JALISSE – Intervista su TARATATA, Sanremo e dintorni
In occasione dell’uscita del libro “ROCK: ASSOLI SENZA SEGRETI“, ho intervistato l’autore Marco D’Andrea.
“Taratata” suona come un titolo onomatopeico e liberatorio. Com’è nato questo pezzo e cosa rappresenta per voi in questo momento della vostra carriera?
Il brano racconta la vita quotidiana di ognuno di noi, alle prese con gli impegni di ogni tipo e questo mantra aiuta a scrollarsi di dosso le fatiche. Nasce insieme ad altri due brani presentati alle selezioni del Festival di Sanremo 2026 ed è una delle tante tappe del nostro percorso di scrittura e di sperimentazione musicale.
C’è un messaggio sociale o un’emozione particolare che volete trasmettere con questo ritmo? Musicalmente è un pezzo molto diverso da ‘Fiumi di parole’: quanto vi piace sperimentare rispetto all’immagine che il pubblico ha di voi?
Beh, il ritmo di 150 bpm con diversi stili incrociati mette in risalto la voce di Alessandra che si presta al puro divertimento. Come si vede anche dal video, girato in una lavanderia, ci piace far notare che alla fine l’unica cosa che depura e sterilizza la nostra vita è proprio la lavatrice! Abbiamo bisogno di disinfettarci, di rigenerarci in un periodo di confusione e di algoritmi che sporcano la nostra vita; siamo diventati ultraveloci in tutto, siamo streamers viventi. Chi ci segue conosce la nostra evoluzione attraverso tante canzoni diverse da quel Fiumi di parole…
Rispetto ai vostri esordi e ai successi passati, come si è evoluto il “suono Jalisse” in questo nuovo singolo?
Naturalmente. La musica cresce insieme a noi e alla società che attraversiamo, ma non cambia. Si è modificata la fruizione, la distribuzione, la produzione, ma la musica non ha subito nessun cambiamento. L’unico momento dove la musica ha aperto uno spaccato nuovo è stato con l’ultimo album di David Bowie, ma quella scrittura non l’abbiamo più sentita da nessuno.
Siete diventati un simbolo di perseveranza. Come si vive, umanamente e professionalmente, il ventinovesimo “grazie, ma no” consecutivo?
Noi siamo produttori indipendenti, con la nostra etichetta nata nel 1993 e con arco e frecce portiamo avanti la nostra filosofia di artigiani della musica. Questo è un mestiere e lo difendiamo con tutte le nostre forze, come un gelatiere o un cuoco o chiunque si impegni nella costruzione del proprio futuro. Con questa bandiera “giochiamo” sulle clamorose esclusioni al Festival, ma non stiamo fermi per tutto il resto dell’anno, anzi. Umanamente cerchiamo di affrontare le difficoltà che ognuno di noi incontra nella vita, del resto siamo tutti un po’ Jalisse nella vita.
Avete spesso usato l’ironia per commentare le esclusioni. È questo il segreto per non farsi scoraggiare da un sistema che sembra chiudervi le porte?
Esattamente. All’inizio abbiamo denunciato l’aggressione, la cattiveria, l’embargo da chi voleva allontanarci dal mondo musicale, ma poi abbiamo capito che chi stava male eravamo solo noi e non era il caso di continuare, non siamo mai stati vittime di noi stessi. L’ironia ci ha fatto conoscere anche alle generazioni ultime che non erano nate nel 97 ed oggi affrontiamo il fango, le cadute e le esclusioni con più maturità e consapevolezza: la nostra vittoria è avere il pubblico al nostro fianco costantemente, che si riconosce in noi e non un singolo primo in classifica.
Senza svelare troppo, “Taratata” era il brano che avevate presentato per il 2026 o c’è un altro “inedito nel cassetto” che aspetta il trentesimo tentativo?
Stiamo lavorando su nuovi brani; c’è una bella fase creativa e per il trentesimo tentativo abbiamo già delle idee, ci stiamo lavorando sopra.
