LEBRON JOHNSON – Intervista al frontman della omonima band
In occasione dell’uscita del nuovo singolo “Stuck” (Qanto Records), ho avuto il piacere di intervistare LeBron Johnson, frontman dell’omonima band attiva dal 2022.
Un funk-soul che pulsa di radici nigeriane e groove senza compromessi. Al centro, la voce del frontman che dà il nome alla band: calda, carismatica, capace di trasformare qualsiasi platea in una festa. Un vero animale da palcoscenico, magnetico dal primo accordo.
Ciao e benvenuto su Tuttorock, ti chiedo subito quando e com’è nato il nuovo singolo “Stuck”.
Il singolo “Stuck” è nato da un periodo di stallo che ho avuto dopo l’uscita del nostro secondo album “Strong Man, Still Human”.
Mi sentivo bloccato e, pensando alla mia carriera musicale, non ero più disposto a fare le stesse cose che mi portavano gli stessi risultati e, per fortuna, a una certa, ero stanco di lamentarmi e mi sono ricordato che posso dire tutto attraverso la nostra musica.
Un taglio netto con il passato, due dischi poi puoi raccontarci cos’è successo?
Un divorzio consensuale! Con la vecchia produzione abbiamo 18 bambini a cui teniamo e che cresciamo insieme, quindi non c’è nessun rancore.
Sì, è vero che abbiamo fatto un taglio netto con il passato ma, più che con la vecchia produzione, il taglio netto è stato con la vecchia versione di LeBron Johnson.
Puoi presentarci gli altri musicisti che suonano con te e come li hai conosciuti?
Alberto Pavesi suona la batteria, Davide Medicina suona il basso e Filippo Romano suona l’organo Hammond. Presento il nostro chitarrista, Andrea Pititto (Andy Pit), per ultimo perché è stato lui a far nascere questo progetto.
Appena mi ha scoperto in una chiesa evangelica e abbiamo estratto il nome LeBron Johnson da Lee Brown Johnson, ha scelto i migliori musicisti che conosco, hanno risposto alla chiamata e ha messo insieme la band.
Quando e com’è entrata la musica nella tua vita?
Mia mamma dice che cantavo da quando ero bambino e, nella mia adolescenza, ho anche ricordi di cestini pieni di dischi e di lei che ascoltava tanta musica, spaziando da un genere all’altro, ogni sabato mattina (nei giorni in cui c’era corrente), mentre puliva la casa, ma la musica è entrata nella mia vita proprio quando ho avuto un’illuminazione durante una festa di Natale e ho deciso di far parte del coro gospel della chiesa evangelica che frequentavo in Nigeria.
Ti chiedo dieci dischi dai quali non ti separeresti mai.
A parte il mio amore infinito per il genere “Afrobeats”, che ascolto prima di salire sul palco, in realtà non ho una grandissima cultura musicale come gli altri membri della band e non ho mai avuto questa cosa di attaccarmi a o avere un cantante, una canzone o un disco preferito, anche se di recente sono tentato di dire che l’album BAD di Michael Jackson è perfetto, soprattutto il singolo “Liberian Girl”, che mi fa piangere sempre per amore.
Com’è stato il primo impatto con il nostro Paese, te l’aspettavi così come l’immaginavi?
Sono nato a Torino, cresciuto in Nigeria (da quando avevo 8 anni) e sono tornato in Italia nel 2017 a 18 anni. Dopo tutto il mio vissuto in Nigeria, sono partito con lo scopo di diventare un musicista famoso e comprare casa per mia mamma in poco tempo ma, appena sono arrivato in Italia, il mio primo impatto è stato con la realtà dei fatti e ne sono grato perché ‘il ragazzo è diventato uomo’ e racconto tutto questo nell’album precedente.
Una domanda che non dovrebbe più trovare spazio nel 2026, purtroppo però, a causa soprattutto dell’ignoranza, il tema del razzismo è ancora tristemente vivo. Tu hai dovuto affrontare pregiudizi o comunque ti sei trovato ad avere a che fare con questo oscuro lato dell’umanità?
Hai detto proprio bene, il tema del razzismo è ancora vivo a causa dell’ignoranza. L’ho vissuto e lo vivo ogni tanto, anche avendo spesso a che fare con persone ignoranti che però hanno buone intenzioni, e continuerò a viverlo, ma la verità è che sono fortunato e mi concentro su questo!
Pensa a questa cosa: sono un nigeriano in Italia che canta in inglese e vive il sogno di tanti molto più dotati. Cosa me ne frega del pregiudizio di una persona ignorante? Sono amato!
Ti sei esibito in Italia, in Germania, in Austria e in Russia, c’è un concerto in particolare che ricordi?
Vorrei dire il concerto in Russia per il trattamento da superstar, ma la verità è che mi ricordo in particolare di tutti i concerti dove la gente ha interagito con la nostra musica in qualsiasi modo durante e dopo il concerto.
Piano piano stiamo perdendo questa cosa del ‘godersi’ il concerto per la preoccupazione di fare brutta figura, ma è bello che durante i nostri concerti manteniamo il groove e la maggioranza sa catturare il vibe.
La musica che facciamo dal vivo non dà spazio alla passività.
A proposito, quali sono le vostre prossime date dal vivo?
Il 2 e 3 ottobre e anche il 19 novembre siamo al Nidaba Theatre, Milano.
Il 29 novembre siamo in Francia.
L’11 dicembre siamo alle Cantine dell’Arena di Verona e il 12 dicembre siamo al Corner Live, Mareno di Piave (Treviso).
“Stuck” anticipa un disco che uscirà quando?
“Stuck” anticipa un singolo che anticipa un singolo che anticipa un altro singolo e insieme questi 3 singoli anticiperanno un album molto importante per la nostra discografia fino adesso. Quest’album uscirà… presto!
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
FREEDOM FOR LEBRON
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.






