MICO ARGIRÒ – Intervista al cantautore che presenta Antologia d’amore
In occasione dell’uscita del nuovo album “Antologia d’amore” (etichetta Tippin’ Factory, distribuito da Lightsound), ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con il cantautore Mico Argirò.
Terzo album del cantautore dopo “Vorrei che morissi d’arte” (2016) e “Irriverentə” (2022), “Antologia d’amore” prosegue il discorso, affrontato già in passato da Mico, di contaminazione dei generi, andando a toccare pop, rock, elettronica, folk, samba, psichedelia, soul, rap, world music, passando da uno stilema all’altro o miscelandoli fra loro con disinvoltura.
Registrato da Ivan Malzone presso La Saletta, “Antologia d’amore” è interamente scritto e registrato dallo stesso Mico (impegnato fra chitarre, basso, tastiere e voce) e Biagio Francia (percussioni, batteria, sintetizzatori e theremin), con la collaborazione di Luciano Tarullo e Menade ai cori e Luca La Duca alla chitarra elettrica in “Mina e Celentano”.
Ciao Mico e benvenuto su Tuttorock, ti chiedo subito i primi riscontri che stai avendo dal tuo nuovo album “Antologia d’amore”, da me molto apprezzato.
Ciao Marco, grazie! È un album che mi sta già sorprendendo, l’ho pensato fuori dalle logiche di mercato, sai, fai un disco di 12 canzoni e pensi che non verranno recepite subito, invece è fantastico perché già nei primi due giorni di uscita aveva superato già i 3mila ascolti, adesso, nel complessivo, siamo intorno ai 43mila ascolti generali ed è qualcosa che mi sorprende anche perché gli ascolti sono su tutte le canzoni. Anche le prime recensioni sono entusiastiche, sono sorpreso perché questo è un disco nel quale volevo parlare delle mie cose, delle mie storie d’amore e di quelle delle persone a me vicine, mi fa veramente piacere che stia già trovando una connessione sia con le persone che con la critica, e non è una cosa scontata che le due cose vadano di pari passo. Mi auguro che la situazione cresca, anche se non sono uno che tiene tanto ai numeri ma, soprattutto, penso agli ascolti di qualità e vedo che tanti hanno dedicato tempo a dodici canzoni, quindi molti minuti di ascolto, cosa che va contro le logiche di modernità e di velocità.
Un disco che ha avuto una lunga gestazione, in che lasso di tempo hai scritto i brani?
Se parliamo di scrittura ti direi durante tutta la vita, ci sono canzoni scritte più di dieci anni fa, ad esempio “Assenza” nasce nel 2017, “Rossana” nel 2019. C’è un motivo, nell’ultimo album uscito nel 2022, “Irriverentə”, avevo scelto di affrontare una tematica molto contemporanea, un’analisi del presente con le sue contraddizioni. Erano tanti anni che il tema dell’amore l’avevo affrontato solamente con due o tre canzoni nel giro di dieci anni, però avevo scritto tanto. In realtà non avevo pubblicato queste cose anche perché avevo in mente di fare un album dedicato totalmente all’amore, anzi, due album, questo e il prossimo, legati tematicamente seppur diametralmente opposti. La gestazione è quindi lunga nella scrittura, c’è anche una canzone che ho scritto alla fine dello scorso anno, c’è un range molto ampio della storia della mia vita e di quelle altrui, poi c’è stata anche una lunga gestazione di arrangiamento e di registrazione perché la produzione di 12 canzoni ti richiede veramente tanto tempo di lavoro con i musicisti, con il fonico, devi capire la natura comune delle canzoni che devono essere legate da un sound o da idee, canzoni che sono diverse ma che devono essere inserite in uno stesso lavoro, e questo lo si deve percepire.
Lo definirei un concept eclettico.
Esatto, si mischiano generi completamente diversi, “Tossica” mischia la musica elettronica con la samba e la cumbia, ci sono ballate più tradizionali tipo “24-7” o “Grattacieli”, altre sperimentazioni elettroniche tipo “Assenza”, però credo che siamo riusciti a mantenere una certa coerenza che non è data solo dal tema ma anche da un impatto sonoro, credo che il concetto e il mezzo debbano essere legati strettamente.
Una volta ascoltato il prodotto finale, sei soddisfatto allo stesso modo di ogni brano o ce n’è uno al quale sei particolarmente affezionato?
