RITMO TRIBALE – Intervista ad Andrea Scaglia
Ho avuto il piacere di intervistare Andrea Scaglia, voce e chitarra della storica band milanese Ritmo Tribale che, a sei anni dall’uscita dell’album “La rivoluzione del giorno prima”, torna con un nuovo brano, “Un giorno normale”, un pezzo diretto e potente, caratterizzato da ritmiche incisive, chitarre taglienti, basso saturo e tastiere che colorano il suono con la personalità che da sempre contraddistingue i Tribali. Un brano che racconta la possibilità che tutto possa cambiare all’improvviso, anche nel più ordinario dei giorni.
Nati nel cuore dell’underground milanese degli anni ’80, tra centri sociali e spazi autogestiti come il Leoncavallo, i Ritmo Tribale hanno costruito nel tempo un’identità sonora unica, mescolando hard rock, punk, crossover e influenze funk e psichedeliche. Album come Kriminale, Mantra e Psycorsonica hanno segnato un’epoca, consacrando la band come una delle realtà più importanti e influenti del rock alternativo italiano.
Dopo il clamoroso sold out registrato a Milano nell’ottobre 2025, i Ritmo Tribale tornano live con l’attesissimo concerto di sabato 18 luglio 2026 al Parco Tittoni di Desio (MB).
Ciao Andrea e benvenuto su Tuttorock, ti chiedo subito com’è nato il brano “Un giorno normale”, da me molto apprezzato.
In realtà l’ho scritto pensando a come sia difficile liberarsi degli schemi mentali, e delle situazioni, in cui noi stessi ci rinchiudiamo. Prendiamo tempo. Rimandando sempre il momento in cui cambieremo tutto, poi spesso è la vita che sceglie per noi, magari in un attimo. E non è nemmeno detto che, dopo, sia meglio. Per quanto riguarda la musica, invece, volevo un brano immediato, semplice e diretto, ma sempre coni suoni e l’attitudine “viscerale” dei Ritmo.
Il 18 luglio vi esibirete al Parco Tittoni di Desio, occasione imperdibile per i vostri fan, con quali parole invece inviteresti un giovane appassionato di musica che purtroppo non vi conosce?
Gli direi che ci sono situazioni in cui l’emozione arriva al di là della generazione a cui si appartiene. È vero che noi non siamo più così giovani, e dunque parliamo di situazioni di vita che riguardano persone che ne hanno viste di ogni, ma il suono riesce a volte a scavalcare le bandiere. Noi ci proviamo. A volte ci riusciamo, addirittura.
Ottobre 2025, concerto sold out a Milano, ve lo sareste mai aspettati?
In realtà non così. È stata una grande emozione soprattutto vedere come il rapporto viscerale che abbiamo sempre avuto con quelli che ci ascoltano si sia mantenuto nel tempo. Vuol dire che la cosa che ci lega è profonda. E questo non è secondario.
Quando hai capito che la musica sarebbe diventata una cosa seria nella tua vita?
In effetti da subito. Ho iniziato a suonare il pianoforte che avevo cinque anni. Poi la prima band. Infine, diciottenne, l’incontro con quegli altri disgraziati. Siamo sempre stati prima di tutto un gruppo di compari/complici, una banda. E dalla prima volta che abbiamo suonato insieme è scattata a magia.
Avete vissuto la scena underground milanese degli anni ’80 e ’90, c’è speranza per cui possa ritornare non dico proprio quell’epoca straordinaria per la musica e la cultura in generale ma qualcosa di simile?
Guarda, adesso la fruizione della musica è diversa da quella di quegli anni, nel senso che i ragazzi la ascoltano mentre quasi sempre “vedono” altre cose. Quindi ovvio che una “scena musicale” come quella di quei tempi sia difficilmente replicabile – anche se, col rap, è successo proprio questo, e la scena trap, comunque la si pensi, ha rappresentato proprio la voce di una generazione. Poi vedo mio figlio che non suona, ma insieme al suo gruppo di amici organizza un sacco di situazioni culturalmente interessanti, reading di poesie e video, fanzine letterarie. Fra i ragazzi c’è molto più movimento di quel che si pensi.
Nel 1996 Edda lasciò la band nel pieno del tour, quale fu il tuo primo pensiero?
Fu un periodo complicato. La situazione non fu così immediata, si trascinò per qualche tempo. Fu un trauma enorme. Ma alla fine la vita prosegue e siamo tutti vivi. E non lo dico così per dire.
I suoi dischi solisti li hai ascoltati?
Sì, certo. E mi piacciono. Edda resta il mio cantante preferito in assoluto.
Poi, all’inizio del nuovo millennio, i Ritmo Tribale si sciolsero, perché?
Perché era finito un pezzo di vita, e ognuno di noi sentiva l’esigenza di doverne vivere un altro. Non siamo mai stati bravi a scimmiottare noi stessi, e quindi lì dovevamo fermarci. Se ascolti Bahamas, è proprio quello di cui si parla.
La nuova ripartenza è stata più un’esigenza vostra personale o più un voler regalare ai vostri fan nuova musica e di conseguenza nuovi concerti?
In realtà né l’una né l’altra. Noi siamo sempre rimasti molto amici, anche negli anni in cui non abbiamo suonato insieme. A un certo punto cui è venuto di riprendere gli strumenti, e l’abbiamo fatto.
Qual è il vostro brano che più ti diverte suonare dal vivo?
Non saprei dirtelo. In questo momento forse “Lo stesso giorno”, la cover di un pezzo di Nine Inch Nails, ma ti dico questo perché l’ho suonato venti minuti fa. Domani sarà un altro.
C’è invece un vostro brano che non avresti mai voluto pubblicare?
Uno solo: “Votate me”, è nel mini Lp. È forse l’unico brano dei Ritmo che mi fa storcere il nasone.
C’è qualche artista o band di oggi che ti ha particolarmente colpito?
L’ultima band rock che mi ha impressionato sono stati gli Idles, che ormai non sono più nuovissimi.
Visto che sei anche giornalista, come lo vedi quel mondo professionale che, come molti altri, sta attraversando da tempo una crisi di valori (cit. Disciplinatha)?
Direi che la “crisi di valori” non la sta attraversando solo il giornalismo… L’informazione di oggi la trovo prevedibile e tutto sommato noiosa, l’estrema polarizzazione delle posizioni ha ridotto estremamente gli spazi per un confronto anche duro ma costruttivo. E io non ho mai sopportato le logiche di schieramento.
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
Va bene così. Ci vediamo al concerto.
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.






