SICK TAMBURO – Intervista a Gian Maria Accusani
Ho avuto il piacere di intervistare Gian Maria Accusani cofondatore insieme ad Elisabetta Imelio dei Sick Tamburo, che nascono a Pordenone dopo la loro esperienza con i Prozac+. Fin dall’inizio il progetto si distingue per un linguaggio diretto, fragile e potentissimo, capace di trasformare paura, dolore e desiderio in canzoni immediate, senza filtri. Nel corso degli anni i Sick Tamburo pubblicano sette album e un EP, costruendo un percorso unico nella scena alternativa italiana, fatto di concerti ad alta tensione emotiva e un legame profondo con il proprio pubblico.
Il nuovo album, pubblicato all’inizio del 2026, è “Dementia” (La Tempesta Dischi) e in estate proseguirà il Mexican Tour con numerose date, che porterà i Sick Tamburo a esibirsi con una scaletta rinnovata, che comprenderà anche alcuni brani del nuovo album, ancora mai eseguiti dal vivo.
Ciao Gian Maria e bentornato su Tuttorock, ti chiedo subito se i riscontri che hai avuto dal vostro album “Dementia” hanno soddisfatto le tue aspettative.
Ciao Marco, guarda, non ho mai aspettative, per me è importante fare le cose che mi piacciono e che quelli che lavorano con me al progetto siano tutti contenti, ho visto che il disco è stato accolto molto bene e questo mi fa molto piacere. Non ho mai fatto musica con delle aspettative onestamente, poi se le cose funzionano oltre misura è ovvio che io sia contento, non mi nascondo dietro a un dito. Faccio le robe con sincerità e penso poco ai risultati.
Il tour invernale com’è andato?
È stato sicuramente il miglior tour dei Sick Tamburo, abbiamo fatto quasi tutti sold out, è stato veramente molto bello.
Il Mexican Tour vi vedrà ora impegnati in molte date estive fino a settembre, una curiosità, come mai avete deciso di intitolarlo proprio a quel brano?
Durante il tour invernale non lo facevamo e, siccome è un brano al quale sono molto legato, l’abbiamo preparato per il tour estivo che abbiamo voluto chiamare proprio così.
Il brano che dà il titolo all’album, “Dementia”, piuttosto sperimentale e che ti conferma come un musicista attentissimo a realtà come malattie mentali, autismo, eccetera.
Onestamente mi capita di entrare dentro certi mondi che spesso sono quelli del disagio mentale, un po’ perché probabilmente sono stato sempre attratto da situazioni un po’ borderline, spesso lasciate ai margini e poco considerate. Mi piacciono le persone che hanno delle questioni da tirare fuori, sono contento di andare a bere una birra con una persona che sta bene ma alla fine il mio interesse è sempre rivolto verso quelli che stanno meno bene. Mi è capitato di entrare dentro il mondo di una malattia mentale che è la demenza e ho imparato delle cose inaspettate, quel mondo lo si conosce solo relativamente per sentito dire, fa paura il disagio mentale e quando sei costretto a guardarlo con gli occhi spalancati ti rendi conto che è un mondo a parte con delle difficoltà enormi e impari a perdere quelle paure, ad accettare quelle cose ed inizi a capire. Io ho iniziato a capire che era un mondo dove si alternavano fasi di lucidità incredibile e momenti di buio completo, confusione, paura, tutte queste fasi alternate mi hanno spinto a scriverle. Quasi ogni canzone dell’album è un episodio di questo viaggio, ci sono momenti in cui si spiega quel mondo, specialmente la canzone che dà il titolo all’album, con la quale ho voluto cercare (poi non so se io ci sia riuscito ma devo dire che i commenti mi fanno ben sperare) di riprodurre proprio quelle fasi di quella malattia mentale, dalla gioia alla paura alla confusione, attraverso la musica più che con le parole, è una canzone che definisco piuttosto un brano e dura sei minuti. Ho cercato di riprodurre quelle cose che sono stato costretto ad imparare, questo è il motivo per cui quel brano dà il titolo al disco. Dall’altra parte, mentre scrivevo queste canzoni, mi sono reso conto che parallelamente, oltre alla mancanza di mente, che è il significato della parola demenza, mi sono reso conto di un’altra forma, soprattutto in quest’ultimo anno, ovvero quella stessa mancanza di mente, la follia delle azioni dell’uomo che, quotidianamente, se non di ora e in ora, ci arriva grazie ai media. Mi è parso giusto definirla come mancanza di mente e c’è una canzone, “Ho perso i sogni”, che parla della demenza legata alla follia dell’uomo che fa cose che nel 2026 non dovrebbero più esserci, eppure siamo fatti così e ci sono cose al limite dell’incredibile e dell’orrendo. Non è un vero e proprio concept perché ci sono episodi un po’ slegati da quelli ma è il disco più concept che sia mai stato fatto dai Sick Tamburo.
