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ROBERTO COLELLA – Intervista al cantautore e polistrumentista napoletano

ROBERTO COLELLA – Intervista al cantautore e polistrumentista napoletano

In occasione dell’uscita del primo album solita “Ce Sta Sempe Na Via”, (etichetta Full Heads), ho avuto il piacere di intervistare Roberto Colella, autore, compositore e polistrumentista, per 12 anni frontman della band napoletana La Maschera.

Ciao e benvenuto su Tuttorock, “Ce Sta Sempe Na Via” è il tuo primo album del tuo progetto solista da me apprezzatissimo, al momento i miei brani preferiti sono “Alì, Bomaye!”, “Canto della memoria” e la tua versione di “Sozinho”, come mai hai scelto questo titolo per il disco?

Ciao Marco! Trovo che la scelta dei titoli sia una delle cose più impegnative in assoluto, soprattutto quando si tratta del titolo di un disco, in questo caso cercavo qualcosa che fosse luminoso, con una sensazione di speranza, anche perché il disco è molto incentrato su quest’aspetto. Dal mio punto di vista, ho trovato nella musica una sorta di salvezza, proprio nella composizione e nella scrittura, e vorrei trasmettere un messaggio estremamente positivo. Vorrei far capire che, anche quando ci si dispera, bisognerebbe avere quello stralcio di consapevolezza del fatto che esiste sempre una strada, una via possibile. Poi mi sono reso conto che questa frase la dicevo in una canzone del disco e mi ha dato quella luminosità che cercavo. Poi ha superato il test del quartiere, che è una cosa da non sottovalutare, visto che questo disco lo sento molto radicato nella questione “quartiere popolare”. Ogni volta che mi veniva in mente un titolo, scendevo, andavo dal salumiere, dal fruttivendolo, e chiedevo loro cosa ne pensassero, una cosa che apprezzo molto è che loro sono sinceri e quando una cosa non gli piace te lo dicono chiaramente, quando ho proposto “Ce Sta Sempe Na Via” tutti si sono trovati d’accordo.

Il produttore artistico è Massimo Blindur De Vita, com’è nata la collaborazione con lui e in che modo ha influito su questo lavoro?

Collaboro con Massimo dal mio primo disco con la band La Maschera, quindi da 13 anni, c’è una fortissima intesa e questo è stato il motore anche di questo album. Credo fortemente nella componente umana più di ogni altro valore, e la persona più giusta è lui. Io sono un po’ malato con gli strumenti e anche lui condivide con me questa cosa, ne suona tantissimi e rispetta quella che è l’idea di fondo. Io, poi, non mi ritengo cantautore ma, più di ogni altra cosa, musicista, anche se sono autodidatta. Per lavorare con una persona che suona più strumenti c’è quindi bisogno di una persona che rispetti l’idea compositiva e lui è una di quelle persone, è stato bellissimo, abbiamo sperimentato, ci siamo divertiti, avevo voglia di provare più cose e volevo divertirmi con gli arrangiamenti dei legni, degli archi, dare sia la componente classica che quella ritmata.

Un po’ mi hai già risposto a questa domanda, ti sei contornato da molti musicisti che hanno suonato anche strumenti desueti per la musica di oggi, come il fagotto, l’oboe, il mandolino, il clarinetto, a dimostrazione che hai molte cose da dire a livello testuale ma la parte strumentale e melodica deve comunque andare di pari passo con le parole.

Ho un approccio maniacale ai testi, questo è il motivo per cui non scrivo a profusione ma ci metto molto tempo per la definizione del testo, dei significati nascosti, ma non si può prescindere dalla musica, è proprio una legge sacra per me, è ciò che mi permette di divertirmi e di emozionarmi, la musica dev’essere fondamentale altrimenti mi metterei soltanto a scrivere delle parole. Ad esempio, per il pezzo “Saul e Isabela”, l’idea di mettere il quartetto di legni mi è venuta fin dal primo giorno in studio, ho sentito che mi avrebbe fatto impazzire l’idea di fare quell’arrangiamento, magari prendendo come spunto qualcosa da una branca di musica che a me piace molto, che è la musica classica portoghese, in cui Vitorino Salomé, un esponente gigantesco di quel filone, ebbe negli anni 70 un arrangiatore di legni clamoroso e a me è venuta quell’idea. Mi sono emozionato tantissimo nel sentire il prodotto finale in cui Michele Maione è stato gigantesco nella direzione, ha la componente teorica che a me manca, avendo lui coscienza della partitura. Io le partiture le scrivo suonandole, dobbiamo per forza studiare? (ride – ndr).

