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UMBERTO FIORENTINO – Intervista al grande chitarrista jazz: Mina, didattica, Covid e tanto altro

UMBERTO FIORENTINO – Intervista al grande chitarrista jazz: Mina, didattica, Covid e tanto altro

umberto fiorentino 1

Ho avuto il piacere, durante la sua convalescenza post Coronavirus, di intervistare Umberto Fiorentino, uno dei migliori chitarristi jazz italiani, che ha collaborato con nomi del calibro di: Roberto Gatto, Danilo Rea, Riccardo del Frà, Maurizio Giammarco, Nicola Stilo, Ettore Fioravanti, Paolo Fresu, Palle Daniellson, Michael Brecker, Enrico Rava, Aldo Romano, Mike Stern, Vinnie Colaiuta, Albert Mangelsdorff, Bruno Tommaso, Paolo Damiani, Enzo Pietropaoli, Flavio Boltro, Furio di Castri, Manu Roche, Rita Marcotulli, Fabrizio Sferra, Greg Burk, Ares Tavolazzi, Fabio Zeppetella e moltissimi altri e ha avuto occasione di partecipare ad alcune importanti produzioni nell’ambito della musica Pop, tra le quali spicca il nome di Mina con cui ha registrato, in qualità di solista, gli album: “Cremona” (1996), “Leggera” (1997) e “Mina – Celentano” (1988). Ha inoltre partecipato come ospite musicale a diverse trasmissioni RAI tra le quali “Domenica in” condotta da Pippo Baudo, “DOC”, trasmissione cult di Renzo Arbore dedicata alla musica d’autore, e “Producer” di Serena Dandini, dedicata al cinema. Tra i suoi numerosi impegni, anche quello di didatta, che lo ha visto autore di alcuni video e libri e insegnante di Conservatorio.

Ciao Umberto, benvenuto su Tuttorock, innanzitutto, visto che so che il Coronavirus ti ha colpito, come stai?

Ciao Marco, adesso sto molto meglio, è stata una cosa lunga, se devo dare un voto al Covid è un voto bassissimo. Posso ringraziare il cielo di non aver avuto sintomi respiratori, tutto il resto però è stato difficile. Ho perso tanti kg, adesso peso 54 kg e sono in ripresa, ne pesavo 61, è un virus che ti mangia la muscolatura, poi, il sintomo più strano che ho avuto è stato sulla testa, passavo le notti in loop attorno a un’idea priva di significato, il sogno era quello, il dormiveglia era quello, dovevo accendere la luce e forzarmi di pensare ad altro, poi ho avuto dolori ovunque, difficoltà ad aprire la cassa toracica, mi tirano tuttora le costole. All’inizio ci sono stati il mal di gola e la perdita di gusto e olfatto, poi è successo come se mi avessero drogato, poi, piano piano i sintomi sono calati e adesso per fortuna sto meglio. L’unica cosa bella è che sono stato un mese senza suonare ma, quando ho ripreso in mano la chitarra, è come se non avessi avuto niente a livello di articolazioni.

Parliamo di musica, alla fine dello scorso anno è uscito l’album strumentale “Wordless Song”, frutto della collaborazione tra te e il tuo collega Fabio Zeppetella, che riscontri avete avuto?

Questo disco purtroppo è stato molto sfortunato dal punto di vista della salute, soprattutto la mia. Io sono un ipercritico, avevamo registrato l’album, sono tornato a casa, l’ho ascoltato e ho detto a Fabio: “Dobbiamo rifarlo, questo disco fa schifo, non mi piace”. L’abbiamo registrato di nuovo, nel frattempo ho avuto un problema alla cervicale che si è ripercosso anche sul braccio, stavo tutto storto e, dopo qualche pezzo, sono stato fermo 4 mesi senza toccare alcun strumento, poi le cose sono migliorate e abbiamo finito il disco, solamente che, quando è arrivata l’ora della presentazione, è scoppiato il Covid. Quindi l’album è lì in stand by e deve ancora partire, perciò il riscontro delle vendite non c’è.

Tu hai esordito negli anni 70, è cambiata in meglio o in peggio la scena jazz in Italia in questi anni?