I tuoi brani che ascolto da anni sono tra quelli che più trovo fluenti in quanto a testo e musica, mi spiego meglio, mi immagino le parole e le note che scorrono parallelamente nella tua mente quando scrivi un brano, è così?
Dipende, certe volte succede così, non c’è una regola vera e propria, altre volte parto da un giro armonico, da una melodia, magari quella musica mi ispira un argomento, allora tiro fuori due o tre parole che entrano a far parte già del brano poi da lì sviluppo la stesura finale del testo.
C’è un brano in particolare vostro che adoro, “Un giorno nuovo”, dedicata a Elisabetta Imelio, è il tuo modo di portarla ancora sul palco con voi?
Beh, Elisabetta sul palco la sento sempre, anche ora, dopo quasi cinque anni dalla sua scomparsa, mi capita di avere la sensazione che sia lì, quel brano è uno di quelli che legano maggiormente me e i Sick Tamburo a lei in maniera totale, ed è anche uno dei miei brani preferiti.
Una volta dicesti che la scelta di indossare i passamontagna è nata dal fatto che i Prozac+ non si erano ancora sciolti quando è partito il progetto Sick Tamburo, poi, però, non li avete mai abbandonati anche quando la gente ha iniziato a capire che eravate voi, come mai?
Come ricordi bene tu, più che altro non volevamo far vedere che eravamo noi e che volessimo usufruire di quello che avevamo fatto fino a quel momento. Ci è piaciuta l’idea di iniziare daccapo da zero, l’idea di non farci vedere era legata a quello, poi piano piano si è venuto a sapere chi fossimo e abbiamo mantenuto i passamontagna per una questione estetica, è rimasto un segno preciso della nostra identità.
So che ad inizio carriera facevi altri lavori ma quando hai capito che la musica sarebbe diventata la tua professione?
In realtà fin da piccolo, da quando avevo credo 8 anni. Quando qualcuno mi chiedeva cosa avrei voluto fare rispondevo: “Il musicista”. Ho sempre provato a farne il mio lavoro, nel mentre ho fatto altri lavoretti quasi sempre legati al mondo della musica perché volevo rimanere lì. Tutti quei lavoretti poi mi hanno aiutato tantissimo perché, quando poi le cose hanno iniziato a funzionare e la musica è diventata un lavoro, quelle sono state esperienze impagabili e ci siamo saputi muovere in un mondo che nessuno conosceva con una consapevolezza molto importante.
A proposito di quei lavori nella musica, una cosa che ti vorrei chiedere da tanto, un aneddoto del tuo passato da tour manager, soprattutto con i Ramones.
Ti racconto questa che fa ridere, loro arrivavano da Milano, due dell’agenzia per cui lavoravo erano andati a prenderli, eravamo tutti grandi fan dei Ramones, talmente grandi che, quando sono arrivati a Pordenone, li abbiamo aspettati fuori dall’hotel dove avrebbero dormito e, quando sono scesi, nessuno di noi ha avuto il coraggio di dire qualcosa, tutti zitti. Uno della loro crew, mi ricorderò sempre, disse in inglese: “The worst welcome ever”, il peggior benvenuto di sempre (ride – ndr). Nessuno li aveva cagati non perché non ci interessassero ma perché non avevamo il coraggio di dire niente, poi, siccome sapevo parlare in inglese, ho parlato un po’ con i loro responsabili e dopo un po’ le cose sono migliorate. Eravamo talmente fan che nessuno di noi ha pronunciato parola.
C’è mai stato un momento nella tua carriera musicale in cui ti sei detto: “basta, mollo tutto”?
Fortunatamente no, per ora ho ancora tanta voglia di andare avanti per un bel po’!
Finito il tour estivo quali saranno i tuoi impegni?
Finito il tour estivo faremo una seconda trance di tour autunnale/invernale, poi ci fermeremo a gennaio, in quel periodo vedremo cosa succederà, magari mi rimetterò a scrivere, chi lo sa.
Immagino che per te il live sia l’espressione più bella della musica.
Sì, devo dire la verità che mi piace molto scrivere le canzoni, quando poi vengono fuori è un momento che mi fa stare bene. Quando mi trovo in situazioni difficoltose è una cosa mi aiuta a stare meglio, è chiaro che, quando vado in giro a suonare, per me è come una vacanza per quanto sia faticoso, viaggi tanto, fa caldo, non stai mai lì a grattarti ma è una roba meravigliosa salire sul palco, anche se ci fossero solo due persone che cantano le nostre canzoni.
E si vede dall’energia che trasmetti!
Eh, quando hai voglia di fare le cose la gente poi se ne accorge!
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.