Ci sono due tracce dedicate a Muhammad Ali, cosa significa per te quel grande personaggio?

Sono da sempre affascinato da fortissime personalità, ad esempio nell’ultimo album con La Maschera c’è un brano su Thomas Sankara, che per me è stato un gigante a tutti i livelli, oppure Mirella e Felice che sono due figure popolari della Scampia molto luminosa e positiva, che hanno fatto del bene. In questo disco avevo questo giro di chitarra elettrica che possedeva qualcosa di etnico e mediterraneo e, quando mi è arrivata l’idea di cantarci sopra “Ali, Bomaye!”, ho capito che effettivamente che la figura chiave di riferimento per la lotta, che secondo me non deve mai mancare in un disco, sarebbe stata affidata a Muhammed Ali. Parlo del ragazzo di periferia qualunque, non di una star ma di una persona che ti dice che ci si può rialzare dopo una caduta, che siamo pronti a farlo anche allo scadere del countdown. Sento la necessità di una figura con il suo spirito nelle realtà di periferia, lui per me è stato gigantesco nel messaggio sociale che non ha mai dimenticato e, nonostante il successo, era un personaggio di rottura, non era quello che voleva piacere per forza agli altri. È stato, se vogliamo, il primo rapper, faceva le interviste in rima, e questo è il motivo per cui l’intro di “Ali, Bumaye!” è stata affidata ad un grandissimo attore, Francesco Di Leva, come se venisse recitata da Muhammad Ali.

A proposito di ragazzi, hai coinvolto in un tuo brano un gruppo di studenti.

È stata una cosa spontanea, non volevo nemmeno musicare “Canto della memoria”, volevo scriverla come una poesia acrostica. Un gruppo di professori di Scafati che veniva ai nostri concerti, ha portato a scuola quel testo libero da diritti che io pubblicai sui social. La studiarono a scuola per parlare della guerra in Medioriente e anche per parlare dell’acrostico, quindi anche come didattica per figure retoriche. Mi invitarono, io vado sempre volentieri nelle scuole, appena arrivai mi cantarono quella canzone e rimasi incredulo, mi fecero il coro così come lo senti nel disco, ero molto emozionato, andammo fuori e facemmo un video nel cortile. A fine anno scolastico, lo scorso giugno, andai con i microfoni e li registrai direttamente nello stesso cortile, è nata così la collaborazione, sono dei ragazzini delle medie incredibili, saggi, è una cosa che sento molto rara, purtroppo, ma sono felicissimo di avere messo loro a fare questo coro.

“Tiempo perz’”, che rapporto hai tu col tempo visto che gli hai anche dedicato una canzone?

È qualcosa con cui in qualche momento della vita faremo i conti tutti, soprattutto verso i 30 anni, quando pensi a quanto sia trascorso tutto così in fretta. Immagino a 50 o 60 anni, verrà naturale dire che è stato un attimo. L’inizio di questa canzone l’ho scritta a 23 anni, l’avevo dedicata ad un mio amico che non c’è più, è nata come una canzone semplice, lui l’ascoltava e la cantava, poi lui è andato via nel sonno improvvisamente a 34 anni e questo mi ha fatto riflettere ancora di più sul tempo e mi ha fatto tornare in mente quella canzone dedicata a lui. Ho finito di scrivere la seconda parte come riflessione proprio sul tempo. Il rapporto che ho col tempo è enigmatico, è qualcosa su cui potremmo scrivere un libro.

Vedo dalle tue foto nei social all’interno di una stanza piena di strumenti musicali, è lì che nascono le tue canzoni o nascono anche per strada nella tua mente?

Sono qui anche adesso (ride – ndr). Non c’è dubbio che nascano prima nella mia mente ma si sviluppano quasi tutte qui, vivo in un quartiere popolare, in una casetta piccola, ma la stanza centrale è questa ed è dove passo la maggior parte del tempo. Tutto il tempo che non passo con la mia ragazza lo passo qui, è uno studietto dove mi sposto da uno strumento all’altro, il senso di fare musica è, per me, divertirsi suonando. Questo è un luogo intimo dove, una volta chiusa la porta, ho la sensazione di sentirmi solo con me stesso e questa cosa mi fa particolarmente bene. Questa secondo me è una cosa importante per chi scrive canzoni, l’ispirazione può arrivare ma mai all’improvviso, devi solleticarla e, mettersi nella condizione anche dal punto di vista logistico di stare in un posto che ti trasmette belle vibrazioni è importante. Ad esempio, non passa giorno in cui io non mi metta a suonare il sassofono, è una cosa che mi fa stare bene.

