MARCO BIONDI – Intervista allo storico speaker radiofonico
Ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con il conduttore radiofonico Marco Biondi. Cremonese (di Soresina), Marco Biondi inizia la sua avventura radiofonica alla radio del suo paese, cui seguono 11 anni di radio locali. Nel 1987 arriva a Radio Deejay per altri 11 anni, dal 1998 è invece a Radio 105, dove trasmette da New York. Poi RIN-Radio Italia Network da dove trasmette anche da Ibiza e 10 anni di direzione musicale di Virgin Radio. Ora, finalmente su Radio Capital. È consulente musicale dell’agenzia Sorry Mom! che si occupa di management e ufficio stampa per artisti e gruppi emergenti. Da sempre profondamente dentro la musica, ama scoprire nuovi talenti ma anche mantenere viva la grande musica del passato, italiana ed internazionale.
Ciao e benvenuto su Tuttorock, ti chiedo subito quando e com’è avvenuto il tuo avvicinamento alla musica?
Ciao Marco! Credo quando sono nato (ride – ndr), non ricordo il momento preciso ma ho ricordi dell’infanzia in cui la musica c’è sempre stata. Se penso a quel periodo là, quando volevi fare felice un bambino come me dovevi fare tre regali, un pallone da calcio, dei soldatini ma, soprattutto, dei 45 giri. Ho dei ricordi della casa dove sono nato dove c’era un giradischi che era sempre acceso, passavo tanto tempo a contatto con i dischi.
Ti racconto questa, credo avessi 7 o 8 anni, ero totalmente appassionato dei 45 giri, la nostra non era una famiglia ricca e ci si barcamenava, mia madre e mio padre lavoravano e i dischi, a volte anche quelli non originali perché costavano meno, si compravano quando c’erano soldi. Volendo inventarmi qualcosa per averne di più un giorno cosa ho fatto? Nella casa dove sono nato avevamo un orto e io, vedendo che mio padre seminava pomodori e insalata che poi crescevano, presi una zolla e iniziai a mettere una decina dei miei 45 giri preferiti senza busta dentro la terra, nella mia follia di bambino pensavo che sarebbero cresciuti però quella notte ha diluviato, e al mattino dopo c’erano tutti i miei dischi distrutti in mezzo al fango (ride – ndr).
Da un piccolo paese come Soresina a Milano, com’è stato il primo impatto con la metropoli?
È stato particolare, quando tu vivi e cresci in provincia, anche se tra Soresina e Milano ci sono solamente circa 60 km di distanza ma, negli anni 70/80, con i mezzi dell’epoca, si trattava di un lungo viaggio, vedi Milano come la città in cui accade di tutto, in cui ci sono i locali più fighi, i concerti. Quando sono arrivato era il 1987, non ero più un ragazzino perché avevo 26 anni, è stato come conquistare un posto sempre sognato. Questa cosa mi è successa due volte, quando sono arrivato a Milano e quando sono andato a vivere a New York, sai, due città che sogni, ci arrivi e non ci credi che sei lì, erano davvero sogni che pensavo fossero irrealizzabili. Quando mi trovavo a New York, mi guardavo intorno e dicevo: “Ma New York è da un’altra parte”, ormai, quando sei lì da un po’ di tempo, ti senti un po’ newyorkese, pensi alla città che sognavi e fai fatica a credere di avercela fatta. Poi ho dovuto fare i conti con i problemi della grande città come le distanze, non mi capacitavo del fatto che, se mi mettevo in macchina da casa mia, in zona Corso 22 marzo, in un’ora arrivavo a Brescia, per arrivare a Radio Deejay invece ci mettevo 40 minuti (ride -ndr), poi col tempo ci fai l’abitudine, è stato un bel momento anche perché quelli di Radio Deejay mi presero da una radio della provincia di Brescia, Rete Radio Azzurra, mi aveva chiamato la radio che ascoltavo! Oggi, per il traffico, la situazione è anche peggiorata, mi sono trasferito nell’hinterland milanese ma ogni giorno vado in radio e all’andata ci metto al massimo 40 minuti, al ritorno invece, alle 18 e 15 circa, ci metto un’ora e mezza per rientrare a casa.
In un’epoca in cui la musica è fruibile in maniera molto semplice e in cui basta avere uno smartphone o un computer, come sopravvivono ancora realtà come le stazioni radio?
