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SETAK – Intervista al cantautore e chitarrista abruzzese

SETAK – Intervista al cantautore e chitarrista abruzzese

Ho avuto il piacere di intervistare Setak, pseudonimo di Nicola Pomponi, cantautore, compositore e chitarrista italiano, vincitore nel 2024 della Targa Tenco con “Assamanù” come migliore album in dialetto e del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana come miglior disco nella categoria under 35 nel 2020 con l’album “Blusanza”.

Nella sua carriera troviamo anche collaborazioni con Fiorella Mannoia, Donatella Rettore, Mimmo Locasciulli e, quella più longeva, con Tommaso Paradiso.

Setak sarà in concerto per altre tre date:

13 maggio – Milano, Arci Bellezza

14 maggio – Bologna, Locomotiv

19 maggio – Roma, Monk

Ciao e benvenuto su Tuttorock, ti chiedo subito se ti saresti aspettato il successo che ha avuto il tuo album più recente, “Assamanù”, che ha vinto la Targa Tenco come miglior album in dialetto nel 2024 e che, dopo due anni, stai ancora portando in tour.

Ciao Marco, ero contento del disco, direi delle sciocchezze se dicessi che non mi sarei aspettato una bella accoglienza, è stato però sorprendente vedere la risposta che ha avuto nel mio ambito. Vedere che comunque c’è voglia da parte di chi ci chiama di continuare ad ascoltarci dal vivo, nonostante nessuna novità discografica da parte nostra, è una cosa bella e ci fa molto piacere.

A proposito, ti sei da poco esibito a Pescara, e hai altre tre date in programma, Milano, Bologna e Roma, cosa deve aspettarsi uno che viene a vedere un tuo concerto?

Bella domanda, sicuramente mi piacerebbe farlo entrare nel nostro mondo, che è un modo di vedere la musica in maniera più artigianale. A me piace quando viene qualcuno che non ci ha visti mai e si lascia trasportare dalla musica, indipendentemente dal fatto di capire o no le parole. Io vedo la musica come un linguaggio universale, dev’essere tutto l’insieme che deve arrivare, musica e parole, cosa che spesso nel cantautorato italiano spesso non succede perché troppe volte la musica è un mezzo per dire delle cose. Io ho un approccio diverso, da quando sono nato, per me, le parole devono arrivare insieme al mondo che c’è dietro. Tu puoi dire la cosa più intelligente e più bella del mondo ma, se non è accompagnata da una musica all’altezza, quella cosa non mi arriva. La stessa cosa succede al contrario, può trattarsi di una musica pazzesca ma, se non è agganciata alle parole giuste, non mi arriva. Mi piace quando accade tutto insieme in modo organico e universale.

Con quale formazione salirai sul palco?

Saremo io, chitarra e voce, mio fratello Nazareno Pomponi a tastiere, basso e synth, Emanuele Colandrea alla batteria e Roberto Bob Angelini alla lap steel.

Solitamente, quando scrivi un brano, parti dalla musica o da un testo? E le parole le scrivi in italiano o direttamente in dialetto abruzzese?

Il fatto di partire dalla musica o da un testo è una cosa alla quale non so rispondere, non c’è mai lo stesso approccio, ti posso semplicemente dire che mi viene tutto più complicato quando parto dalla musica. Non ho mai tradotto niente in vita mia, non c’è un ragionamento dietro al dialetto, me ne sono reso conto ad un certo punto della mia vita, quando decisi di fare questo passaggio, è stata una cosa naturale. Ci sono cose che non si possono tradurre, alcune frasi in dialetto riassumono un mondo, frasi che in italiano diventerebbero delle cazzate enormi, un po’ come succede se provi a tradurre lo slang inglese. Non posso proprio pensare di scrivere in italiano e tradurre in dialetto, e viceversa, scrivo a seconda della lingua che mi viene in mente in quel momento, è un mio modo per assecondare uno stimolo. Mi sono reso conto anche che alcune canzoni che avevo scritto in inglese all’inizio erano già in dialetto, e non c’è niente di più antieconomico che scrivere nel mio dialetto (ride – ndr). Forse adesso, per il quarto disco, mi viene un po’ più voglia di rifletterci ma non vorrei perdere la spontaneità perché poi diventerebbe un processo troppo macchinoso per come sono fatto io.