La prima cosa che mi verrebbe da dire è: “peggio”. Negli anni 70 la mia idea era quella di studiare, diventare bravo e andare in America e stare in mezzo a quelli forti. Negli anni 80, però, ho iniziato a suonare in Italia ed ero pagato benissimo, per cui l’America per me era qua. In quegli anni giravano tanti soldi, questa è la storia del nostro Paese, abbiamo speso più di quello che potevamo spendere e anche i concerti usufruivano di quel giro di soldi, però, poi, la cosa è scemata. Negli anni 90 ho messo su famiglia e l’idea di andare all’estero l’ho accantonata per sempre, mi piace tuttora stare qua in Italia, il lavoro è sceso però è salito il livello dei musicisti, adesso ho degli allievi dal livello straordinariamente alto, speriamo che prima o poi ci sia una benedetta ripresa, soprattutto per questi ragazzi, così bravi ma con prospettive ridotte rispetto ai miei tempi, se uno di loro fosse mio coetaneo avrebbe fatto man bassa in quel periodo.

In ambito jazz hai collaborato con grandissimi musicisti come Paolo Fresu, Mike Stern, Enrico Rava, e tanti altri. Qual è il ricordo più bello che hai di queste collaborazioni?

Sono tutti ricordi belli, con Vinnie Colaiuta abbiamo registrato per due anni, quindi ho avuto modo di frequentarlo maggiormente rispetto agli altri, con Paolo Fresu ho fatto qualcosa nei primi anni 90, con Rava ho suonato sporadicamente ma ho comunque bei ricordi, è un grandissimo musicista e una grande persona. Con nessuno di questi, però, ci sono state collaborazioni continuative, considero quindi più importanti quelle con Ramberto Ciammarughi, Roberto Gatto, Fabrizio Sterra, Fabio Zeppetella, che fanno parte di una cerchia di circa 10 musicisti con i quali c’è una collaborazione vera e propria. Poi, metto sul curriculum tutto e sono comunque contento di aver fatto collaborazioni anche episodiche.

C’è invece qualcuno con il quale ti piacerebbe collaborare? 

Nei desideri dove si esagera, avrei voluto vivere da ascoltatore e musicista dalla metà degli anni 50 alla metà degli anni 60. Tutti sognano di aver suonato con Miles Davis, Stevie Wonder e tanti altri. Io ho suonato tante musiche diverse, anche suonare con Jeff Beck per me sarebbe fantastico.       

Pochi giorni fa ho intervistato Marco Vezzoso e Alessandro Collina, che hanno interpretato alcuni successi della musica leggera italiana in chiave jazz, tu, che hai suonato in alcuni dischi di successo di Mina, cosa pensi delle contaminazioni musicali, sono utili per far conoscere un genere ancora considerato di nicchia come può essere il jazz?

Non so se l’intento dell’artista sia quello di far conoscere il jazz, non ne ho parlato con Mina, però ti posso dire che lei è una persona veramente carina, modesta, e parlavamo come stiamo facendo ora io e te, lei non stava sul piedistallo e lì mi sono emozionato tanto, ho registrato le mie parti con lei al mio fianco. Abbiamo registrato molti più brani di quelli che poi sono finiti sul disco, con la paura e la consapevolezza del fatto che, se la cosa non veniva subito, Mina poteva dire: “Ok, cambiamo pezzo”. Riguardo alle collaborazioni con musicisti che fanno altro la penso così, ci sono i turnisti, prima molto più di adesso, che devono saper fare un po’ di tutto, poi ci sono musicisti ospiti, come sono stato io nei dischi di Mina, dove avevo le briglie sciolte, potevo fare quello che volevo e non avevo nessuna partitura scritta, è stato tutto fatto al volo e c’era Massimiliano Pani, suo figlio, che mi diceva: “Dai, teniamo questa! Teniamo questa!”. Quella cosa lì è stata bellissima, dai quello che puoi dare e resti te stesso, nell’altro caso invece sei un professionista e devi esser pronto ad adattarti a quella cosa che passa in quel momento, io non sono molto adatto a quel ruolo.

