YLENIA LUCISANO – Intervista sul ritorno al sud con “Fuija Fuija (slow)”
“FUIJA FUIJA (SLOW)” SECONDO CAPITOLO DEL VIAGGIO DELLA CANTAUTRICE CALABRESE YLENIA LUCISANO TRA ELETTRO FOLK, DIALETTO ROSSANESE E IL DESIDERIO DI RALLENTARE pirames.lnk.to/FuijaFuijaSlow
Intanto, per cominciare: sono ormai una quindicina d’anni che sei in attività. Come hai iniziato ad appassionarti alla musica, al canto, e a decidere di intraprendere questa carriera?
È una storia come tante, in realtà, perché vengo da una famiglia in cui mio papà fa questo lavoro — lo ha sempre fatto un po’ come secondo lavoro, per hobby. È sempre stato attivo musicalmente: musicista, cantante, cantautore. Ho iniziato con lui, ai classici piano bar che si facevano d’estate al mare. Sono stata io a insistere per continuare, perché lui era un po’ reticente, forse voleva proteggermi da questo mondo. Poi ha visto che me la cavavo e ha iniziato a farmi cantare le prime canzoni, finché alla fine chiamavano più me di lui per le serate: “Se non c’è tua figlia, non venire.” È nata così.
Sei stata a Milano, hai fatto tante aperture, festival: una carriera ben avviata. Poi c’è il tema fondamentale del ritorno alle origini. Hai sempre mescolato le tue due anime, quella calabrese e lo spostamento al nord. Milano è stata la tua base finora, giusto?
Sì. A 19 anni mi sono un po’ staccata da quel cordone, sia a livello familiare che musicale. Prima mi esibivo solo con mio padre, poi sono stati proprio i miei genitori a spingermi ad andare oltre i confini della mia città e fare esperienze. Ho vissuto prima a Roma, poi a Milano per 15 anni: lì ho fatto la mia gavetta, le mie esperienze, le mie disavventure — anni davvero intensi. A un certo punto ho sentito il bisogno di tornare a una vita più naturale, più tranquilla. Milano ti dà tanto, puoi non fermarti mai, ci sono sempre cose da fare e da costruire, ma poi, fisicamente e mentalmente, senti il bisogno di ritrovare dei confini, altrimenti ti disperdi. È un po’ quello che racconto nell’ultima canzone.
Se non fossi cresciuta artisticamente tra Roma e Milano, che sono i centri nevralgici della musica, difficilmente certi risultati — il Lunezia, il Primo Maggio, Sanremo — sarebbero arrivati restando in Calabria. È un dato di fatto.
È una realtà, sì. C’è comunque chi fa la sua carriera e vive di musica restando in Calabria, ma l’esigenza di doverti spostare per coltivare certe relazioni in qualche modo ti penalizza. Stare in un centro come Milano ti permette di immergerti al 100% nel tuo percorso, però perdi tanto altro: c’è sempre un prezzo da pagare. In tutti questi anni ho trascurato molto la mia famiglia, perché da Milano rientrare in Calabria diventa difficile anche per i collegamenti: oggi forse stanno migliorando, ma arrivare giù resta spesso il “viaggio della speranza”. Tante volte rinunci e ti accontenti di una telefonata, oppure a Natale non scendi perché i biglietti costano troppo. È un distacco quasi forzato: ti abitui a vivere da sola e, quando torni giù, ti senti quasi un po’ estranea a casa tua. È una sensazione comune a molti fuorisede al nord.
Musicalmente parlando, trasferendoti a Roma e Milano hai cantato prevalentemente in lingua, abbandonando un po’ il dialetto calabrese, rossanese. Hai dovuto ampliare e in un certo senso cambiare il tuo paradigma.
Sì, ho sperimentato, e mi sono anche lasciata influenzare dalle persone con cui lavoravo, che sicuramente volevano il meglio per me. Si attraversano fasi in cui ti lasci trascinare un po’ perché ti fidi, un po’ perché vuoi sentirti allineata alle dinamiche del mercato. Sono partita nel 2015 con il mio primo singolo, Movt Movt, in dialetto rossanese e italiano. Nel primo disco c’erano tre brani in dialetto ed è grazie a quelli che ho trovato più spazio e riscontro: mi hanno permesso, ad esempio, di aprire i concerti di Francesco De Gregori e di salire sul palco del Primo Maggio nel 2015. Erano scelte particolari per l’epoca, specie cantate da una ragazza giovane. Oggi invece le nuove generazioni usano moltissimo il dialetto: tanti artisti emergenti cantano nella propria lingua d’origine ed è ormai la normalità, perché si cerca l’autenticità. Dieci o quindici anni fa sembrava ancora strano. È stata comunque la matrice che mi ha definita in senso positivo e mi ha aperto diverse porte, penso anche al Kaulonia Festival. Poi c’è stato un periodo in cui mi sono buttata nel pop puro: esperienze formative e belle, ma sentivo che mancava quella cifra di personalità che oggi sto riscoprendo nelle nuove canzoni.
Quindi, per usare una battuta, è tempo di “remigrazione”? Torni in Calabria?
Esatto, un’immigrazione al contrario. Oggi mi sento un’immigrata al sud, perché da due mesi mi sono trasferita a Bari.
Non in Calabria, quindi?
Non in Calabria, per ora. È stata una decisione ponderata per un anno intero. Bari mi offre molto, garantendo ritmi e spazi di vita molto più umani rispetto a Milano, ma senza togliere opportunità professionali. È una città dinamica con il respiro del sud, quindi rappresenta la mia via di mezzo ideale: non me la sentivo di passare subito a un piccolo paese o alla campagna, avevo bisogno di un distacco graduale. Inoltre, da Bari arrivo a Rossano in due ore: questo mi permette di vivere la mia famiglia, scendere per le feste o per un weekend qualsiasi. Volevo continuare il mio percorso in un contesto aperto, universitario, pieno di fermento e locali.
