta no, se voglio vado sul palco e faccio un live molto punk. Ho tante canzoni di tutti i tipi, posso fare un concerto spirituale come ‘Il silenzio e lo spirito’, ma anche un set da centro sociale molto punk.
Quello è sicurissimo, ma intendevo che oggi con la musica liquida si tende ad un tipo di musica molto immediato, pop, deve piacere subito. Trovare luoghi e serate per suonare è difficile o ancora si trovano spazi?
Per fortuna è un problema che io non sento, sono una specie di icona, quando faccio i selfie mi pare di essere come la Torre di Pisa, un monumento con i piccioni (risate…). Quindi io ed anche tanti altri artisti al di là del tempo come Ruggeri e Vecchioni funzioniamo ancora bene. Poi c’è tutta una generazione di mezzo, cantanti bravissimi come Carmen Consoli, Gazzè, Silvestri, potrei dire che loro sono i deputati, noi i senatori ad honorem. Mia figlia l’altro giorno mi ha fatto sentire Calcutta, un altro esempio che porto spesso è Ghali, la sua ‘Cara Italia’ è trent’anni dopo la mia ‘Dolce Italia’, in mezzo ci sta Jovanotti con ‘In Italia’. Quella di Ghali e la mia si assomigliano, perché entrambi siamo per metà extra-comunitari, lui tunisino, io americano, ma l’esperienza di essere a metà è la stessa.
Oltre la musica si è dedicato a scrittura e teatro, che importanza assegna a queste attività?
Il 20% per cento, il mio grandissimo amore rimane la musica, adesso poi conduco anche un programma in radio, Radio InBlu, ma sempre di musica si parla. Credo che la musica non venga insegnata nel modo giusto, è un linguaggio universale, non c’è mai stata una Torre di Babele, con un minimo di buona volontà siamo in grado di godere di qualunque tipo di musica, dai Balcani all’africana, alla classica. Ma tutti i generi musicali richiedono rispetto, ritengo la musica la regina delle arti, la più alta e spirituale, purtroppo in Italia, nel regno della parola dove il verbo è tutto, il suono e l’armonia sono considerati musica leggera.
Diciamo che se la radio non la fanno fare a lei non saprei a chi (risate…). Ma tornando a noi, il Nuovo Umanesimo, tema a lei caro, come lo intende?
Togliere la priorità al denaro e ridarla all’essere umano. Reintrodurre il rispetto per l’uomo, pensiamo ai morti in mare, i diritti dei neri negli Stati Uniti, ma anche da noi, la schiavitù nei nostri campi, il tutto alla fine per pochi decimali di pil, di finanza. Non possiamo misurare il benessere solo in base alla ricchezza economica. Pensiamo alla felicità, io sono stato in Sudan con Medici Senza Frontiere, hanno subito la guerra civile contro Khartoum, che poi portò alla divisione del paese. Io sono stato lì prima della guerra civile a fare il testimonial e mi sono reso conto che, malgrado la carestia e la strage per fame, la gente era mediamente più felice che qui. Pare che più si è ricchi, più ci sia malessere, a parte i super ricchi che vivono in un mondo a parte. Questo fa pensare che forse non c’è bisogno di tutte queste sovrastrutture, ma di un ruolo nella società, di dignità. Ma diamoci del tu se ti va.
Grazie, molto volentieri. L’ultimo disco che hai prodotto è Fibrillante, un disco fantastico di grande potenza, prodotto dal grande Max Casacci dei Subsonica e con la collaborazione del carissimo ed straordinario Manuel Agnelli. Un grande ritorno al rock dopo l’intermezzo spirituale e blues? ‘Come Savonarola’ richiama molto il sound di ‘Musica Ribelle’ sia in parole che musica.
‘Come Savonarola’ è ‘Musica Ribelle’ quarant’anni dopo (risate). E’ stato fatto apposta, mi hanno convinto Max Casacci ed il mio chitarrista, Giovanni Maggiore detto Giuvazza, con cui ho scritto 9 pezzi su 10 del disco, a tornare a fare FInardi. Ed in quel periodo stavamo anche trovando il materiale vecchio come Sugo, per il remastering, abbiamo quindi deciso di tornare a quel tipo di mentalità, di spirito. Con la band che ho adesso si è creato un feeling pazzesco, è un sentirsi come quando feci Diesel con gli Area, i ragazzi con cui suono adesso, di cui potrei essere il padre, vivono questi pezzi con un entusiasmo unico. GIuvazza ha imparato a suonare come Alberto Camerini che era un chitarrista mostruoso.
Avete fatto questo cofanetto di 5 cd dei pezzi storici rimasterizzandoli completamente.
La tecnologia di adesso ci permette di aggiungere e togliere frequenze, di fare tutto un lavoro di fino che non era possibile allora. Poi adesso questi dischi vengono trattati come dei classici, allora non c’era questa cura, i dischi venivano stampati e buttati lì, io mi sono accorto che c’era una perdita sulla alte frequenze nel passaggio dall’acetato al vinile, era come sentire passare una pasta abrasiva che toglieva 1.000 herz di alte, il procedimento non era così curato. Adesso ci sono suoni bassi, come capita nel trap, che nel vinile non era riproducibile, mentre nel digitale sì.
Sei stato anche il protagonista, come soggetto e come consulente poi, del musical ‘Musica Ribelle’, ma quando Ti hanno detto che stavano realizzando uno spettacolo con il tuo personaggio al centro cosa hai pensato?
(Molte risate) ahh ah mi sono toccato le parti intime, perché di solito queste cose le fanno dopo che sei morto.
Eugenio, io l’ho pensato, ma non l’ho detto, ma comunque una gran bella soddisfazione.
(Ancora molte risate) Vero, una grande soddisfazione ed un bellissimo risultato, questa compagnia di Livorno, la Todo Modo, ha fatto un lavoro straordinario.
Lì però ci hai preso gusto, perché adesso porti in giro uno spettacolo per teatri dove sali sul palco, Finardimente.
Finardimente è un’altra cosa, uno spettacolo in progressione, ogni volta è diverso, è la ricerca del succo di tutti questi filoni. In realtà nasce dalla consapevolezza che ti trovi di colpo ad essere un classico, quindi ci si trova ad avere un’idea di Finardi che è molto diversa da quella che ho io. E’ una evoluzione non solo mia, ma anche del pubblico, che ha accolto un progetto come Vysotsky in maniera straordinari, e non era obbligato ad interessarsi ad uno spettacolo del genere. Tutti gli orizzonti di cui parlavamo prima sono stati accolti molto bene, magari non necessariamente da una massa di persone, ma da abbastanza per giustificare il tutto.
Progetti futuri? Un nuovo disco all’orizzonte?
In questo momento no, non mi fermo da 6-7 anni. Il mio prossimo progetto è trovare un’isola deserta con una palma ed un ukulele.
MAURIZIO DONINI
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.