Sopravvivono molto bene perché si sono evolute, la radio è sempre stata messa in discussione ogni volta che la tecnologia ha proposto qualcosa di nuovo. Con l’arrivo della televisione sembrava che le radio dovessero chiudere invece, in realtà, la televisione stessa ha fornito un grande assist. La radio di base è comunicazione, compagnia, informazione, di conseguenza tutto il mondo si evolve e pure le radio si evolvono. Sento discorsi nostalgici sulle radio libere di una volta, se tu le ascoltassi oggi cambieresti stazione dopo cinque minuti, ogni cosa va storicizzata e quel tipo di radio andava bene nel contesto storico degli anni 70. Oggi, la radio, come tutti i mezzi di comunicazione, come i giornali, le riviste, deve viaggiare con il proprio tempo. Nel momento in cui arrivano le piattaforme digitali, la radio avrà sempre quel mezzo in più che è la comunicazione che tu fai nel momento in cui conduci un programma. Un conto è se tu metti su la tua playlist su Spotify, un conto è se accendi la radio, ci sono i pro e i contro in entrambi i casi. Io insegno radiofonia, ora lo sto facendo nelle scuole elementari e medie ma l’ho fatto anche in un liceo di Milano e, il motivo per cui i ragazzi giovani non ascoltano la radio e sono abituati a sentire le loro playlist, è che si pongono la domanda: “Perché io devo ascoltare la musica scelta da un altro?”, giusto, per certi versi, per altri versi invece la radio ti dà la sorpresa di farti ascoltare cose che non conosci e che potrebbero piacerti, fa un informazione e ti aggiorna su ciò che sta accadendo nel mondo, su quello che sta accadendo nella tua zona se stai ascoltando una radio locale, su quello che succede nel mondo della musica, mentre le piattaforme di streaming non ti dicono nulla di più di quello che ti sei scelto, c’è una differenza sostanziale ma sono due utilizzi diversi e uno non esclude l’altro. Anch’io, quando sono in auto, ci sono momenti in cui scelgo di ascoltare un album che mi piace e ci sono momenti in cui ho bisogno di qualcuno che mi parli, ho i miei programmi di riferimento e ascolto la radio. I ragazzi giovani vivono il mondo giovanile di oggi ed è giusto così, poi si cresce e tutto si trasforma, il ragazzo di oggi a 15 anni, quando avrà 30 anni avrà delle esigenze completamente diverse.
L’intervista più complicata e quella che ti ha dato più soddisfazioni della tua carriera?
Quella con più soddisfazioni è facile, io che sono nato e cresciuto con un eroe musicale come David Bowie, quando mi dissero che dovevo andare a Londra ad intervistarlo pensai ad una presa per il culo (ride – ndr). Era il 1993, ero a Radio Deejay, arrivò Dario Usuelli nel corridoio e mi chiese: “Marco, cos’hai da fare questo weekend? Sai, ci sarebbe da fare un’intervista ma dovresti andare e tornare in giornata a Londra”, io gli chiesi, con un po’ di diffidenza perché lo vedevo come uno sbattimento, chi avrei dovuto intervistare. Lui, con lo sguardo basso disse: “Ma niente dai, David Bowie”. Lo fece apposta per ironizzare e da lì mi trovai su un aereo al mattino presto, poi su un taxi verso un capannone fuori Londra, una di quelle costruzioni che vengono adibite a set cinematografici, poi in uno stanzone buio in cui arrivò David, facemmo un’intervista di 20 minuti e io ero in catalessi totale.
Quella più complicata beh, ci sono artisti che ho sperato di non intervistare perché sapevo che potevano essere un po’ rognosi, ad esempio ho sempre sperato di non incontrare Axl Rose nonostante fossi un grande fan dei Guns N’ Roses, e ce l’ho fatta (ride – ndr). Un gruppo che ho sempre temuto erano i R.E.M., soprattutto Michael Stipe, ad un certo punto, quando ero a Virgin Radio, loro sono arrivati e mi sono trovato a fare dieci minuti di intervista con ognuno dei tre membri. Con Peter Buck e Mike Millis tutto a posto, sono persone molto tranquille, l’ultimo era Michael Stipe e avevo una tensione devastante anche perché, in dieci minuti cosa gli chiedi ad uno come lui? Era appena uscito il loro album “Accelerate” e, di conseguenza, già sai che un paio di domande devi farle sul disco, sei lì per quello, sai anche che Michael Stipe, se gli fai la domanda sbagliata, piglia e se ne va, lui poi ha questo carisma incredibile, lo vedi come un gigante e mette molta soggezione, in realtà è stato molto tranquillo, ha risposto, non c’è stato nessun problema nonostante il mio timore e l’ho portata a casa. Certo, esci con un’intervista a Michael Stipe di dieci minuti e ti senti un po’ un coglione perché dici: “Non posso aver avuto l’occasione di aver avuto qua Michael Stipe e avergli fatto queste domande che lasciano il tempo che trovano” ma, d’altronde, in dieci minuti cosa puoi fare, non hai il tempo di fare domande e lui non ha tempo di rispondere. Un’altra intervista molto difficile è stata nel 1989 quando i The Cure suonarono all’Arena Civica di Milano, anche lì avevo a disposizione solo 15 minuti con Robert Smith, tanto sbattimento da parte mia mentre si vedeva benissimo che lui faceva quell’intervista solo perché doveva farla, tre domande in croce e intervista finita con il rammarico che avrei potuto fare di meglio ma non sai mai cosa potrebbe essere quel meglio, come fai in così poco tempo? Loro hanno sempre il manager che sta lì con il cronometro e ti dice: “Last Question”, e quando lui dice così è davvero l’ultima domanda, poi, se trovi l’artista ben disposto che, davanti all’ultimatum del manager dice che vuole andare avanti, ben venga ma, davanti a Michael Stipe e Robert Smith, “Last Question” è davvero “Last Question” (ride – ndr).
