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ROBERT PLANT – Carry fire

ROBERT PLANT – Carry fire

Con “Carry Fire”, un nuovo viaggio spazio-temporale nella musica, ritorna il tocco inconfondibile di una voce unica nel panorama rock e l’intelligenza vivida di chi sperimenta a vita per ‘apprendere’. In estate, Robert Plant, celeberrimo artista presente da cinquant’anni nell’immaginario collettivo per essere stato il frontman dei Led Zeppelin, ex “golden god”, come ironicamente e maliziosamente ama ormai definirsi, tornerà su un palco milanese per presentare il suo ultimo album, Carry Fire, uscito nell’ ottobre 2017. La sua carriera solista è di livello artistico altrettanto alto e ha fatto emergere non solo il suo talento vocale, ma anche il coraggio di non sedersi mai sugli allori passati, con spirito avventuriero e divertimento autentico per scelte musicali che lo portassero sempre fuori dalla sua ‘comfort zone’. Portare fuoco: persino Beethoven dichiarò che la musica deve accendere lo spirito col suo fuoco. Il messaggio del fuoco è chiaro: un omaggio al valore dell’arte (musicale) nella sua vita e l’intensità dichiarata con cui intende svolgere questo compito, consapevole del suo passato ma proiettato, coraggiosamente e intelligentemente, nel futuro. La nuova collezione di canzoni, come lui la definisce, è degna di un buon storyteller che racconta di viaggi e sperimentazioni vissute e volute, definita da una instancabilità stilistica stupefacente, come ha scritto il prestigioso The Guardian, donando all’album 4 stelle e definendolo uno dei suoi lavori migliori di sempre.

CARRY FIRE è collegato in modo evidente alla ricerca lirica molto ispirata del penultimo lavoro “Lullaby and the ceaseless roar”, “ninna nanna e il ruggito interminabile”: per lui questi sono i due estremi della vita che è degna di essere vissuta solo se intensa e intesa come un ‘ricercatore’ vero e proprio. Tale ricerca verbale lo ha portato su territori ben lontani dai ruggenti urli d’amore della giovinezza e molto vicino a coltivare lati intimistici o mistici, non senza strizzate d’occhio a poeti inglesi leggendari, che alcuni giornalisti hanno intravisto (Dylan Thomas in The May Queen e forse William B.Yeats in Keep it hid , inno elettronico al valore del proteggere il prezioso e il mistero, che questi tempi tendono a svalutare). Da sempre noto per circondarsi di relazioni durevoli anche a livello professionale, è accompagnato dalla stessa band, i Sensational Space Shifters, che già nel nome sono una dichiarazione di spostamenti spazio-temporali sensazionali a livello musicale. L’album è un mix artistico di altissimo livello fra rock, blues, influssi etnici – da sempre suo pane quotidiano ( fin dai giorni dei led zep )  e vissuti in prima persona in festival desertici col suo chitarrista Justin Adams -, folk  celtico ma anche Americana Music (già  omaggiata nella collaborazione con Alison Krauss del 2007 e con la sua precedente Band of joy nel 2010). La presenza di strumenti come bendir, djembe e violino completa il quadro caleidoscopico di questo ‘trip’ senza confini.

Alcuni brani sono omaggi alla storia e al caos geo-politico attuale. New World è lo yin di Immigrant Song, che è il suo yang : una visione diversa sul tema del colonialismo . Non c’è più nessun urlo di guerra, i tempi cambiano, l’età anche, ma la maturità fa bene a Plant che si espone e si impone, come già fece nel suo Mighty Rearrenger, quando prese posizione su temi come guerra, libertà, violenza, in modo esplicito e concreto. In Carving Up the world again affronta il tema del nazionalismo puntando il dito sui muri eretti che han sempre portato nevroticamente a chiusure e pericolo. Bones of saints musicalmente stravolge, come un rock un po’ gotico, composto di ossa e distruzione. Il lirismo avvolgente è presente in altri brani, come The May Queen, A way with world, Heaven Sent, brano dolce e ispirato che lascia emergere il suo misticismo spirituale ben noto a chi lo segue da sempre. In Way with words Robert si cimenta con una ballata al pianoforte di John Bagott che ricorda A stolen kiss del precedente album, in Heaven Sent custodisce il suo ‘soul’, come ha ampiamente dichiarato.

Insieme a Chrissie Hynde dei Pretenders, Plant ripropone anche una bella cover del noto brano fine anni cinquanta Bluebirds over the mountain, reso piuttosto psichedelico. Il premio alla carriera dell’“Americana Music Association UK” simboleggia il riconoscimento del suo viaggio musicale libero e senza meta, un po’ come lo simboleggia metaforicamente da sempre quel capolavoro musicale che è Kashmir. La capacità di creare musica così vitale, atemporale, diversa e al contempo inconfondibile dopo oltre cinquant’anni di canzoni, ne fa un artista unico e onesto, mai sceso a compromessi col mercato e sempre testardamente indomito nel seguire il suo sentiero di ricerca. Ecco perché rifiuta di fare tours di reunion con la vecchia band  e tira dritto col suo viaggio : il passato è la ricchezza che ti porti dietro, ma per andare avanti . Sennò non incidi l’animo di chi ascolta, ma sui profitti in dollari dell’industria musicale.  In Carry Fire Robert dice: “ti porto fuoco nelle mie mani nude, come se ti scalfissi”. Fuoco, appunto, graffiante, perché non esiste arte autentica che non lasci cicatrici.

ROBERTA GUIDUCCI

robertplant orig

TRACKLIST:
01. The May Queen – (04:14)
02. New World… – (03:27)
03. Season’s Song – (04:19)
04. Dance With You Tonight – (04:48)
05. Carving Up the World Again…a wall and not a fence – (03:53)
06. A Way With Words – (05:18)
07. Carry Fire – (05:25)
08. Bones of Saints – (03:46)
09. Keep It Hid – (04:07)
10. Bluebirds Over the Mountain – (04:58)
11. Heaven Sent – (04:42)

Data di uscita: 13 ottobre 2017
Casa discografica: Nonesuch Records

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