Ascoltandoti mi viene in mente Franco Battiato che si siede sul lungomare di Napoli, davanti al Vesuvio, lui è tra le tue maggiori fonti d’ispirazione?

Ti ringrazio perché hai citato uno dei miei artisti preferiti. Amo moltissima musica, ho iniziato ad apprezzare la musica suonata prima coi Queen, poi Paul Simon mi ha aperto il cervello, poi c’è tutta la scena italiana che io amo moltissimo, ultimamente sto impazzendo con Ivan Graziani però Battiato, insieme a Lucio Dalla e Pino Daniele, è stato il mio massimo riferimento. Ti posso dire che il più bel concerto della mia vita è stato quello di Franco Battiato all’Arena Flegrea con la Filarmonica Toscanini. Sono andato da solo a quel concerto, nel 2012, perché non volevo parlare con nessuno, volevo solo godermi lo spettacolo, non ho nemmeno fatto un video. C’era una pressione sonora tipo band metal dove, però, si incastrava la musica elettronica con 50 elementi di orchestra, è stato per me davvero bellissimo. Battiato è il genio e anche Pino, che io amo da morire, comunque prende spunto da qualcosa, ha qualcosa dell’America Latina, è stato un gigante ma in Italia esistono due persone che non somigliano a nessuno e sono Battiato e Lucio Dalla. Ti posso citare anche Battisti, che però segue comunque la scia di Otis Redding, anche lui mi fa impazzire ma Franco e Lucio erano davvero unici.

Mi hai citato i tuoi riferimenti ma, quando ti sei avvicinato alla musica sia ascoltata che suonata?

Da ascoltatore, la prima fissa che ho preso, a 17 anni, è stata per i Queen, li ho amati alla follia, di sociale e politico non avevano nulla ma all’epoca mi interessava solo la musica e non ce n’è per nessuno davvero quando penso a loro, sono stati proprio quelli che mi hanno fatto dire: “nella vita vorrei fare questo, vorrei proprio suonare”. La prima canzone che ascoltai fu “Spread Your Wings” che infatti cito nel primo brano, “La casa sull’albero”, di questo mio disco solista. È per me un ritorno alla radice e mi veniva in mente di dire quella cosa senza tradurla perché era il motivo per cui ho scelto di iniziare a volare. Dopo i Queen è arrivato tutto il resto, sono diventato onnivoro, la musica è veramente bella tutta, poi ovviamente ognuno ha la propria visione. So benissimo che l’acid jazz non possa piacere ad un ragazzino di 11 anni, ma, se un certo tipo di musica lo fa emozionare, ben venga!

12 anni con la band La Maschera poi lo scioglimento e l’inizio della tua carriera solista, come spieghi questo cambiamento di rotta?

Considera che l’attività con la band è comunque sempre stata un’attività cantautorale, il discorso è, come succede anche nelle grandi storie d’amore, se c’è un punto di rottura che non si può sanare, ci puoi provare e riprovare, anche noi abbiamo fatto vari tentativi ma era arrivato il momento di prendersi una pausa. Non c’erano i presupposti per continuare e, quando una cosa ti fa stare male, considerando appunto il breve lasso di tempo che abbiamo a disposizione per vivere, è meglio scegliere la cosa giusta per te prima che per la gente e per gli altri. Questo è stato il motivo, senza entrare nel personale perché il gossip poi risulta una cosa antipatica, secondo me la felicità della persona va messa prima di ogni altra cosa altrimenti si va in depressione, è stata una scelta sofferta ma questa cosa mi consente di conservare un ricordo bellissimo di quello che è stato. Si rischiava di farla diventare una cosa che, invece, non doveva diventare, e ho chiuso la band senza nessun contratto in mano. Ci sono tante band in Italia che sono diventate la brutta copia di sé stessa proprio perché si è rotto qualcosa dal punto di vista armonico, magari c’è solo bisogno di tempo, questo non lo possiamo sapere ma nel mio caso sarebbe stato controproducente fare un disco adesso in una fase in cui mancavano delle cose.

