THE ZEN CIRCUS – Intervista al bassista Massimiliano “Ufo” Schiavelli
In occasione dell’uscita del nuovo album “Il Male”, ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con Massimiliano “Ufo” Schiavelli, bassista dei pisani The Zen Circus, punto di riferimento del rock italiano da più di 20 anni.
Ciao Ufo e bentornato su Tuttorock, “Il Male” è entrato subito al secondo posto in classifica negli album fisici più venduti in Italia, molta gente compra ancora cd e vinili, ve lo aspettavate?
Ciao Marco! Sinceramente no, visto anche il momento che sta attraversando la musica in Italia. È un album preso di petto come sonorità, come temi, è parecchio abrasivo, lo ritenevamo un obiettivo abbastanza aleatorio. Innanzitutto sono anche molto contento che sia stato capito e supportato dal pubblico, è un disco fatto con basso, batteria e chitarra, cosa che in Europa è normale ma in Italia no. Un tema che stiamo analizzando è la solitudine di questa autarchia italiana di soli cantanti. Per noi appassionati di musica, se allarghiamo un po’ lo sguardo al di fuori dei nostri confini, parlo ad esempio dell’Inghilterra, convivono tanti generi, ci sono cose diverse dal pop che hanno il loro giro, i loro concerti. Quindi questo risultato, come band italiana, ci ha stupiti molto.
Tu sei uno che legge le recensioni o ti basi esclusivamente sulla risposta del pubblico?
Guarda, c’è un vecchio adagio che dice: “quando piace alla critica il pubblico lo snobba” (ride – ndr). Ricordo quando il primo disco dei Television fu recensito da Rolling Stone come una roba minimale, pedestre, pensa un po’. Il dialogo con gli addetti ai lavori, con i colleghi e con il pubblico ci interessa, è una voce narrante che ci segue e, come ti ho detto prima, ci ha stupito il fatto che questo disco sia stato capito e apprezzato. Attendiamo di vedere come andrà il tour, cosa pensare esattamente dell’album non lo sappiamo ancora, magari il pubblico troverà degli spunti che non abbiamo ancora ipotizzato. È un po’ come aver fatto un figlio che, però, deve ancora imparare a parlare e scrivere.
Io mi immagino Andrea che ha un’idea in un particolare momento, ad esempio davanti ad una bottiglia di Bràulio o davanti ad un ragazzino che lo urta e gli chiede “Scusi signore”, scrive qualche parola su un foglio, le lega insieme poi le accompagna con qualche accordo di chitarra, va in studio con te e Karim, sommate le idee e il brano è fatto, succede così?
Siamo diventati abbastanza svelti perché ci conosciamo molto bene e abbiamo la fortuna che Andrea è una macchina da guerra. Questo disco poi è nato in maniera diretta e fresca in sala prove come non succedeva da tanto tempo, altri lavori precedenti sono stati molto più elaborati. È stato veramente divertente, le idee sono state sviluppate molto velocemente non per approssimazione ma ormai ci leggiamo uno nella mente dell’altro, ad esempio Karim dice: “faccio così o faccio cosà, questa cosa non ve la dico neanche tanto non ve ne frega un cazzo”. Andrea è un organismo che assimila, prende, filtra, fà, tutto funziona veramente bene. Lo abbiamo scritto anche nelle note di copertina, questo disco è stato registrato in sala prove, è nato così, riprendendo lo stile parecchio garage che avevamo all’inizio. Chiaramente, dopo 20 anni di esperienza, viene un pochino meno garage e un po’ più lavorato bene, ma con provini ridotti al minimo, pensa che abbiamo brani, che nel disco non ci sono, che sono usciti buoni alla prima, è stato davvero un bel momento.
Trasformandoti in un semplice ascoltatore, che semplice poi è un po’ riduttivo per un ascoltatore di una band come la vostra, riascoltando l’album dall’inizio alla fine, c’è un brano che ti porta a dire: “Questa ci è venuta davvero bene”?
Questa è una di quelle volte in cui non pensiamo di aver messo dei brani che non potessero accontentare tutti al 100%, nei lavori precedenti ci sono stati dei compromessi, qualche brano che ci ha fatto poi dire: “Beh, in 12 album qualche canzone di merda l’abbiamo fatta, se non l’avessimo messa nel disco sarebbe stato meglio” (ride – ndr). Poi ovviamente ognuno di noi ha le sue preferite, per me “Novecento” è il brano più sbarazzino di tutti, non togliendo nulla alle altre, però è la prima volta che sono contento in toto e mi sembra un disco venuto tutto davvero bene.
Sono usciti già tre video, “È solo un momento”, “Miao”, “Un milione di anni”, video che partono da idee vostre o vi affidate ad un team di registi e sceneggiatori?
Sono idee di base nostre poi abbiamo la fortuna di lavorare con delle persone in gamba, ne avremmo voluti fare dieci di video ma avevamo finito i soldi (ride – ndr).
L’idea della copertina invece di chi è stata?
Abbiamo detto basta a nostre foto in copertina, abbiamo fatto questa scelta di un colore rasserenante come se si trattasse di presentare un profumo, con la scritta “Il Male”, che è una merce che sta vendendo tanto, va via come il pane, detto con ironia. All’inizio volevamo fare una cosa tipo Chupa Chups o Mattel poi abbiamo usato il nostro font, è rimasta questa idea del male che affascina, è una riflessione abbastanza cinica e provocatoria.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quello del musicista sarebbe diventato il tuo mestiere?
