L’OFFICINA DELLA CAMOMILLA PUBBLICANO “MADCHESTER” ft. FRANCESCO MANDELLI
Dopo aver annunciato il grande ritorno dal vivo con il concerto del 29 aprile all’Alcatraz, L’Officina Della Camomilla esce con “Madchester” il 17 marzo, il nuovo singolo con un featuring d’eccezione: la voce di Francesco Mandelli: attore, regista, conduttore televisivo e radiofonico, oltre che sceneggiatore. Il brano è prodotto e arrangiato da Ivan Antonio Rossi. La canzone prende il nome dalla scena nata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 a Manchester, un movimento che ha intrecciato chitarre, cultura rave e attitudine working class attorno a band come The Stone Roses e Happy Mondays. Quell’immaginario viene riletto in chiave contemporanea: l’energia, le atmosfere e lo spirito collettivo di quegli anni dialogano con la sensibilità dell’Officina Della Camomilla e il suo modo unico di raccontare storie di giovani, outsider e generazioni alla ricerca di un’identità.
Nella canzone convivono flyer, tunnel, pastiglie, VHS sacralizzate e coordinate notturne. Da Spike Island, arriva al Parco Lambro, attraversa Leoncavallo e si muove tra riferimenti che sono memoria collettiva, descritti sotto forma di allucinazione privata. Manchester diventa così un luogo mentale: il punto in cui una precisa generazione sceglie di fare una band come atto identitario per scappare dal disagio. La presenza di Francesco Mandelli si inserisce in questo quadro in modo naturale. Da sempre fan di quell’estetica musicale, il Non giovane contribuisce al brano con un riferimento diretto alla nascita di una band come scelta di vita, rafforzando il legame tra l’immaginario evocato e lo spirito degli anni ’90. Sul piano musicale, “Madchester” segna una novità nel percorso dell’Officina Della Camomilla: il suono è più compatto, le chitarre sono centrali, l’impianto più diretto rispetto allo stile lo-fi che da sempre l’ha contraddistinta. Una direzione che amplia la tavolozza espressiva della band e ne mette in primo piano la dimensione più rock.
“Madchester” anticipa così il ritorno dal vivo dell’Officina Della Camomilla, pronta a portare questa nuova energia sul palco il 29 aprile all’Alcatraz di Milano, riaccendendo lo spirito di un’epoca e trasportandolo con grazia nel presente: tra chitarre, visioni notturne e il desiderio ostinato di fare una band per trovare il proprio posto nel mondo.
L’Officina Della Camomilla nasce nel 2008 a Milano come progetto solista di Francesco De Leo. L’idea di band nasce poco tempo dopo con l’incontro tra De Leo e Stefano Poletti, musicista ma soprattutto videomaker (ha lavorato con Baustelle, TARM e tanti altri). L’esordio discografico arriva però nel 2013 con “Senontipiacefalostesso Uno” per Garrincha Dischi, dopo le centinaia di migliaia di visualizzazioni su Youtube di tracce autoprodotte. Sulla scia del successo del primo album l’anno successivo esce “Senontipiacefalostesso Due” (2014, Garrincha Dischi/Audioglobe) e, in mezzo, vengono pubblicati numerosi Ep contenenti inediti e brani sparsi. Seguono poi Palazzina Liberty (2016, Garrincha Dischi) e la raccolta di cento brani tra demo e inediti Antologia della Cameretta (2017, Garrincha Dischi). Poi, dopo un lungo silenzio di 6 anni, hanno pubblicato l’album Dreamcore (2017, Hachiko Dischi/ADA Music Italy).
Cifra stilistica della band è la spensieratezza con cui rappresenta in musica “quello che passa fuori dalla propria finestra”; E la finestra da cui L’Officina Della Camomilla guarda il mondo si affaccia sulla Milano dei Navigli, sul Parco Sempione, sull’area C, su Brera, sulle zone militari. Personaggi, veri o immaginari, che non hanno paura di raccontare o di essere raccontati, figure che si incontrano e scivolano veloci come i paesaggi attraverso i finestroni di un tram, ragazzi appena accennati che in fondo potremmo essere (stati) noi. I brani sono come istantanee, una tavolozza su cui i “nostri” riversano colori pastello e riflessioni a 360°, senza retoriche tronfie o velleità di giudizi universali. Le canzoni possono prendere vita da appunti, pensieri surreali, allucinazioni modellate, cieli nuvolosi, da ogni piccola sensazione che affiora sottopelle. Strumenti giocattolo e tastierine mischiate al clapping, chitarre distorte à la Libertines dei tempi d’oro, un Alex Turner che preferisce le filastrocche macabre ai muri di suono degli Arctic Monkeys. Favole cattive, passaggi meno nervosi che ricordano i migliori The Pains Of Being Pure At Heart. L’amore-odio per Milano, l’alienazione nei non-luoghi e per i lavori sempre più improbabili, giocata su accenni di ninnenanne per non dormire, come direbbe il mai troppo compianto Pier Vittorio Tondelli. E poi, le fascinazioni per l’uptempo e per il pop più zuccherino, quello che fa innamorare, fatto per celebrare in posti improbabili i ritorni più attesi.




