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WAYLOZ – Intervista su “Half Cast” e “We all suffer”

WAYLOZ – Intervista su “Half Cast” e “We all suffer”

In occasione dell’uscita dei suoi nuovi album “HALF CAST” e “WE ALL SUFFER” ho intervistato WAYLOZ.

Dopo l’esperienza con i Gemini Blue, cosa ha significato per te assumere il nome Wayloz e lanciare la tua identità solista? Quali aspetti della tua personalità artistica che non trovavano spazio nel duo sono emersi ora?
Per me ha significato tornare a delle radici che conosco molto bene, specialmente l’aspetto acustico e più versato alla musica rurale dalla forte estetica spirituale. Wayloz in realtà l’ho pensato e forgiato come concetto ancor prima di avventurarmi nel progetto Gemini Blue e siccome la sua identità equivale alla mia, per me lavorare su di esso è stata la cosa più naturale da fare. Credo che, rispetto a Gemini Blue, in Wayloz io trovi in maniera ancor più profonda lo spazio per esplorare me stesso e gestire come voglio la scrittura e l’arrangiamento dei brani. Sicuramente è un entità più oscura e introspettiva rispetto a Gemini Blue, senza però perdere di vista il groove e la sensualità.

Come ti sei avvicinato alla musica? Quali sono stati i tuoi primi ascolti?
La musica è sempre stata un collante nella convivialità della mia famiglia, nonostante nessuno abbia mai suonato uno strumento sono stato circondato sin da piccolo dalle sonorità più variegate. Mia madre in macchina aveva  cassette degli Eagles e di Prince che non smetteva mai di ascoltare, mia sorella maggiore andava di Carmen Consoli, Subsonica e Muse, mio fratello amava i Linkin Park e i System of a down, io e la mia sorella più piccola i Black Eyed Peas. Insomma i primi ascolti sono stati vari e hanno attraversato diverse fasi, ma la svolta è giunta con Lenny Kravitz: vedendo lui in video a 10 anni ho capito che dovevo fare quello che faceva. Inoltre la sua musica mi ha permesso di conoscere gli dei: Hendrix. Zeppelin e company.

Essendo già chitarrista, cantante e compositore, il percorso solista era inevitabile? Quali nuove libertà creative, o quali sfide inaspettate, ti ha posto il dover gestire l’intero processo da solo?
Più che inevitabile credo  fosse un percorso parallelo in continuo sviluppo a prescindere dagli altri progetti. E’ una nuova sfida dipendere interamente da se stessi, nella composizione e nel gestire il repertorio, nell’affrontare il live(anche con la band devi dare tu una direzione) e nel dover credere in se stessi a qualsiasi costo. E’ una prova che sono felice di affrontare, percepisco eccitazione e terrore nel proporre questa nuova musica e, finalmente, mostrare la mia identità senza compromessi.

Sei originario del Lago di Garda. Quanto ha influenzato questo contesto, lontano dai grandi centri urbani, il sound intimo e la scelta della “ruralità” che caratterizza la prima fase del tuo progetto?
I luoghi in cui sono cresciuto e in cui vivo influenzano costantemente tutto ciò che mi riguarda. La mia musica è una celebrazione delle piante, dell’acqua che scorre contro le rocce e dei misteri che escono dalla terra all’imbrunire. Parlo spesso della Valle che è un posto in cui ho passato tanto tempo, un luogo ricco di forre e segni del passaggio di ghiacciai, da queste esperienze nascono le armonie che sentite in “Half Cast”, specialmente in “Otto Foglie” e “Rite Of Shame”.