Sì, suonavo da un po’ di tempo con gli Zen, era già da un po’ che ci barcamenavamo nel suonare per strada, poi abbiamo comprato un camper, ci ritrovammo a suonare al Vapore, uno storico locale di Mestre che esiste ancora oggi, un jazz club che non sembrava molto adatto a noi, però facemmo tutta la scaletta sbagliando poco, chiesero anche il bis, lì mi dissi: “lo sai che quasi quasi potrei farlo sempre? Se continuano a chiederci il bis, se magari ci pagassero, oltre che offrirci la cena, quasi quasi potrei farlo per davvero”. Per anni poi mi sono barcamenato con lavoretti e lavoracci a destra e sinistra ma capii che la musica poteva assorbire una parte sostanziale della mia vita e mi piaceva passare del tempo coi ragazzi.
Oltre al tuo lavoro, cosa rappresenta la musica per te?
La musica mi ha svoltato completamente, vengo da un paesino sul mare dove c’era davvero poco a parte la parentesi estiva. Sono posti che ti svuotano completamente, l’incontro con il vinile mi ha cambiato davvero la vita, quando ho comprato i primi dischi, insieme ad un mio amico, li ascoltavamo in soffitta e quello mi ha dato una percezione di aver attinto a qualcosa che agli altri era precluso. Arrivavano i vinili a casa e, quando abbiamo scartato a casa “Fun House” dei The Stooges, tornavo in classe e la mia mente mi sembrava che non fosse più quella dei miei compagni di scuola, mi sembrava di aver fatto bingo con delle idee che non pensavo esistessero. Andando poi a Pisa per le superiori la musica mi ha fatto incontrare altri ragazzi che seguivano queste cose qua, ho iniziato a conoscere l’ambiente dei centri sociali, le sottoculture, insomma, ho conosciuto un’apertura mentale che nel mio paesino non avrei potuto incontrare, magari a quest’ora avrei un negozio di ferramenta, per carità, cosa bellissima anche quella eh. Poi ero anch’io un po’ sfigatello e, pensare a band come i Ramones, che potevano avere la loro rivincita, mi ha dato davvero molto. Poi verso i 17 anni abbiamo iniziato a suonare in cantina con questa idea balorda di fare più che altro del casino. La musica mi ha molto emancipato, sarei altrimenti rimasto un ragazzo di provincia timidissimo pieno di sogni inespressi.
Quali sono i tuoi ascolti attuali? C’è qualche artista che ti ha particolarmente colpito ultimamente?
Mi piace molto il ritorno di un certo tipo di alt rock, cose che già mi piacevano ai tempi quando ascoltavo band come i Fall, oggi apprezzo ad esempio gli Idles o gli Sleaford Mods, oppure i grandi amori della vita come il ritorno dei The Hives. Poi ci sono realtà alternative con una grande commistione di generi, il ritorno anche di una corrente rock psichedelica che non mi sarei mai aspettato, come King Gizzard & the Lizard Wizard, c’è un mucchio di roba bella che rielabora il passato in maniera intelligente. Mi piacciono molto anche i Pom Poko, una band norvegese stupenda, mi ci sono innamorato, li conosci? C’è davvero tanta roba ganza all’estero, se uno si mette a cercare la trova, in Italia purtroppo è stato abolito tutto quello che non prevede un kit con microfono, magari prima o poi ci si stuferà. Peccato anche che sia sparito lo psychobilly, quello non torna più.
Un appuntamento ormai storico, il raduno di Villa Inferno, com’è andato quest’anno?
È andato benissimo, un baccanale. Gente in tenda per due giorni, i ragazzi si sono divertiti come dei matti, che per noi è la cosa più importante, siamo andati via la domenica mattina tumefatti e c’era ancora gente in campeggio. È nato anche una specie di fan club per ora informale, vedremo, poi abbiamo aggiunto anche una cartomante, doveva esserci anche un mangiafuoco ma purtroppo alla fine non è venuto. Abbiamo venduto duemila musicassette, incredibile, penso che fosse dal tempo dei Dik Dik che non ne venissero vendute così tante (ride – ndr).
Il tour partirà da Padova il 28 novembre, avete dovuto raddoppiare le date sia appunto di Padova che di Bologna per il grande numero di biglietti venduti, a conferma che c’è ancora chi ama la musica suonata e sudata.
Sui concerti siamo un attimino più confident, dopo qualche anno di fermo la gente iniziava a chiederci le date, è sempre una soddisfazione vedere che una band con tanti anni di vita abbia ancora questa risposta di pubblico e, oltre ai fan storici si aggiungono sempre nuovi ragazzi, anche studenti di liceo, ed è una roba enorme per noi. Non siamo mai stati di moda, non c’è mai stato l’anno degli Zen Circus, in un certo senso è sempre l’anno degli Zen Circus quindi si tratta di una cosa bellissima.
Grazie mille per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere questa intervista come preferisci.
Grazie a te! Noi siamo sempre contenti di poter spiegare il nostro lavoro, infatti nei locali siamo sempre quelli che vanno via per ultimi, abbiamo proprio piacere di spiegare quello che facciamo. Purtroppo ci sono locali che mandano via presto la gente e quando usciamo dal camerino non c’è più nessuno e ci rimaniamo di merda. Fosse per noi non manderemmo via nessuno e non andremmo mai via, siamo dei vagabondi.
MARCO PRITONI
Band:
Andrea Appino – voce, chitarre
Massimiliano “Ufo” Schiavelli – basso, cori
Karim Qqru – batteria, cori
https://www.facebook.com/thezencircus/
https://www.instagram.com/zencircus/
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.




