JEY – Intervista all’artista faentina che presenta l’EP d’esordio
In occasione dell’uscita dell’EP di debutto “Dies Irae” (Redgoldgreen Label), ho avuto il piacere di intervistare Jey, nome d’arte del soprano Jennifer Turri, artista faentina classe 1998. Dopo la formazione al Conservatorio Rossini di Pesaro (PU), dove si laurea in Canto Lirico con lode, si specializza all’Accademia Lirica di Osimo (AN). Canta nei cori del Rossini Opera Festival, del Teatro della Fortuna di Fano, del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, e nel Coro Cherubini, diretto dal Maestro Riccardo Muti. Approfondisce la tecnica con masterclass di rilievo, tra cui quella con il tenore José Carreras, e nel 2021 riceve il prestigioso Premio Maria Callas all’Arena di Verona, per il talento vocale dimostrato nel panorama lirico italiano. Se il canto lirico costituisce il suo percorso professionale e accademico, da sempre ha nutrito una parallela passione per la musica rap e per tutte le sonorità urban e black.
Dies Irae è un viaggio emotivo che attraversa oscurità, rabbia, dolore, catarsi e liberazione. Gli arrangiamenti alternano momenti essenziali e sospesi a esplosioni rock e rap, con la voce lirica come elemento centrale e simbolico: un ponte tra vulnerabilità e potenza. Le produzioni mescolano atmosfere cinematiche, underground e viscerali, mantenendo una forte identità emotiva e narrativa. Le produzioni vedono la collaborazione con Rick Freak, VirtuS, Dr. Testo, Ed Mars e Simon Bayle.
Ciao e benvenuta su Tuttorock, “Dies Irae” è il tuo primo EP di inediti, da me molto apprezzato per il suo eclettismo e per le tue qualità canore, qual è il più bel complimento che vorresti ricevere da chi l’ascolterà?
Innanzitutto grazie per questi complimenti, li accolgo con grande gratitudine.
Credo che il complimento più bello sarebbe sentirmi dire: “Nel tuo modo di tirare fuori con coraggio le tue sfumature mi hai fatto sentire meno solo”. Mi piacerebbe che chi ascolta questo progetto potesse trovare il coraggio, allo stesso modo, di continuare o magari iniziare un percorso di trasformazione e ricerca di sé, anche quando si ha la percezione di avere contro il mondo e la vita sembra essere troppo dura al punto da rendere il dolore impossibile da trasformare in qualcosa di diverso.
“Dies irae” non nasce per mostrare una versione perfetta di me, anzi, dentro ci sono molte paure, rabbia, fragilità, caos, ma anche una forte voglia di rinascita e riscatto. Ho sempre vissuto la musica come qualcosa che deve creare un legame reale tra le persone, la musica è unione e comprensione per chi la produce e per chi la ascolta. Se qualcuno, ascoltando questi brani, riuscirà a sentire qualcosa (attraverso questo periodo storico che stiamo affrontando che tende a spegnere le emozioni), mi sentirò soddisfatta.
Brani in cui hai collaborato con vari producer, scelti per amicizia, per stima o per cosa?
Direi per connessione umana prima ancora che musicale. Io faccio molta fatica a lavorare con persone verso le quali non sento un’energia vera e di conseguenza anche la mia stima è sincera.
Ogni producer coinvolto nel progetto ha portato qualcosa di personale, adatto alla diversa sfumatura proposta perché ognuno di loro aveva un’identità precisa che poteva dare valore ai brani dell’Ep.
L’idea della copertina è tua?
La copertina è stata realizzata dall’artista Leon Ant, che è prima di tutto (o alla fine di tutto), un mio caro amico. Io gli ho raccontato tutto l’immaginario e il significato che volevo trasmettere con “Dies irae” (dal latino, il “giorno dell’ira”), e lui è riuscito a trasformarlo in qualcosa di visivamente potentissimo.
Se “Dies irae” è il momento del giudizio in cui c’è la richiesta di venire capiti e tutto è in discussione, l’artwork suggerisce proprio questo. Abbiamo un simbolo centrale chiaro ed essenziale, la potente immagine della figura femminile che è mediatrice del sé che si trova in piedi sulla luna crescente.
Nel giorno del giudizio la luna rappresenta questo, riflette una luce esterna, proprio come l’artista, che nel momento in cui si espone viene inevitabilmente etichettata e giudicata, perché questo giudizio non è divino ma umano, e in quanto tale tende a definire ancora prima ancora di comprendere.
La figura della fanciulla nell’artwork è stata realizzata in queste vesti eteree, non sacre, ma plasmabili e pronte ad adattarsi ai suoi molteplici modi di essere, sta in piedi sulla luna instabile, ha riconosciuto la luce ma c’è anche la consapevolezza che si viene dall’ombra, e lei è li, consapevole e in equilibrio tra luce ed ombra, in un momento in cui non ci si può più nascondere, e lei è pronta ad essere vista per ciò che è.
Quando e come ti sei avvicinata alla musica?