Hai lanciato il tuo debutto solista con l’EP acustico “Half Cast” a luglio e lo hai completato con l’EP elettrico “We All Suffer” a novembre. Perché questa scelta di dividere il debutto in due mini-album? Rappresentano due lati distinti di Wayloz?
Non so se la chiamerei una scelta, è stato un essere fedele al flusso creativo che mi pervadeva nei vari momenti. Ho registrato prima “We all suffer” e poi ho avuto l’occasione di registrare altri brani senza band, solo in seguito mi è sembrato sensato dover pubblicare prima il lavoro in acustico per creare una sorta di “crescendo”. Sono sicuramente due lati distinti della stessa medaglia, l’animo è lo stesso e anche la maniera intimista di trattare i temi e i suoni. Il lato acustico è dedito alla tradizione folk e a temi più immediati mentre quello elettrico esplora l’immaginazione e l’introspezione più profonda.

Nonostante il netto contrasto tra il folk acustico e rurale di Half Cast e il rock alternativo/jazz di We All Suffer, hai parlato di un “fil rouge” che li unisce. Potresti descriverci questo elemento connettivo, che sia estetico, vocale o concettuale?
La connessione fra i due dischi risiede nella mia scrittura: ho uno stile che ricerca accordi particolari e sensazioni molto impressioniste, inoltre in entrambe le casistiche i brani sono stati scritti partendo da chitarra e voce, quindi sia i brani in elettrico che in acustico condividono la stessa anima. Questo aspetto lo noto soprattutto quando riarrangio dal vivo con la band elettrica i brani acustici e viceversa: la facilità con cui i brani si adattano alle varie situazioni è la prova di questo legame stilistico. A livello concettuale invece direi che sono connessi in quanto uno lo sviluppo dell’altro: in Half Cast viene descritto lo sguardo che ho verso la campagna che mi ha cresciuto e definito, in We All Suffer invece lo sguardo è più universale, forse più etico(forse).

Il titolo “Half Cast” è un termine forte, che hai scelto per rivendicare con fierezza le tue origini italo-nigeriane. Quanto è centrale questo tema di identità e resilienza nella tua poetica? Come si traduce musicalmente in questo EP?
E’ un tema che reputo assolutamente centrale, in quanto io incarno una “chimera” non solo dal punto di vista etnico ma anche dal punto di vista musicale. E’ essenziale per il benessere di una qualsiasi identità non avere paura di guardarsi allo specchio e di accettarsi, spesso i peggiori nemici di individui con le mie caratteristiche sono le insicurezze, fortunatamente negli anni ho imparato ad essere fiero di ciò che sono e di non accettare le etichette, di essere al centro di vari mondi e universi, sia quando si parla della mia pelle che della mia arte. Ho sempre adorato tutta la musica, a patto che fosse sconvolgente e che mi muovesse le viscere, per questo il mio stile è un miscuglio di molti elementi e non poter essere posto in uno scompartimento spaventa tante persone. “Half Cast” volevo proprio essere la dimostrazione di questa cosa: non avevo mai fatto un disco in acustico prima d’ora e chi mi conosceva era abituato a sentirmi col fuzz acceso a sfogare le mie fantasie hendrixiane. E’ stato soddisfacente mettere i puntini sulle i e seguire solo e puramente ciò che mi ispirava in quel periodo, ovvero una trance dettata dall’ipnotismo della 12 corde e i volti di entità pagane antropomorfe ormai dimenticate.

Half Cast è stato accostato a maestri del folk e del blues acustico, come hai studiato e fatto tuoi questi stili per creare un sound così personale e desertico?
E’ il risultato di tanti anni di ascolto e di emulazione, il blues e il folk mi hanno sempre catturato fin dalla prima adolescenza: i Comus mi hanno insegnato che la musica poteva essere oscura e macabra senza perdere la luminosità della luna e che delle chitarre acustiche potevano stridere più di quelle elettriche, Skip James mi ha mostrato come anche nel Blues l’elemento che contava di più era esprimere se stessi e non avere paura di fare paura. Mi sono impossessato presto della tecnica del fingerpicking aggiungendo un approccio personale e autodidatta, successivamente con lo studio di alcune tradizioni strumentali Saheliane e dell’Hill Country Blues ho provato a cercare qualcosa di mio, questa ricerca prosegue tutt’oggi. In sintesi l’ascolto profondo e un pizzico di ossessione stanno alla base della mia conoscenza in materia. C’è ancora tantissimo da imparare e non vedo l’ora.

