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LUIGI MARTINALE QUARTET – Intervista al pianista e compositore

LUIGI MARTINALE QUARTET – Intervista al pianista e compositore

In occasione dell’uscita dell’album “Invisible Cities” (Abeat Records, distribuzione Believe) di Luigi Martinale Quartet, formazione che annovera parte della miglior scena jazz internazionale, ho avuto il piacere di intervistare lo stesso Luigi, pianista e compositore. Al suo fianco troviamo Stefano Cocco Cantini al sax tenore e soprano, Yuri Goloubev al contrabbasso e Zaza Desiderio alla batteria. Con loro l’Orchestra da Camera Conservatorio Ghedini di Cuneo, diretta dal maestro Bruno Mosso. Il lavoro mescola musica classica e jazz, con sonorità curate, ariose, dal forte impatto lirico, impreziosite dal linguaggio improvvisativo degli straordinari interpreti.

Ciao e benvenuto su Tuttorock, “Invisible Cities” è il nuovo album del tuo quartetto, da me molto apprezzato, che riscontri stai avendo?

Grazie a Tuttorock per l’interesse in questo nuovo lavoro! Sono felice, il nuovo album sembra piacere.

Un album che troverei perfetto come colonna sonora, ad esempio, di un film di Woody Allen, hai mai pensato a proporre le tue composizioni al mondo cinematografico?

Da sempre arriva questa domanda e ogni volta mi riprometto di farlo.

Da chi o da cosa hai trovato l’ispirazione per comporre i brani contenuti nel disco?

Tutto nasce dalla lettura della serie di racconti scritti da Italo Calvino intitolata le Città Invisibili. Ho pensato di creare strutture musicali che potessero ricalcare le strutture letterarie di Calvino. A disposizione avevo un super gruppo: il mio quartetto, con i fidati Cocco Cantini ai sax, Yuri Goloubev al contrabbasso, Zaza Desiderio alla batteria e l’Orchestra da Camera del Conservatorio di Cuneo.

Com’è iniziata la collaborazione con gli altri tre musicisti che compongono il quartetto?

La nostra collaborazione risale a 10 anni fa. Sentivo l’esigenza di cambiare e suonare con nuovi musicisti, di cui avevo grande stima. Li ho contattati e in occasione di un concerto abbiamo preparato un nuovo repertorio che è diventato il materiale per “Il Valzer di Sofia” pubblicato da Abeat, l’etichetta con cui collaboro tutt’ora.

La copertina da chi è stata realizzata?

Marina Barbensi è responsabile del progetto grafico del booklet, elegante e minimal. In copertina è presente un’opera scultorea di Chiara Crepaldi che tempo fa aveva dato la sua realizzazione plastica delle Città Invisibile di Calvino: insomma, si è chiuso un cerchio.

Quando e come ti sei avvicinato alla musica?

Da piccolo, a nove anni, suonando il sax contralto nella banda del paese dove sono nato. Un imprinting importante. Il maestro della banda insistette con i miei genitori per farmi studiare il pianoforte. Anni dopo ascoltando Charlie Parker sono finito a studiare il jazz.

So che hai un rapporto particolare con il Giappone, cosa ti lega a quella terra e cosa differenzia il pubblico giapponese da quello europeo?

Alcune etichette giapponesi mi hanno commissionato diversi lavori. Sono stato anche in Giappone per una serie di concerti in piano solo, quando uscì Arietis Aetas, per le Albore Jazz. Il pubblico giapponese ha una venerazione per i jazzisti e per il jazz italiano. È un pubblico attento, rispettoso e silenzioso durante lo spettacolo. Soltanto a fine concerto esprime cosa prova: tutti si mettono in coda per avere il CD e una fotografia insieme. Molti portano regali, ma sono molto timidi, per cui li lasciano al promoter che a fine concerto ti copre di pacchi, senza aver la possibilità di ringraziare.

Hai qualche concerto in programma prossimamente?

Sto lavorando per portare in giro questo super gruppo, cosa molto complessa per la logistica e l’aspetto finanziario…siamo in 21 sul palco!

Quali sono i tuoi prossimi progetti musicali?

Compongo in continuazione, è il mio modo per sentirmi bene, mi appaga. E poi ogni volta si vede cosa può succedere: in questo mondo l’unica certezza è che non ci sono certezze.

Grazie mille per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere questa intervista come preferisci.

Provate ad ascoltare i brani alcune volte, mi auguro che possiate cantare tutti i temi del disco. Può succedere, è successo.

E non succede così spesso nel jazz.

MARCO PRITONI