Questa è la prima volta che finisco un lavoro, lo riascolto dopo un po’ di tempo e mi trovo veramente contento di ogni tipo di scelta, sia degli strumenti utilizzati che dei musicisti scelti e della produzione. Con i dischi precedenti non era stato così, a posteriori c’è sempre qualcosa che cambieresti, in questo caso no. Sono contento perché ho detto le cose che volevo dire e come volevo dirle. L’altra sera, ad una delle prime presentazioni del disco, mi ha fatto una certa impressione “Preghiera”, che non pensavo di eseguire live perché è un pezzo che ha una sua particolare natura, abbiamo scelto di farla ho avvertito un brivido sia del pubblico che mio e mi sono detto: “Minchia, che cos’hai scritto!”. Le canzoni dopo un po’ si distaccano da te, sono tuoi figli ma non sei più tu, ti sei allontanato ciò che erano all’inizio, e mi ha molto colpito, quel brano, secondo me ho scritto una cosa bella. In generale sono contento di tutte le canzoni perché affrontano tutte le sfaccettature dell’amore, del mio amore.
Tra l’altro hai utilizzato uno strumento che adoro, il theremin!
Adoro anch’io il theremin, mi fa impazzire, ti capisco, Biagio Francia, che collabora con me ormai da 7 anni, è un suonatore di theremin, è un compositore elettronico molto famoso nei conservatori di tutto il mondo. Il theremin è uno strumento di una particolare malleabilità, può fare tantissime cose, dal solo alla voce umana, crea un’atmosfera unica, è stato anche al centro di alcune polemiche perché è nato in Russia e questa è una sciocchezza, è uno strumento di una potenza evocativa incredibile, credo sia importante perché eleva, in alcune parti più emotive dei miei brani è lui che porta al verticale.
Le tue pubblicazioni riservano sempre sorprese, questa volta la versione fisica è in una scatola di anello, con dentro le canzoni e una vera lettera d’amore scritta a mano, com’è nata questa idea?
“Irriverentə” era uscito su preservativo, fece molto rumore perché sembra che io sia stato il primo a far uscire un album solo su preservativi e infatti feci anche alcune interviste con radio americane che erano molto interessate, per questo disco cercavo qualcosa coerente e che di fatto fosse un’espressione fisica del disco. Poi io sono un fautore del fatto che oggi fare un cd sia abbastanza inutile perché io stesso non posso ascoltate un cd, non ho un lettore in macchina e ascolto tutto sulle piattaforme o su mp3, ma oggi è una cosa comune, i supporti da sempre si evolvono, allora ho pensato, chi compra un disco di una band o di un cantautore indipendente lo fa per due motivi, uno per supportare il progetto e l’autore, due per portarsi a casa un ricordo, un oggetto di pregio. Ho pensato di creare qualcosa su quella scia, visto che la volta precedente andò bene, volevo qualcosa di più coerente, una confezione di un anello incisa con il titolo del disco con all’interno varie sorprese, una spilla, un booklet fisico, una lettera d’amore scritta a mano, un qr code che rimanda al disco online. Questa è un’idea che mi piace molto perché l’area online del disco permette un collegamento diretto tra me autore e chi ha comprato il disco, e io posso caricare quando voglio dei contenuti aggiuntivi che possono essere un video, un altro tipo di audio, cosa che ho fatto per “Irriverentə”, e questa è una cosa che rimarrà solo tra te e chi ha comprato il disco.
Nella mia recensione ho scritto di un virtuale incontro in studio tra Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Luca Carboni, Ivan Graziani, Fabrizio De André, ci sono loro tra i tuoi punti di riferimento musicali?
Ne hai toccati moltissimi di punti di miei punti di riferimento musicali nella tua recensione, mi fa piacere perché siamo sempre figli di qualcuno, aggiungerei anche qualcosa di Sting e Nick Cave andando in ambito internazionale, io sono figlio della musica italiana ma c’è anche qualcosa di quel tipo di artisti stranieri. Mi fa piacere questo melting pot di fonti che fanno a mischiarsi, credo di fare una musica caratteristica e riconoscibile ma c’è questa derivazione dal cantautorato italiano.
Degli artisti degli ultimi 10/15 anni invece c’è qualcuno che ti ha particolarmente colpito?
Gli ultimi 10 anni sono funestati da tanta musica di merda, senza nessuno snobbismo, ma c’è una direzione verso la musica di commercio, la musica di consumo che ha la caratteristica di essere di moda e di veloce passaggio ma, di questi anni più recenti ti direi sicuramente i Baustelle per la cura del suono e Vinicio Capossela per la concezione dell’album, quel concept come facevano De André e Battiato, declinato in una visione contemporanea.
Quando e come ti sei avvicinato alla musica?