C’è una storia particolare o un’ispirazione dietro un brano come “Brown Skin Conifer” o “Otto Foglie”?  “Rite of Shame”: Questo titolo suggerisce una profonda introspezione. Qual è il “rito della vergogna” a cui fai riferimento e perché è stato scelto come uno dei brani principali? “Rollin and Tumblin”: Hai scelto di includere una cover di Muddy Waters. Cosa ti ha spinto a re-interpretare questo classico del blues e in che modo si inserisce nel contesto dei tuoi brani originali in Half Cast?
Brown Skin Conifer parla di un ragazzo smarrito in un bosco di conifere: in preda alle pene d’amore vede nelle cortecce di conifere la pelle dell’amata, abbandonandosi ad un tormento profondo. Otto Foglie è una celebrazione generica alla mia personalità, a cosa mi porta e ai momenti belli e brutti dell’essere molto sensibile. Ad ispirare la stesura del testo è stato un quadro presente in casa mia che ritrae un albero con otto foglie: l’ho trovata un’immagine molto potente ed ho pensato ad ogni foglia come ad un proverbio da recitare. Rite Of Shame è il brano che preferisco del disco e il rito a cui fa riferimento è l’esibizione dal vivo. Da ragazzo introverso ho sempre trovato l’esibizione un’attività forzata e innaturale,tuttavia  col tempo ho imparato a non riuscire a farne a meno, ma rimane comunque quella sensazione di angoscia di base soprattutto nei primi momenti dei concerti. Lo immagino allora come un rito in cui il mio corpo e la mia anima diventano della collettività e ognuno vi si può cibare ed abbeverare, con rispetto e non. E’ un’immagine abbastanza violenta che tuttavia mi ispira profonde riflessioni su ciò che faccio. Includere un brano del leggendario Muddy Waters voleva essere un tributo e un ringraziamento a quella musica e a quegli artisti che mi hanno influenzato, suonando brani come Rollin and Tumblin ho appreso tecniche e stili che utilizzo nella mia scrittura. Averla nel disco è come avere la pietra filosofale che ha generato la musica che ho scritto, una dichiarazione d’amore a dei suoni che non smettono mai di guidarmi.

We All Suffer introduce sonorità diverse e variegate rispetto Half cast, cosa è cambiato da un album all’altro? Quali stili e personalismi hai voluto inserire? Come hai bilanciato l’aggressività del rock con le sfumature jazz e folk che caratterizzano le tracce (come “Fularia” o “Wolof”)?
Credo che non ci sia una risposta troppo filologica, ho sempre seguito ciò che mi ispirava e la musica che avevo urgenza di manifestare. Sicuramente il contributo di Emanuele Maniscalco e Carlo Poddighe(che si è occupato anche della produzione) ha dato una forma ed un colore ben preciso al disco. Anche l’attrezzatura di ripresa utilizzata ha influito sul risultato, We All Suffer è registrato su nastro e con una strumentazione vintage. In Fularia e Wolof il bilanciamento dei vari stili è uscito naturalmente, proprio come un soffio a pieni polmoni che parte robusto e lentamente si assottiglia cambiando intensità. In una simile maniera We All Suffer è Stoner, Prog, Rock, Jazz e Folk

Se Half Cast era la “ruralità” di Wayloz, hai descritto We All Suffer come “un luogo all’interno di se stessi”. Qual è il tema centrale, l’introspezione o la “purificazione spirituale” che hai voluto raccontare in queste cinque tracce?
Il fatto che il dolore che viviamo può essere la chiave che ci apre verso chi abbiamo accanto, permettendoci di essere compresi e forse anche amati. Ho usato per anni la mia sofferenza come arma per sentirmi più forte, dopo tanto tempo ho sentito il bisogno di lasciare spazio all’accettazione(non al fatalismo), nella sua accezione più profonda e positiva. The Golden Leg rappresenta la chiusura del disco e l’apice di questo pensiero: il mondo si stringe, le pareti di una valle crollano, un fiume si secca per sempre, ma non bisogna pensare che le pietre cadano per seppellirci, è tutto parte di un ciclo di distruzione e costruzione che prescinde il bene e il male.