Sei consulente musicale dell’agenzia Sorry Mom! che conosco molto bene in quanto pubblichiamo molti contenuti che la riguardano, in cosa consiste il tuo ruolo?
Sì, collaboriamo molto bene con voi e ne approfitto per ringraziarvi. Siamo una struttura indipendente in cui il mio ruolo è quello di consulente artistico per le band nel momento in cui hanno bisogno di confrontarsi artisticamente con una persona esterna a loro. Ti faccio un esempio, c’è un album e dobbiamo fare una pianificazione dei singoli che devono uscire prima dell’album stesso, do una mia visione a livello radiofonico e il mio ruolo è quello di dire: “Ragazzi, per me i brani più forti di questo album a livello radiofonico sono questi”, mi confronto con loro poi è la band che decide. Oppure, nel momento in cui la band sta scrivendo brani nuovi, trova in me una persona con cui confrontarsi per capire se il demo ha un senso, se la canzone ha un potenziale, se la strofa è debole, se il ritornello è buono, se il testo gira bene. Poi sono quello che in Sorry Mom! fa scouting, l’ho sempre fatto anche per i miei programmi in radio e, girando su Spotify e sui social se trovo band interessanti con cui poter fare un percorso insieme ci facciamo due chiacchiere e capiamo cosa fare. Sono anche quello che, quando ci sono band che ci scrivono, insieme a Luca Bernardoni, colui che ha aperto Sorry Mom! 12 anni fa, ci confrontiamo per capire se quella band ha delle qualità e se potrebbe interessarci, poi decidiamo se metterla sotto contratto o meno.
Vi faccio i miei complimenti per quello che fate per la musica. A proposito, tanti artisti parlano e criticano ma pochi si muovono veramente per promuovere i giovani. Tra le eccezioni ci sono Vasco, con il suo “Festival Zocca Paese della Musica” e Manuel Agnelli con il suo “Carne fresca, suoni dal futuro”, non pensi che siano troppo pochi?
Sono pochissimi davvero, credo che Manuel stia facendo un lavoro incredibile, l’avrei seguito a prescindere ma lo sto seguendo ancora con più attenzione anche perché tra le band che lui ha voluto per il suo progetto ci sono i Dlemma, di SorryMom!. Sono tre ragazze e un ragazzo di Roma, due sorelle e un fratello oltretutto, sono molto giovani, hanno 17 anni di media, stanno crescendo bene e hanno pubblicato da poco l’album sull’etichetta Be NEXT Music distribuita da Universal. Il fatto che Manuel sia stato attirato da loro la dice lunga, lui non ti regala nulla, se gli vai è ok, se non gli vai è ok, hanno fatto tutte le date di “Suoni dal futuro” e stiamo facendo nuovi progetti con loro, manderemo un singolo nuovo in promozione prossimamente.
Ce ne vorrebbero comunque di più, anche con Vasco ci siamo tolti delle belle soddisfazioni, l’anno scorso nella sua seconda data di Firenze, in apertura c’era una nostra band di Roma, Laparteintollerante poi, chi gestisce i social di Vasco ha fatto fare un video dove loro ringraziavano lo stesso artista di Zocca e quel video l’hanno pubblicato direttamente sui suoi social. Quando trovi due personaggi che fanno cose del genere, dici, è bello, c’è grande speranza e ci sono grandi possibilità, cito anche Omar Pedrini che fa delle belle cose e mette in apertura ai suoi concerti band emergenti, se lo facessero tutti i grandi artisti italiani ci sarebbe davvero spazio per tante altre band e altri solisti che potrebbero avere un aiuto importante per farsi conoscere. A volte, i grossi nomi, dovrebbero ricordarsi da dove vengono e che, ai loro tempi, qualcuno più grosso di loro gli aveva dato questa possibilità per farsi notare, poi ognuno fa quello che vuole ovviamente.
Io, personalmente, non sopporto coloro che vogliono per forza etichettare qualcuno o qualcosa, tipo “tu sei un rockettaro”, “tu sei un metallaro”, “tu sei troppo pop”, per me esiste la musica bella e quella non bella, sei d’accordo con me?