Molto presto, ricordo fin da bambino persone vicine a me che suonavano, zii, amici degli zii, c’era sempre chi suonava la chitarra, chi cantava, chi suonava le percussioni. C’era sempre qualcuno che suonava ad ogni cena o uscita con i miei genitori, poi a casa avevo una piccola chitarra di mia sorella e da solo ho iniziato a imparare a suonarla guardando come mettevano le mani gli altri e copiandoli, le cose andarono bene tanto che poi iniziai a studiare musica e chitarra, perché era necessario farlo. La musica mi accompagna quindi da sempre e in lei ho trovato la mia maniera di comunicare, sono un gran chiacchierone ma credo di riuscire a comunicare meglio con la musica che tramite un normale dialogo perché con essa si superano tutte le mezze misure, le spiegazioni, e si va diretti sinteticamente ad evocare un’emozione. La musica, nel mio caso la canzone, perché quello è il mio grande amore, ha questa capacità sintetica di raccontare e di evocare il reale.
Tre anni fa hai pubblicato il tuo primo libro “Le metro invisibili”, avrà un seguito quell’esperienza?
Quel libro nacque dalla musica perché la forma di scrittura che utilizzai, la scrittura stereo con il foglio diviso in tre parti, viene dal mondo musicale. Mi sono avvicinato alla letteratura che è una delle mie grandi passioni e poi è diventato anche un lavoro, perché ora faccio il ricercatore all’Università della Letteratura Italiana. È stato un esperimento che mi ha divertito, ho trovato una casa editrice bella, forte, combattiva, che ha creduto in questo progetto che è andato molto bene, altra cosa che non mi sarei aspettato. Sto lavorando ad un altro libro ma non so se verrà mai pubblicato, se avrà una dignità e ci sarà un motivo per farlo allora sì. È un’altra idea carina ambientata da un’altra parte rispetto a Milano, dov’era ambientato “Le metro invisibili”, in cui ogni capitolo aveva il nome di una metro, se il risultato sarà accettabile penso quindi di pubblicarlo.
Agropoli e Milano, hanno qualcosa in comune?
(Ride – ndr), Agropoli e Milano non hanno in comune quasi niente, Agropoli è una piccola città sul mare del Cilento, scomoda da raggiungere per la bassa qualità delle strade, con pezzi di una natura incontaminata e bellissima messa alla prova dalle speculazioni edilizie e da operazioni assurde. È un paese che comunque conserva una natura ancora forte. Milano è cemento, istantaneità, velocità, connessione. Sono due modi di vivere completamente diversi, senza stereotiparli troppo, ciò che però le accomuna oggi è che in qualsiasi maniera, grazie ad internet, un ragazzo di Agropoli ed un ragazzo di Milano tecnicamente vedono gli stessi reel, hanno accesso allo stesso tipo di informazioni, questo non era così nei tempi andati. A Milano le mode arrivano mezzo secondo prima rispetto al resto d’Italia, nel bene e nel male, Milano è una città bellissima e che io amo ma che ha tantissime contraddizioni, e nella quale tu vieni a contatto con le difficoltà del presente e della contemporaneità. Agropoli ha la fortuna di mantenere ancora alcuni aspetti più legati alla tradizione e al passato. Ora poi ho la fortuna di vivere un po’ ad Agropoli, un po’ a Milano e un po’ a Siviglia quindi posso guardare da lontano entrambe le città e apprezzarne ancora di più i pregi e notare qualche difetto in entrambe. Io vedo la vita come la possibilità di poter vivere in tutti i luoghi contemporaneamente, potendo spostarmi tanto, per ora sto riuscendo a farlo ma non penso sia una cosa che si possa fare per sempre. I luoghi influenzano tanto la scrittura, l’arte, le idee, oggi vogliono farci credere il contrario perché c’è internet ma il luogo continua ad essere fondamentale, lo spazio è essenziale così come lo è il tempo. Bisognerebbe saper prendere il meglio da ogni luogo senza perdere il contatto con la realtà, cosa che potrebbe succedere vivendo solamente in una delle due realtà come Agropoli o Milano.
Quali sono i tuoi prossimi progetti artistici?
Adesso siamo in fase di presentazione dell’album, continueremo con i concerti, i primi sono andati molto bene, abbiamo tutta un’estate davanti e anche l’autunno sarà pieno di eventi, queste canzoni meritano l’incontro fisico con le persone. Nel frattempo sto pensando ad un album nuovo, come ti dicevo all’inizio, ma ci vorrà del tempo. Poi come ti ho detto sto scrivendo questo libro nel mio tempo libero e si vedrà, io poi sono molto critico verso le mie cose, poi la condanna dell’artista indipendente è che sei libero sì, cosa che significa che non hai chi ti supporta, chi investe, dall’altra parte però puoi dire quello che vuoi senza dover rendere conto a nessuno.
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
Mando un saluto a tutti i lettori, oggi interessarsi di musica, di letteratura, di arte, in un periodo in cui il mainstream ti impone la sciocchezza, il divertimento, il fine ludico, è un modo di combattere e reagire. Ti ringrazio tantissimo per questo impegno che metti nella musica e nel supporto all’arte, nel suo approfondimento, e ringrazio tutti quelli che leggono queste parole.
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.




