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L’Orchestra del Paese Immobile presenta l’album d’esordio

L’Orchestra del Paese Immobile presenta l’album d’esordio

L’Orchestra del Paese Immobile presenta l’album d’esordio

La musica è un linguaggio. Ci parla per note e ritmi e la capiamo tutti indipendentemente dall’età, dal ceto sociale o dalla provenienza geografica. Certo, ognuno ci sente “quello che vuole” e qui sta il bello. Se poi la musica è arricchita dalle parole di un testo, il discorso si fa ancora più stimolante.

L’Orchestra del Paese Immobile, scegliendo il dialetto velletrano per raccontarsi in musica, ci dimostra che come la musica può essere intesa da chiunque, la stessa cosa può valere per un dialetto, e la somma delle due specificità crea un mix semantico elettrizzante. Il dialetto così non è un vincolo ma un passepartout per rompere i confini del mondo.

Su questa scia L’Orchestra del Paese Immobile rafforza il messaggio veicolato dal nome stesso del progetto. Velletri, piccola realtà di provincia per gli standard odierni, è al contempo faro illuminante in termini di storia millenaria per la cultura nel senso più ampio del termine. La presunzione di pensare che una realtà di provincia sia di per sé immobile è la provocazione su cui si basa il progetto. 

A tu per tu con L’orchestra del Paese Immobile

In che modo il confronto tra età, esperienze e background differenti arricchisce il suono dell’Orchestra?

Da soli non si fa nulla. Mettere in circolo le idee di tante personalità differenti crea un vortice musicale inarrestabile. Ogni musicista di Opi esprime la propria indole, la magia della musica rende ogni diversità perfettamente in sintonia con le altre

Parlate di “microcosmo di bellezza popular”: cosa significa per voi oggi il concetto di tradizione?

Il concetto non è cambiato, va divulgato in maniera differente. Come tutte le città, anche Velletri è in continuo mutamento. È una città multietnica ma i vecchietti sono ancora al bar. Nei vicoli del centro storico, l’odore del forno a legna si mischia con gli aromi di cucine etniche. Noi vogliamo raccontare le nostre radici, ma cerchiamo linguaggi nuovi per avvicinare ancora di più la nostra comunità e per superare I confini naturali del dialetto.

Il dialetto, nel vostro lavoro, torna a nuova vita grazie a sonorità contemporanee: come avete trovato l’equilibrio tra passato e presente?

È stato tutto molto istintivo. Il nostro dialetto è molto musicale, a volte sembra portoghese! È ricchissimo di vocaboli particolari, come tutti i dialetti. Questo tesoro va coltivato, anzi “sfruttato”! Vale per tutte le lingue o i dialetti del mondo, ogni parola ha un suono, un carico semantico che la musica, qualsiasi musica, non può far altro che farlo sbocciare

L’album racconta storie d’amore ma anche di coscienza civile: quali temi sentivate più urgenti da raccontare?

La saggezza popolare non sbaglia quasi mai e la morale nascosta nelle storie ci obbliga sempre a una riflessione sulla nostra coscienza, personale e civile.

I personaggi e le storie raccontano i vizi e le virtù di chi ci ha preceduto, delle nostre radici sane o malate. È un “prontuario” per impedirci di ripetere errori già commessi o per ispirarci nel migliorare.

L’Orchestra coinvolge 25 musicisti di generazioni diverse: come funziona il dialogo tra professionisti e amatori all’interno del progetto?

Non c’è alcuna differenza. Molti di noi lavorano nel mondo della musica, anche con artisti di fama nazionale, ma non è mai stato argomento di discussione.  Il concetto è sempre stato lo stesso: suoniamo, divertiamoci, emozioniamoci, facciamo cose belle.

 

Credit fotografa: ph. Sofia Bucci

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