Sono assolutamente d’accordo, io etichetto la musica con quella che mi piace e quella che non mi piace e, attenzione, quella che non mi piace non è detto che sia brutta, semplicemente non piace a me, a qualcun altro potrebbe piacere poi sai, i generi possono essere utili nel momento in cui io ti consiglio una band e tu mi chiedi che musica fanno, allora ti dico fanno rock, fanno soul eccetera ma i micro sottogeneri, e ce ne sono un miliardo, anche no onestamente. A parte che oggi non devi nemmeno più farmi capire che genere fa un artista, basta che mi dici il nome, vado su Spotify e l’ascolto. Una volta era più essenziale, dovevi comprare un disco e prima di spendere dei soldi volevi sapere cosa stavi per comprare. Oggi è obsoleto tutto questo voler super categorizzare la musica. Ci sono talmente tanti artisti anche lontano dai propri gusti musicali che fanno cose belle, ti faccio un esempio banale e stupido, io non sono uno che ascolta gli Europe ma l’altro giorno in onda ho messo “The Final Countdown” e, anche soltanto ascoltando la tastiera in quel brano, avevo la pelle d’oca, quindi non possiamo dire che gli Europe non abbiano fatto un grande brano poi, se a uno gli piacciono e ascoltano tutta la discografia ben venga, io magari ho la discografia di un’altra band che non interessa ad altri ma va bene così, ognuno ascolta la musica che vuole. Poi dipende anche dall’umore che hai, ci sono momenti in cui hai voglia di una cosa, altri momenti in cui hai voglia di un’altra, ci sono talmente tante cose diverse tra di loro e penso ci sia del bello in tutto onestamente, anche in Sal Da Vinci. Ci sono superprofessionisti che vanno rispettati, io ad esempio non ascolto Gigi D’Alessio ma non puoi dire che non sia un professionista e merita tutto il rispetto, il rispettare l’artista spesso, purtroppo, in Italia non viene fatto.
Raccontami qualcosa della tua esperienza, di cui mi parlavi prima, come insegnante di radiofonia presso School To Radio, come si presenta solitamente e cosa chiede chi vuole fare lo speaker?
Vado nelle scuole, vengono proposti i nostri corsi, alcuni ragazzi sentono l’esigenza di iscriversi mentre ad altri non gliene frega niente. Adesso stiamo facendo dei corsi alle scuole elementari e medie, sono bambini piccoli ma è bello vedere l’entusiasmo e i timori che hanno perché, fino alla parte teorica va tutto bene poi, quando li porti davanti ad un microfono, ci sono gli spavaldi che vogliono farsi vedere dal gruppo, e ci sono i timidi con cui devi fare un lavoro psicologico poi, quando si aprono, lì arriva la soddisfazione più grossa perché ci prendono gusto e non vorrebbero più staccarsi dal microfono. Siamo io, che mi occupo della parte della conduzione radiofonica, e Luigi Speciale, il sound designer di Radio 24, storicamente regista, fonico, produttore audio. Ci sono ragazzi che non vogliono parlare al microfono ma sono affascinati dalla parte seguita da Luigi, si mettono già alla loro età dietro ad un mixer, lui gli spiega come funziona la registrazione e gli mostra i software da usare, ad un certo punto è bellissimo perché ti trovi un ragazzino davanti ad un microfono con l’altro ragazzino al mixer che lo registra.
Hai realizzato tutti i tuoi sogni musicali o ce n’è uno che tieni ancora nel cassetto?
I sogni sono belli perché non costano niente, oggi che tutti fanno sold out a San Siro vorrei farne uno anch’io (ride – ndr). A parte gli scherzi, se dovessi scegliere un sogno concreto, oggi, sarebbe vedere una nostra band che piano piano si afferma, ci vorrà tempo ma ne abbiamo di ottime che potrebbero fare un bel lavoro di crescita, diciamo che siamo sulla buona strada ma il percorso è molto lungo. A livello radiofonico vorrei andare avanti a lungo con Radio Capital perché sto facendo un programma che mi piace tanto, il sogno si sta realizzando e spero possa continuare per tanto tempo. A volte nemmeno te ne accorgi che un sogno si realizza nel momento stesso in cui lo stai vivendo.
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
Grazie a te Marco, penso che abbiamo toccato tutte le cose, anche perché in questo momento le due attività principali a cui tengo in modo particolare sono SorryMom! e Radio Capital, cui sto dando l’anima. Le mie giornate cominciano presto, a volte sono già in piedi alle 5 di mattina poi alla sera arrivo un po’ stanco ma fino alle 23 resto sul computer, se non mi piacessero queste cose non potrei sostenere ritmi così, anche perché non sono più un ragazzino di 20 anni ma, lo saprai anche tu che quando fai una cosa che ti piace non gli dai mai fine.
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.