Ne abbiamo già parlato prima, nel 2019 c’è stato l’incontro con Vitorino Salomé, simbolo della musica popolare portoghese, cosa ti ha portato sia a livello artistico che umano?

È stata la più grande emozione musicale della mia vita. Ero consapevole che si trattasse di una cosa solo per me, nel senso che il pubblico non poteva capire questa cosa, ed è anche giusto così. Devo la conoscenza di Vitorino a Daniele Sepe che è un grandissimo musicista napoletano con cui ho collaborato per un bel po’ di tempo, lui è stato illuminante per me dal punto di vista musicale e mi fece ascoltare Vitorino. Da lì mai avrei pensato di incontrarlo e diventare suo amico, è una cosa surreale, lui è stato il cantante della rivoluzione portoghese quando c’era la dittatura che fu cacciata nel 1974. Stare a contatto con una persona così per uno come me è stato emozionante, lui ha 84 anni, ci siamo conosciuti pochi anni fa e non pensavo potesse considerare un musicista napoletano di 28 anni che dice: “Maestro, ho tradotto una sua canzone e sarebbe bellissimo incontrarla e dirle grazie”. Il suo management, invece, mi ha risposto che lui era rimasto molto colpito dalla mia versione e che sarebbe stato bello collaborare con me un giorno, lo invitai a Napoli, questa è stata la sorpresa, nel momento esatto in cui in Portogallo usciva nei cinema il film sulla sua vita, venne senza chiedere una lira, noi eravamo increduli. Sono quelle cose pazzesche, raccontava di episodi incredibili con personaggi incredibili, come del suo amico Gilberto Gil, come niente fosse.

Napoli, che rapporto hai con la tua città?

Il solito rapporto di amore e odio che vivono tutti i napoletani. Più amore che odio, provo dispiacere quando Napoli viene stuprata, quando gli stessi napoletani le mancano di rispetto, questa cosa è forse una di quelle che mi fanno più male. Per la meraviglia che esprime questa città, la difendo sempre a spada tratta. Mi rendo conto di quanto sia una città baciata da Dio, se Dio esiste ed ho molti dubbi in merito, è qualcosa che viene prima dell’avvento dell’uomo. L’uomo ha fatto sì cose meravigliose, come le ha fatte a Roma e ovunque ma, se vogliamo parlare di città, Roma è una palude. Io, qua, sono ogni volta esterrefatto dalla bellezza che vedo, non è per essere sdolcinato ma è un dato di fatto, non si ha il tempo di vederla tutta in una vita intera. La tomba di Virgilio l’ho scoperta tardissimo ed è una roba allucinante, così come Cappella Sansevero, ci sono paesaggi naturali stupendi negli anfratti, c’è la Pedamentina di San Martino, una scala che collega il punto più basso a quello più alto della città, sono cose davvero incredibili.

Ti confido però che vorrei prendere una casa in Cilento, è una piccola oasi italiana, sembra sospesa nel tempo, poi c’è il record di centenari in Italia in un paese che si chiama Vatolla, c’è l’aria purissima, sei vicino al mare, è davvero meravigliosa quella terra.

Hai già qualche concerto pianificato? Con quale formazione ti presenterai sul palco?

Avremo degli showcase a maggio, tra cui nel bellissimo negozio di dischi SEMM a Bologna (*date qui sotto – ndr), in cui farà da moderatore Alberto Bertoli, poi stiamo pianificando alcune date estive con la band al completo, ci saranno un bel po’ di appuntamenti, sono molto felice perché sono musicisti davvero molto forti.

Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.

Grazie a te, ci siamo detti tante cose, e questo mi ha fatto molto piacere! Un saluto a tutti i lettori di Tuttorock!

MARCO PRITONI

*Date Showcase

10 maggio, Feltrinelli Piazza dei Martiri – Napoli
11 maggio, Disclan – Salerno
13 maggio, Officina Pasolini – Roma
14 maggio, Auditorium  Radio Popolare – Milano
15 maggio, Semm Music – Bologna
21 maggio, Museo di Capua – Capua
23 maggio, Bellezze Interiori – Como
24 maggio, ‘O vicolo ‘e l’alleria – Battipaglia
28 maggio, Casa Mehari – Quarto
29 maggio, Agrodoc – San Valentino Torio
30 maggio, Villa Fiorentino – Sorrento