OVADIA-FAMULARI-GAZICH – YIDDISH BLUES
Yiddish Blues è senza alcun dubbio un album oggi necessario, che dona voce non solo ad un popolo martoriato da violenze inaudite, quello palestinese, ma che vuole ricordare tutti i popoli vittime di genocidi nel corso della storia.
Moni Ovadia, attore, cantautore, scrittore e produttore discografico italiano di origine bulgara, nato nel 1946 da una famiglia ebraico-sefardita, è straordinario nel fare da interprete di questo dolore, avvalendosi di due grandi musicisti quali Giovanna Famulari e Michele Gazich, che hanno curato la produzione artistica e gli arrangiamenti del disco.
I tre presentano così questo lavoro:
“Il Blues è la condizione dello spirito di chi si trova lontano da ogni dove. È una musica di esiliati, di schiavi, di martirizzati. È una musica che nasce dalla condizione dello sradicamento. La cultura yiddish è una cultura di esilio, di assenza di patria e di confini. Queste risonanze comuni ci hanno spinti ad intitolare questo viaggio in musica e parole proprio Yiddish Blues.”
Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich
“Io non ho mai composto una canzone. Gaza mi ha convinto a provarci. Con l’aiuto di due prodigiosi musicisti, Giovanna Famulari e Michele Gazich, mi sono cimentato. Ho vinto la mia ritrosia e la mia paura. L’immane orrore che ha travolto quel lembo di terra palestinese, il martirio del genocidio di un popolo deve essere fermato con ogni tipo di iniziativa, ma deve essere anche cantato perché il maggior numero possibile di esseri umani ne venga a conoscenza. Così abbiamo scritto due canzoni fortemente legate al genocidio palestinese (Palestina, terra di dolore e Il piccolo Alì) e le abbiamo presentate al Premio Tenco 2025. Da lì tutto è cominciato.”
Moni Ovadia
“Yiddish Blues è stato costruito grazie a un lavoro lungo e costante con Michele: si è trattato di un lavoro a quattro, anzi a sei, mani. Moni ci ha aiutati e indirizzati nella ricerca e selezione dei brani da affiancare agli originali composti da noi tre. Una volta scelti, li abbiamo trascritti, perché di molti di essi non esisteva partitura; poi li abbiamo adattati alla tonalità vocale di Moni e li abbiamo arrangiati. Abbiamo prodotto partiture rigorose, lasciando tuttavia sempre spazio all’improvvisazione. Ne è venuto fuori qualcosa di molto particolare.”
Giovanna Famulari
“Yiddish Blues è nato in circostanze di condivisione fraterna di musiche e idee in lunghe serate che Giovanna ed io abbiamo trascorso a casa di Moni, suonando cantando e raccontandoci storie. Con cura da ricercatori e gioia da appassionati, mentre riscoprivamo vecchie canzoni, con semplice spontaneità abbiamo cominciato a scriverne di nuove ed è nato un bellissimo bambino (di quasi ottant’anni): Moni Ovadia cantautore. Giovanna ed io siamo felici e onorati di esserne stati i maieuti, di avere aiutato e in qualche modo ispirato questa nascita, specchio del coraggio e della curiosità di Moni.”
Michele Gazich
L’album ci porta direttamente all’interno di uno spettacolo che si tiene in un teatro sospeso nel tempo, fluttuante tra territori popolati da persone vittime dell’odio, dove l’arte si trasforma in un rassicurante rifugio tra rumori frastornanti di sirene e bombe.
Il sipario si apre a Varsavia nel 1943, dove viene ricordato anche ciò che successe in Armenia meno di 30 anni prima, in Namibia all’inizio del XX secolo e ancor prima nei territori dei nativi americani.
Lo spettacolo continua tra la metà e la fine degli anni ’70 in Cambogia, ritorna poi in Europa, precisamente a Srebrenica, in Bosnia, a metà degli anni ’90, non prima di aver fatto una sosta anche in Ruanda, in Africa.
Purtroppo, le tappe non finiscono qui, e ci portano ai giorni nostri tra Myanmar, Iraq, Ucraina e Palestina.
Tra le sofferenti parole di Moni e gli strumenti ad arco e a corda di Giovanna e Michele, Il mio mattino chiude un disco di rara intensità, un brano che è un sussurro di speranza, la speranza che le parole di dolore possano diventare un giorno solamente un lontanissimo ricordo.
Da menzionare anche un brano che è un omaggio a Paolo Finzi, anarchico ebreo, direttore di A – Rivista Anarchica, un monito verso chi fa di tutta l’erba un fascio, verso coloro che colpevolizzano popoli interi solamente perché, qualcuno appartenente a quel popolo, accecato dall’odio e dalla sete di potere e denaro, cerca di appropiarsi di territori calpestando e seppellendo i diritti di chi in quei territori ci vive da anni.
MARCO PRITONI
Tracklist:
01. Il piccolo Alì
02. Maltamé
03. Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F.
04. Es Brent
05. Palestina terra di dolore
06. Dona Dona
07. Avino Malkeinu
08. Shnirele perele
09. Piskhù li
10. Il mio mattino
Credits:
Etichetta: Moovon
Registrato da Fabrizio “Cit” Chiapello tra il mese di settembre 2025 e il mese di febbraio 2026 presso Transeuropa Recording Studio, Torino e MusicLab, Settimo Torinese, Alberto Virde assistente alla registrazione. Mixato e masterizzato da Fabrizio “Cit” Chiapello presso Transeuropa Recording Studio, Torino.
Copertina: Paola Savi, da fotografie di MariaPia Ballarino (Moni Ovadia), Paolo Soriani (Giovanna Famulari), Daniela Foresto (Michele Gazich)
Progetto grafico: Paola Savi
Produzione artistica e arrangiamenti: Giovanna Famulari e Michele Gazich
Michele Gazich appare per gentile concessione di FonoBisanzio Editrice
Grazie a: Stefania Bruno, Andrea Del Favero, Mirko Goria Paolo Lucà, Alessandro Musso, Elisa Savi
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.