In Puglia oggi l’attività musicale e culturale è vivacissima tra festival, rassegne e grandi eventi.
È un territorio vivo culturalmente e musicalmente, e c’è un calore umano tangibile: la gente per strada ti sorride, non c’è l’ansia perenne da prestazione, non ti senti soffocata dal cemento. Hai la sensazione di un contesto a misura d’uomo, ma con tutti i servizi di una metropoli. Ed è un valore enorme.
A fare da colonna sonora a questo rientro c’è il nuovo singolo, molto riuscito: Fuija Fuija (Slow).
Devo precisarlo spesso, difendendo la parlata rossanese: non è “’Nduja”, è “Fuija”! Bravissimo per averlo pronunciato correttamente, è sempre un ottimo spunto di conversazione.
Fuja Fuja, quindi: suona come un manifesto per questo ritorno. E la specifica “(Slow)” tra parentesi porta con sé un messaggio preciso: rallentare in un mondo che viaggia a ritmi forsennati.
C’è questa continua dicotomia interiore tra l’impulso a correre dietro a scadenze, ambizioni e visibilità — dinamica che ti porti dentro a prescindere dal luogo in cui vivi — e la necessità di rallentare. Negli ultimi tempi sentivo forte il bisogno di vivere in modo più “slow”, di prendermi del tempo, perché i risultati arrivano quando devono arrivare: se forzi le cose, raramente ottieni ciò che desideri. Volevo rispettare di più i miei ritmi naturali. Non è un inno all’ozio, ma un invito ad abitare con più consapevolezza e profondità ciò che facciamo ogni giorno.
Nel dialetto locale “fuija” significa proprio “scappa”, fuggire.
Esatto, fuggi. Che spesso significa fuggire da sé stessi, inseguendo mete indefinite fino a perdere il proprio centro. Sembra sempre di dover rincorrere chissà quale traguardo, ma mi sono resa conto che la vera priorità deve essere stare bene, sia fisicamente che mentalmente.
Guardando indietro alle collaborazioni importanti di questi anni — penso a Francesco De Gregori o a Roby Facchinetti, per esempio, — c’è un aneddoto particolare che ricordi con affetto?
Un aneddoto decisamente rock: la mia prima sigaretta l’ho fumata con Francesco De Gregori! Avevamo appena finito il soundcheck pomeridiano, lui ne ha accesa una e me l’ha passata. Io sono rimasta un po’ spiazzata e gli ho detto: “Veramente non ho mai fumato” — non per pregiudizio, semplicemente non mi piaceva l’idea. Mi ha fatto fare qualche tiro, ci sono anche le foto che poi misi su Instagram. È stato un momento leggero e divertente con un artista che per me è stato un maestro assoluto di scrittura; da ragazza analizzavo i suoi testi per carpirne i segreti. Ritrovarmi con lui che, scherzosamente, mi porta “sulla cattiva strada” è stato surreale e romantico. Naturalmente non ho più toccato una sigaretta dopo quel giorno.
Guardando avanti, oltre ai live, quali sono i prossimi progetti? Un EP, un album per intero, nuovi singoli?
Stiamo lavorando intensamente a nuovi brani, concentrandoci per ora sulla chiusura di un EP; vedremo strada facendo se si evolverà in un album completo. Il focus principale è ricostruire un repertorio che rispecchi fedelmente chi sono oggi. Nei concerti riprenderò probabilmente qualche pezzo del passato, ma la priorità resta un’identità artistica solida e sincera. Voglio applicare la filosofia dello “slow” anche a questo percorso: fare solo le cose che sento profondamente mie, senza l’ansia di dover fare tutto a tutti i costi. Al centro devono rimanere la scrittura, l’arte, la cura della musica. Il resto — live e circuitazione compresi — verrà da sé, catalizzando le persone che vorranno sposare sinceramente questo progetto.
La lingua rossanese continuerà a essere il perno di questa produzione o alternerai con l’italiano?
Per me il dialetto è sinonimo di verità: aggira i filtri razionali e attinge direttamente alla sfera viscerale, che si tratti di rabbia o di gioia. Spesso penso o reagisco prima nella mia lingua d’origine e solo dopo la traduco razionalmente. La musica deve farsi portatrice di questa autenticità libera da costrizioni. Continuerò a omaggiare le mie radici e la città in cui sono nata: il dialetto resta l’ossatura strutturale del lavoro, non una trovata modaiola, ma una radice identitaria che mi appartiene da sempre.
Anche i live seguiranno questa impostazione? C’è già un calendario provvisorio o è ancora in fase di strutturazione?
Siamo in fase di definizione con un’agenzia di booking per organizzare una serie di date a partire dalla prossima primavera. Anche qui si tratta di un lavoro di ricostruzione: dopo sei o sette anni lontana dalla ribalta pubblica — pur non avendo mai smesso di scrivere e suonare — rientrare richiede tempo e costanza. Nel frattempo, arrivano conferme importanti: sabato prossimo sarò in Calabria per ritirare il “Premio Eccellenze Calabresi”, un riconoscimento prestigioso arrivato alla ventunesima edizione che valorizza le personalità locali attive nella cultura e nell’arte. Sono segnali che danno carburante al lavoro quotidiano e confermano che la direzione intrapresa è quella giusta.
MAURIZIO DONINI
Ylenia Lucisano
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