Siete forse gli unici artisti che ottengono più visibilità venendo esclusi che partecipando. Vi siete mai chiesti se, paradossalmente, questo “no” faccia ormai parte del vostro brand? Avete mai pensato: ‘ok, basta Sanremo’, oppure ormai è una sfida personale?
Anche questo è vero. Molti illustri giornalisti e filosofi hanno riferito che il “caso Jalisse” è incredibile, un mistero che non si spiega. Jalisse ormai è effettivamente un brand che interessa molte aziende che notano i nostri social. Non è una sfida personale, ma il diritto di un artista che vuole proporre il proprio progetto al pubblico in una manifestazione internazionale.
Siete una coppia nella vita e nel lavoro da decenni. Come riuscite a mantenere l’equilibrio creativo senza che le delusioni professionali intacchino il privato?
Non sappiamo spiegare questa fusione; sicuramente siamo coerenti nel raccontare la nostra vita sul palco e nella quotidianità. Ognuno fa forza all’altro e questo aiuta.
Nonostante i no istituzionali, il pubblico vi sostiene con calore. Qual è il commento o il gesto di un fan che vi ha dato la forza di continuare nei momenti più difficili?
Questa è la cosa più strana: il pubblico ci sostiene e gli addetti ai lavori ci hanno spesso allontanati. Noi siamo antidivi, avvicinabili, persone tra le persone, senza sovrastrutture o strategie di marketing per vendere a tutti i costi. Questo le persone lo percepiscono e quando leggiamo un post dove una ragazza di 14 anni in cerca della sua identità ci chiede di non mollare e di vedere in noi una speranza, ci rendiamo conto di quante persone sono sole e non hanno riferimenti. Oggi i Jalisse sono seguiti da un pubblico trasversale, che non si ferma a consumare una canzone, ma vuole capire se l’inchiostro usato per scrivere un tema ha lo stesso colore del sangue che scorre nella mano.
Se poteste presentarvi sul palco dell’Ariston, quale Jalisse vedremmo: quelli del ’97 o una versione totalmente nuova?
Vuoi sapere troppo… Sicuramente sul palco vedreste Alessandra e Fabio, non certamente due persone costruite per l’occasione.
Se poteste cancellare Sanremo dalla vostra storia, dove sarebbero oggi i Jalisse? Quale altro palco sognate di calcare? Quali sono i vostri progetti futuri?
Potremmo non essere qui a scrivere o forse si. Molti che non hanno partecipato al Festival hanno cambiato mestiere perché aspettavano una produzione che credesse in loro. Noi crediamo nei Jalisse dal 1992 quando Alessandra e Fabio hanno deciso di investire nel loro futuro come coppia nella vita e sul palco. Adesso siamo in tour con “Taratata 29 no” dove facciamo ascoltare alcune delle canzoni non ammesse: ce le chiedono in molti per poter conoscere i brani che negli anni non sono passati.
Cosa direste a un giovane artista che riceve il suo primo “no” importante?
La prima cosa che raccontiamo ai giovani è di essere imprenditori di sé stessi, ma non si impara sul web. Noi arriviamo dall’analogico, abbiamo realizzato il primo album sui mixer Solid State, sugli effetti Lexicon, sui 48 piste Studer, abbiamo tagliato i nastri e incollati con lo scotch e poi con l’Atari e con il Macintosh, conosciamo i diritti connessi, il ruolo dell’editore e le quote di produzione, facciamo squillare il telefono, non aspettiamo che suoni. I giovani oggi hanno grandi opportunità, ma devono capire quei suoni e quelle applicazioni, quei plugin da dove arrivano e cosa cela un contratto discografico. Con una solida preparazione e con esperienza poi si devono affrontare i no e bisogna saperli trasformare in crescita, in costruzione di indotto, in opportunità.
MAURIZIO DONINI
Band:
Alessandra Drusian- voce & autrice
Fabio Ricci- voce, compositore e musicista
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




