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“Transitions è un progetto in continua evoluzione” – Intervista a Fabri …

“Transitions è un progetto in continua evoluzione” – Intervista a Fabri …

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Un paio di settimane fa ho avuto l’opportunità di fare quattro chiacchiere con Fabrizio Paterlini, pianista e compositore di Mantova, ormai punto fermo della scena modern classical italiana e non solo. Abbiamo parlato del suo ultimo EP “Transitions”, uscito sul finire del 2019, ma anche di molto altro:

Ciao Fabrizio, partiamo da “Transitions”, come nasce questo EP?

Transitions è un progetto in continuo divenire. Questa estate abbiamo avuto la possibilità di registrare una serie di brani nella splendida location di Villa Dionisi, in una sala dotata di un ottimo riverbero naturale che ha impreziosito notevolmente il suono. Abbiamo registrato dunque una serie di brani che stavo suonando in quel periodo sul mio account Instagram. Piccoli episodi quotidiani di musica della durata di un minuto. E quindi mi venne l’idea di provare a fissare qualcuno di questi brani. Allora siamo andati in questa villa dove è nato questo EP, chiamato Transitions appunto perché vuole essere un momento di transizione tra un album più complesso come il precedente e quello che sarà il prossimo album.

Questo progetto mi ha convinto molto e quindi ho deciso di cambiarlo ancora, infatti saranno 3 i “momenti di transizione” e quindi tre gli EP. A Febbraio uscirà il secondo e a Maggio il terzo. Questo processo si completerà con il vinile che comprenderà tutte queste microstorie e che porterò poi in tour. Tra l’altro questi spunti musicali dalla durata di un minuto, un minuto e mezzo, saranno rielaborati in sede di live diventando un qualcosa di diverso.

Trovo che sia un modo per mettersi in gioco come musicista. Prepari dei temi principali ma poi lasci che sia l’atmosfera della sala a portarti verso nuove direzioni e a far prendere differenti forme ai brani. E in più ci sarà una parte visual che scorrerà su uno schermo durante i live per rendere multisensoriale il concerto. 

Negli ultimi anni c’è stata una fioritura esponenziale di artisti che si sono lanciati nel genere della modern classical. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Premesso che qui in Italia abbiamo ancora molto da fare rispetto al panorama Europeo, devo dire di essere molto contento. Questa è una musica che può far da colonna sonora alla vita di ognuno di noi. In questi anni la rete ha avuto un ruolo fondamentale per la diffusione di questo genere. Stiamo parlando sempre di un genere di nicchia ma che a livello mondiale conta milioni di ascoltatori. Altro elemento è la sua trasversalità. Chiunque può emozionarsi e cogliere sfumature da questa musica proprio perché è una musica di immagini. Quindi per me questa fioritura è una cosa molto positiva. Ovviamente si sa che quando delle cose diventano più popolari si portano dietro dei “rischi”. Ognuno però deve andare per la sua strada, seguendo la propria vena artistica in maniera onesta, il pubblico questo lo riconoscerà sempre.

Ancora più  nell’attualità c’è da rilevare questa forte connessione tra piano ed elettronica, il tuo disco “Now” di qualche anno fa  e il recentissimo “Get Lost” di Bruno Bavota trovo siano degli esempi lampanti. Tu come la vedi?

 A me piace molto. Anche nell’uso dell’elettronica però ci si è un po’ standardizzati in questi anni, e quindi inserire in serie sintetizzatori e drum machine, cosa che feci anch’io in “Secret Book! ad esempio.. E questo perchè è un accostamento che si vede molto in giro. Per me deve esserci una ricerca. In questo ultimo periodo ho trovato una mia elettronica. Per me l’elettronica è lavorare sul suono del pianoforte. Mi porto in giro un paletta di suoni, simile a quella che ha Bruno, per quanto la sua abbia scopi differenti. Lui lavora benissimo con i loop, fa un qualcosa di veramente pazzesco. Invece io non creo i brani a struttura verticale, ma uso questa paletta per dare colore e manipolare il suono in tempo reale. Quindi la mia elettronica sta andando in questa direzione piuttosto che usando i sintetizzatori, per quanto abbia un master pronto, che uscirà dopo Transitions, dove utilizzo ancora qualche beat minimal. Ma in realtà in questa fase come ti dicevo sono molto concentrato sul suono del pianoforte. “Tranistions” ad esempio è principalmente suono, piuttosto che melodie o altro. Infatti oltre al riverbero a cui ti accennavo abbiamo deciso di “feltrare” il pianoforte a coda, cosa che non si sente spesso. Quindi la potenza di uno strumento così imponente, in contrasto con la fragilità del feltro ha fornito al suono una nuova forma