So che nel mese prossimo terrai 4 appuntamenti alla Total Guitar Accademy di Roma, vuoi fare una presentazione di questi eventi?

Sarà una via di mezzo tra un seminario, dove suoni e in 3 ore rispondi alle domande, e un piccolo corso, in collaborazione con Francesco Fareri, chitarrista rock molto bravo. Sarà un corso, però, dove spiegherò quello che faccio io, all’inizio online, perché sia fisicamente che mentalmente non me la sento di essere presente in una classe. Cercherò di capire le esigenze di coloro che mi staranno davanti e dirò la mia sul mio modo di suonare, sarà uno scambio, mi piace molto fare questi seminari discorsivi.

Tu sei anche autore di libri e di video didattici, io stesso possiedo il tuo utilissimo libro “Scale!”, hai in programma qualcos’altro in futuro?

Non credo, sono abbastanza pigro su queste cose, per fare quei libri ci ho messo tanto, ho dovuto imparare un programma di scrittura, non avevo nemmeno un computer. Avrei diversi libri da scrivere ma sono libri di nicchia, con riferimento ad un pubblico molto piccolo, non è una questione economica ma penso che ci potrebbero essere troppe poche persone interessate. I libri che ho fatto sono una spolveratina di un po’ di tutto, quelli che vorrei fare sarebbero uno per ogni argomento. Se dovessi far qualcosa, però, la farei in formato video, anche in maniera gratuita, preferisco però avere un allievo davanti che mi ponga delle domande.

Che consiglio ti senti di dare ai ragazzi che vogliono avvicinarsi al mondo della chitarra jazz?

Innanzitutto gli chiederei di valutare se davvero vuole intraprendere quella strada. Il jazz è una musica molto complessa e richiede molto studio, al di là del talento che uno può avere, se tu suoni blues e hai talento hai meno da studiare e puoi esprimere più facilmente quello che hai da dire, è un po’ come avviene con la scelta dell’Università, sei sicuro di fare davvero quella cosa? Se hai passione ce la farai. Se studi chitarra jazz perché poi ti può permettere di fare altro non è la cosa giusta, è giusto se tu vai da un insegnante e lui ti da una parte del jazz in quel caso. Bisogna capire, cosa non facile, cosa si vuol fare, la prima cosa che chiedo ai ragazzi infatti è: “Cosa ti piace? Che musica ascolti?”, molti di loro mi rispondono: “Un po’ di tutto”, che, se ci pensi, è una cosa bella ma, allo stesso tempo, rischia di fare di loro musicisti superficiali. Non potete fare allo stesso tempo il dottore, l’avvocato, l’infermiere, il parrucchiere e il ciclista, cercate di innamorarvi per un po’ di tempo di una certa cosa, scavate su quella cosa, poi, per cambiare idea, c’è sempre tempo.

In questo periodo in cui non si può suonare dal vivo stai componendo nuovo materiale?

No (ride -ndr). Sto dedicando poco tempo alla musica, non faccio un disco mio dal 2002, fu un disco psichedelico su Alice nel Paese delle Meraviglie, i dischi nei quali vedi il mio nome sono collaborazioni o ospitate, mi sono fermato sulla soglia dello studio più volte, è come se io pensassi di poter vivere altri 100 anni. Ho un mio ex allievo polistrumentista e fonico che mi sta spingendo per fare un disco da solo, i suoni li vuol fare lui ma gli ho già detto che servirà molto tempo perché ciò accada. Insegno e ciò è una cosa che mi da da mangiare e mi piace fare.

Quindi, l’insegnamento ti da tante soddisfazioni?

Se serve a qualcosa sì, se chi ho davanti si impegna sì, a volte chiedo a coloro nei quali non vedo miglioramenti se davvero vogliono continuare a fare quel percorso. I ragazzi, poi, faranno quello che vorranno della propria vita, però sapere di aver dato loro dei mezzi grazie ai quali potranno fare qualcosa ad alto livello mi rende orgoglioso.

Grazie mille per il tuo tempo, vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori dell’intervista?

Saluto tutti e ringrazio te che mi hai dato modo di parlare di molte cose interessanti, ciao!

MARCO PRITONI