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TACKAT – Intervista alla band che presenta il nuovo album “Nausea”

TACKAT – Intervista alla band che presenta il nuovo album “Nausea”

In occasione dell’uscita del nuovo album “NAUSEA” (Overdub Recordings), ho avuto il piacere di intervistare George o y:dk dei Tackat, entità artistica precedentemente nota come Technogod.

L’album è un riflesso della condizione umana contemporanea: iniziato prima della pandemia e terminato tra autocertificazioni e distanziamenti, si presenta come un caleidoscopio di sessanta minuti in cui i generi si rincorrono senza sosta.

Dalla drum and bass al punk, passando per il blues e l’elettronica più spinta, il nuovo lavoro discografico non segue un concept predefinito, ma è guidato da una precisa attitudine: la libertà totale. È un disco bilingue, in cui italiano e inglese si intrecciano per raccontare alienazione urbana, solitudine e quella saturazione da “overcultura” che dà il titolo all’album. I Tackat agiscono come spie del quotidiano, osservando un mondo che affoga nei contenuti fino a provare, appunto, nausea.

Ciao e benvenuti su Tuttorock, “Nausea” è il vostro nuovo disco, che riscontri state avendo sia dal punto di vista degli ascolti che da quello della critica?

Ciao, grazie per il tuo tempo e interesse. Per ora ti posso solo riferire le reazioni di amici e colleghi che hanno avuto modo di ascoltare il disco. La maggioranza ha apprezzato il nostro “sfanqulismo” i don’t give a f**k attitude. D’altro canto, gente della nostra età che fa dischi ha tutt’altre motivazioni che bitches e cash.

Nausea, un titolo che sa di “averne le palle piene” del mondo che ci circonda, è così?

Siamo disgustati e rassegnati. Più si invecchia più ci si incazza.

Avete presentato l’album al Covo Club di Bologna, com’è stato accolto dal vivo?

Molti ci hanno fatto i complimenti e sono rimasti colpiti… Tutta gente che non ci conosce personalmente. Live siamo più punk.

Un album che ha avuto una lunga gestazione, come sono nati i brani che lo compongono, da una parola, da un’improvvisazione in sala prove, o non avete seguito uno schema preciso?

Molti pezzi nascono da suoni o campioni filtrati dentro filtri analogici creando sonorità nuove. È quasi un approccio ecologico. Un suono vecchio viene rigenerato e riprocessato. Altri brani nascono da chitarra e voce… A volte nascono da idee vocali.

Ho apprezzato tutto l’album ma, se dovessi scegliere le tracce che più mi hanno colpito vi direi “Venus 3000” e “Od’d”. C’è un brano che, riascoltandolo, vi ha fatto dire: “Questo ci è venuto davvero bene!”?

Sono d’accordo con te… Od’d x noi è una hit… Quando ho iniziato a costruire i pezzi, si pensava ad un mini album. Poi ci ho preso gusto e ho rotto i cojoni ai miei colleghi e sono saltati fuori 10 pezzi.

36 di anni di storia, da quando vi chiamavate Technogod ad oggi, è cambiata la vostra visuale sulla musica in questo tempo?

Io non ho cambiato nulla… Il mio atteggiamento è sempre stato per una ricerca dell’immediatezza

e la spontaneità. Se con technogod eravamo forse un po’ troppo perfezionisti, con le produzioni dal 2000 in poi si mira allo stomaco e poi al cervello.

Avete altri concerti in programma?

È il mio desiderio più grande. Ma per ora non c’è nulla anche perché i locali non hanno molto chiaro il loro ruolo e il loro mestiere…

State già lavorando a nuovi brani o per ora vi concentrate al 100% su “Nausea”?

Nausea 135%.

Grazie per il vostro tempo, vi lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferite.

Messaggio a tutti i gestori di locali che fanno musica dal vivo. Tenete la musica viva. Oppure andate sui social e divanatevi. Siete l’anello mancante di questo settore.

MARCO PRITONI