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THE HANGOVERS – Intervista a Victor & Tristan

THE HANGOVERS – Intervista a Victor & Tristan

Prima dello strepitoso live che i The Hangovers hanno tenuto al Parco del Cavaticcio per il Bioparco 2015, abbiamo avuto la fortuna di conoscere ed intervistare il bassista e la voce della band, gli irresistibili Victor & Tristan.

Quando e come nascono i The Hangovers?
V.: siamo nati 5-6 anni fa, dopo un live che ebbe un successo incredibile, hanno continuato a chiamarci a suonare ed allora iniziammo a suonare le cover che ci piacevano io e il bassista, Tristan. Abitavamo assieme a Milano, suonavamo un sacco a casa, abbiamo fatto questo live veramente per caso e da lì abbiamo preso la ruzzola ed ora stiamo cercando di fare il passo in avanti.

Siete una specie di multinazionale.
V.: Sì, io sono olandese, Tristan inglese, poi ci sono due italiani.
T.: Vedi qua le due valchirie come ci chiamano, alti biondi….

Ma veramente parlate italiano meglio di tanti italiani.
T.: noi viviamo qua da sempre, mio padre è bolognese e mia madre inglese, lui invece ha entrambi i genitori olandesi, ma è praticamente nato qua.
V.: Io avevo cinque anni quando nel 1984 arrivai qui, l’anno della grande nevicata, infatti arrivammo e vedemmo tutta questa neve, pensavamo al paese del sole e del caldo.

Iniziate come cover band.
V.: come tutte le band abbiamo iniziato con la musica che ascoltavano i nostri genitori, Beatles, Rolling Stones, Michael Jackson, Creedence Clearwater Revival.

Il vostro genere è definito grunge caraibico.
T.: veramente non siamo stati noi ad inventarlo, tra tutti quelli che cercavano di identificare il nostro genere ce ne fu uno che coniò questo termine, grunge caraibico, ci è piaciuto e lo abbiamo adottato, fra l’altro uno che è sempre dietro a criticare…

La versione di The Sound of Silence rifatta in tonalità grunge caraibico è notevole.
T.: quel suono che facciamo è perché in tutti questi anni abbiamo sempre suonato solo in acustico, due chitarre acustiche, un basso acustico.

Ma il chitarrista adesso si sta ribellando e vuole usare l’elettrica.
T.: esatto, e anche io adesso ho iniziato a suonare il basso elettrico per dare più corpo ai brani e comunque stiamo cercando di evolverci, di migliorare, noi veniamo dalla baracca, dalle feste, e vogliamo migliorare in tutto. Nessuno di noi è un virtuoso dello strumento, abbiamo orecchio.
V.: e tanta passione per la musica, io ad esempio sono un fabbro con la chitarra, ad ogni concerto spacco una corda se non due, io canto e va bene così.

Avete la particolarità di cantare spesso a 4 voci tutti assieme e tutto il pezzo o quasi.
T.: io dico una cosa, non per fare i pompini a lui, ma se hai uno che sa cantare bene, è lì la differenza. Quanti gruppi sento suonare e semplicemente non hanno un bravo cantante? Oppure lo hanno, ma è tutto piatto. O anche cantano in inglese, ma si sente che non sono di madre lingua, la nostra fortuna è che quando cantiamo in inglese non si sente che siamo italiani. Questa è una cosa che fa molta differenza, ed è un merito di Victor.

I vostri pezzi sono tutti italiani?
V.: no, il cd che andiamo a fare è composta da 5 brani in italiano e 5 in inglese.
T.: ci sono quelli di Qui da me che sono tutti pezzi in italiano, poi ci sono quelli in inglese perché era un peccato non farli sentire. Dal punto di vista del mercato, devi classificare un album ibrido con 5 pezzi in italiano e 5 in inglese.

Come vi siete trovati a decidere di intraprendere questa carriera?
V.: per emulazione, ho assistito al concerto di un mio amico che cantava e che riuscì a creare un’atmosfera così magica, che ho deciso che anche io avrei cantato, ed è stato talmente bello che penso non smetterò mai.
T.: io suonavo la racchetta da tennis di mio padre, davanti allo specchio, per imitare il mio eroe, John Deacon, ed ho capito che il basso era il mio strumento.

Grazie ragazzi, alla prossima.

MAURIZIO DONINI