La chitarra a dodici corde è una protagonista indiscussa dell’EP “Half Cast”, conferendogli un timbro ricco e risonante, quasi orchestrale. Cosa ti ha attratto in modo particolare in questo strumento e in che modo ha influenzato il tuo processo di composizione? Ha sbloccato un modo diverso di scrivere rispetto alla chitarra a sei corde che usavi con i Gemini Blue?
Dead and Well, un grande artista e amico, è il motivo per cui suono la 12 corde. Mi ha prestato questo strumento 3 anni fa e da allora ne sono rimasto sbalordito, ciò che mi ha fatto innamorare dal principio è il suo aspetto “meditativo”: arpeggiare su una 12 corde per me vuol dire raggiungere uno stato mentale di calma estrema, oltre  alla magia che gli armonici forniscono alle orecchie,  sembra di essere 3 chitarristi che suonano insieme. Inevitabilmente il mio contatto con questo strumento ha generato un nuovo corpus di composizioni e ha sbloccato un approccio mai provato prima, ma già con Gemini Blue riuscivo ad integrarla in sala di incisione, tracce come “Demons of the city” e “Players will play, lovers will pay” ne sono la prova. L’approfondimento di questo strumento è stato veramente come conoscere una nuova parte di me

Per We All Suffer hai registrato con un trio (con Emanuele Maniscalco e Carlo Poddighe). Quanto è stato importante per il sound elettrico l’interazione con questi musicisti e cosa hanno portato di nuovo alla tua musica?
Sono dei musicisti incredibili e dalla genialità rara, non lo dico solo io! Rappresentano entrambi un punto cardine per la scena musicale Bresciana(non solo) e quando ero adolescente li ammiravo e li percepivo come inarrivabili. Tutt’oggi è così, ma ho la fortuna di averli come collaboratori nella produzione della mia musica e come band members. We All Suffer non sarebbe il disco che è senza di loro e, oltre che alla maestria artistica, l’elemento importante che hanno fornito è stata la fiducia nei miei confronti e nella mia visione. Un dono inestimabile di cui vado molto fiero.

Dopo la pubblicazione dei due EP, come gestisci la coesistenza delle due anime (acustica ed elettrica) sul palco? Il tuo show dal vivo è diviso in due parti o i brani si fondono?
I brani dal vivo si fondono costantemente, ho già integrato alcuni brani di Half Cast nell’assetto elettrico ottenendo un risultato molto soddisfacente. Quando mi devo esibire in solo invece avviene il procedimento inverso, portando nella dimensione Half Cast tutto il corpus di We All Suffer.

Ora che il debutto solista è completo, qual è il prossimo passo per Wayloz? Stai già lavorando a un album completo o c’è un’esplorazione di altri generi in vista?
Nulla è sicuro, ma la musica su cui lavorare è già tanta, sto cercando di capire come procedere e come produrla, non vedo l’ora di farvi sentire altre storie e altre parti di me. Grazie a chi mi supporta e a chi crede da sempre in quello che faccio.  ᚛ᚃᚑᚏᚏᚐ ᚑᚄᚉᚒᚏᚐ᚜ 

MAURIZIO DONINI 

Band:
Osasmuede Aigbe aka WAYLOZ

www.youtube.com/@Way_loz
https://www.instagram.com/w_a_y_l_o_z
ph credits: Antonio Martella