Ripercorrendo la tua carriera si può dire che all’inizio il tuo sound era molto vicino a quello di Einaudi, e poi, disco dopo disco, si è arrivati ad un punto in cui è diventato qualcosa di riconoscibile ed assolutamente personale. Ci racconti la sua evoluzione?

Si con “Viaggi in Aeromobile” venivo proprio da uno studio delle musiche di Einaudi. Avevo metabolizzato le sue partiture. Quindi è stato un punto di partenza. Poi il modo in cui scrivi viene influenzato dal modo in cui vivi. Nel frattempo ho sposato mia moglie, era stata proprio lei a farmi scoprire Einaudi tra l’altro, ed ho messo su famiglia. Ci siamo spostati poi dalla città alla campagna, cambiando in un certo senso stile di vita. E queste cose poi vanno a confluire nel tuo modo di scrivere e di esprimerti. Essendo poi libero da contratti ed etichette, di volta in volta ho sempre fatto quello che ho voluto. L’album “Now” che hai citato prima, è stato un album che ha anticipato moltissimo questa connessione piano ed elettronica, e forse per questo non è stato capito molto. Diciamo che non dovendo rispondere a nessuno se non  a me stesso, ho sempre scelto la mia direzione autonomamente. Arrivando oggi ad uno stile molto essenziale, tendo ad essere conciso. 

Su TuttoRock quando intervistiamo qualcuno chiediamo spesso di consigliare un disco ai nostri lettori. Te ne chiedo 2. Uno che appartiene al tuo genere, più o meno recente. L’altro invece è il disco che più di tutti ti ha segnato personalmente

Ti dico sicuramente ”Get Lost” di Bruno Bavota , che mi piace moltissimo. Ritengo che sia un disco che vada ascoltato, capito ed apprezzato, perchè c’è dietro un grandissimo lavoro, specie sui suoni. Per quanto riguardo un qualcosa che mi ha segnato profondamente  ti dico “Meddle” dei Pink Floyd. Per me “Echoes” è il brano che riassume tutto quello che io vorrei riuscire a dire con la musica. C’è la parte strumentale, c’è la melodia, c’è il rock, c’è la psichedelia, c’è tutto. Trovo sia un capolavoro irraggiungibile, ed uno dei brani che ascolto di più ancora oggi.

Molti lettori di TuttoRock sono musicisti, magari ai primi passi del loro percorso artistico. Che consiglio ti senti di dare a quelli che come te hanno voglia di costruirsi la propria strada seguendo unicamente la propria passione, e senza porsi limitazioni?

Questo è sicuramente un momento molto difficile. Risulta complicato poi ritagliarsi un po’ di spazio poiché è molto affollato il panorama. Credo che il consiglio più giusto sia quello di continuare a fare. Non aspettare mai. E mettersi nella testa che per riuscire ad avere un proprio spazio bisogna avere una voglia e una motivazione pazzesca. Non ci si può mai sedere. Fatto un album, si deve pensare al prossimo. Tocca essere molto sul pezzo. Perché se da una parte Internet ha dato una possibilità a tutti per mostrare la propria arte, dall’altra non ci si può fermare credendo che basti. Bisogna continuare a mettere ore ed energie nel proprio progetto. Io ho iniziato con “Viaggi in Aeromobile” che ero un impiegato full-time, nel 2014/2015 sono diventato un impiegato part-time, e dal 2017 ho potuto mollare il lavoro. Ora vediamo come va perché si fa sempre in tempo a tornare indietro (ride ndr.). Quindi il mio percorso da indipendente è durato 10 anni prima di poter ottenere un po’ di stabilità. Dunque se uno inizia ora deve mettere in preventivo  che ci voglia del tempo, e non poco, Un passo dopo l’altro, un ascoltatore alla volta, e pian piano costruisci la tua nicchia.

Grazie mille Fabrizio è stato un piacere!

Grazie a te!

Intervista a cura di Francesco Vaccaro

Transitions