La musica fa parte di me da sempre. Mi dicono che da bambina cantavo continuamente tanto che mia zia mi urlava di stare un po’ in silenzio ogni tanto. Ho iniziato molto presto con il canto corale e con lo studio della lirica, che mi hanno dato una base fortissima sia tecnica che umana.
Però dentro di me ho sempre avuto anche il bisogno di raccontare qualcosa di più personale, più crudo, più vicino al modo in cui vivo le emozioni e alla mia realtà temporale. Parallelamente ho sempre suonato, scritto e ascoltato dal Rock dei Led Zeppelin al cantautorato poetico di Fabrizio de André al Rap crudo dei Colle Der Fomento e crescendo piano piano tutti questi mondi si sono mescolati naturalmente nel mio modo di fare musica.
Hai cantato in vari cori tra cui il Coro Cherubini, diretto dal Maestro Riccardo Muti, e hai partecipato a masterclass tra cui quella con il tenore José Carreras, cosa ti hanno lasciato queste esperienze sia a livello artistico che umano?
Mi hanno insegnato tantissimo. Artisticamente mi hanno dato disciplina, rigore e rispetto per la musica. Quando lavori in contesti del genere capisci davvero quanto studio e sacrificio ci siano dietro ogni dettaglio.
Umanamente, invece, mi hanno insegnato l’umiltà. Ho avuto la possibilità di stare vicino ad artisti giganteschi e la cosa che mi ha colpita di più è stata vedere quanto fossero ancora totalmente al servizio della musica. È una lezione che mi porto dietro ogni giorno.
Dalla lirica ad una fusione con rap, rock, pop urbano, trap, com’è avvenuto questo processo evolutivo?
In realtà non l’ho mai vissuto come un cambio improvviso. È stato più un togliere filtri.
La lirica mi ha dato gli strumenti per usare la voce, ma sentivo che non bastava a raccontare tutto quello che avevo dentro. Io sono cresciuta ascoltando mondi molto diversi tra loro e non mi sono mai riconosciuta nell’idea di dover scegliere una sola direzione.
Mi piace la contaminazione perché anche noi esseri umani siamo pieni di contrasti: possiamo essere delicati e aggressivi, fragili e rabbiosi nello stesso momento. La mia musica nasce proprio da questo equilibrio che cerco tra luce e ombra.
Nel 2025 hai pubblicato “Cover Fragile”, un EP intimo e minimale in cui hai reinterpretato alcune cover di cantautorato italiano, com’è stato accolto da ascoltatori e critica?
Molto meglio di quanto immaginassi, sinceramente. Era un progetto completamente diverso da “Dies irae”, molto più nudo e silenzioso. Mi spaventava espormi così tanto senza sovrastrutture, difatti anche nella scelta della tipologia di registrazione ho optato per una sonorità naturale e senza filtri così come per gli arrangiamenti musicali.
Ci sono persone che mi hanno scritto dicendomi che avevano percepito verità dentro quelle interpretazioni, e credo sia stata la cosa che mi ha fatto più piacere in assoluto ed anche la critica ha apprezzato l’Ep spendendo attenzione ai vari dettagli di interpretazione artistica.
Hai già pensato a come saranno i tuoi spettacoli dal vivo?
Sì, ci penso spesso e la risposta comune che mi do è che saranno molto emotivi. Non voglio fare semplicemente un concerto dove salgo sul palco e canto i pezzi uno dopo l’altro. Vorrei creare un’esperienza immersiva, quasi narrativa, dove il pubblico possa entrare dentro il mio mondo.
A proposito, hai già pianificato qualche data?
Sì, ci sono diverse date estive ed aperture interessanti che sicuramente mi aiuteranno anche in questo mio desiderio di costruire i live nel modo giusto, con un’identità forte e coerente con il progetto e magari, perché no, anche accompagnata da musicisti.
Continuerai su questa strada per i prossimi tuoi lavori o lasci aperte nuove possibilità di contaminazioni musicali per il prosieguo della tua carriera artistica?
Assolutamente sì, lascio aperta qualsiasi possibilità. Non mi interessa rinchiudermi in un genere preciso a vita, perché sento che artisticamente ho ancora tantissimo da scoprire.
La cosa importante per me è che resti sempre tutto autentico e parte di una trasformazione che c’entra quasi più con la crescita di me stessa come individuo. Finché sentirò di avere qualcosa di vero da dire, continuerò a sperimentare senza paura di mescolare mondi diversi.
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
Grazie a voi per aver ascoltato e apprezzato davvero questo progetto
Viviamo in un periodo in cui spesso si ha paura di mostrare le proprie fragilità, e invece “Dies irae” nasce proprio dal bisogno opposto: prendere il caos, il dolore, la rabbia, le contraddizioni… e trasformarle in arte.
Spero che chi ascolterà questo EP possa sentirsi libero di vivere anche le proprie ombre senza vergogna, perché a volte è proprio lì, dentro ciò che ci manca, che si trova la risposta che cerchiamo.
MARCO PRITONI
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.