Il tuo brano più recente invece è “Sangue e latte”, mi racconti un po’ la sua genesi?

Mi è stato chiesto, da parte di un giornale molto importante delle mie parti che si chiama “Il Centro”, il cui direttore è Luca Telese, di collaborare per il cinquantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Con difficoltà lavoro su commissione ma adoro la figura di Pasolini, per me è uno dei più grandi intellettuali che l’Italia abbia mai avuto, ho accettato volentieri e ho estrapolato alcune frasi dal suo canzoniere, una raccolta di poesie, canzoni, modi di dire nei dialetti italiani. Ho estrapolato alcune frasi scollegate tra di loro, ne ho cambiato alcune parti e le ho collegate al mio mondo ed è uscita una canzone che a me è piaciuta tantissimo e ha trovato una sua strada naturale. Sono molto contento di aver fatto questa cosa.

L’Abruzzo, che rapporto hai con la tua terra d’origine?

Da quando ho fatto il mio primo disco in dialetto nel 2019 è come se avessi fatto pace con il mio passato e con tutte le problematiche che ho avuto venendo da una terra che mi ha dato tantissimo ma che è comunque una terra difficile. Non possiedo quel famoso campanilismo, non so nemmeno cosa voglia dire questo famoso orgoglio che molti hanno nell’essere nati in un posto preciso, non mi sento di dire di essere orgoglioso di una cosa che non dipende da me. Ho ovviamente un rapporto viscerale, è casa mia ma riconosco dei limiti culturali che mi hanno condizionato e mi hanno fatto soffrire, e queste cose le racconto nelle mie canzoni. Non mi piace quel discorso di avere un amore cieco per una cosa nascondendo tutto il resto, quello che faccio però dimostra che io vivo e ragiono in abruzzese. Quando vivo a Roma traduco sempre nella mia mente, penso a una cosa in dialetto ma la dico in italiano, al contrario di quello che dicevo prima quando si tratta di scrivere una canzone.

Quando e come ti sei avvicinato alla musica?

Già da bambino cercavo di replicare con la chitarra alcune cose. A 6 anni ho fatto il mio primo concerto, avevo un gruppo che si chiamava “Manina”, che prendeva il nome da Marco, Nicola e Nazareno. Ho avuto un percorso molto precoce, facevamo musica sudamericana con il nostro maestro Vincenzo Tartaglia, che era un artista incredibile che ha viaggiato nel mondo con le orchestre, quando lui tornò nel paese mio padre gli chiese di darci delle lezioni. Ci siamo ritrovati a suonare in contesti incredibili, ci chiamavano anche perché faceva strano vedere dei bambini che suonavano così bene cose anche complicate, io poi suonavo addirittura “Samba pa ti” di Santana. Il fatto di aver cominciato così presto mi ha portato a 11 anni ad essere non stufo, ma distratto, e ho avuto una parentesi con il tennis fino ai 17 anni, poi ho ricominciato con la musica verso i 18 anni anche se mi portavo comunque in giro la chitarra. Mi dava fastidio che, quando suonavo, la gente ridesse perché ero piccolo, saltava già fuori questo orgoglio abruzzese (ride – ndr).

Setak, un nome d’arte nato quando e come?

Questo nome me lo sono dato io. Nel sud, soprattutto in quel periodo, la gente non andava fiera del nomignolo che gli affibbiavano, io invece lo usavo come password per entrare nei primi siti Internet. Viene da “setacciaro”, il setaccio è l’attrezzo usato per filtrare la farina e i miei avi lo costruivano. Alla fine, andando avanti, me lo sono tenuto, l’ho usato nella musica e anche la mia famiglia l’ha accettato. Ogni tanto mi scrive qualche indiano che pensa che io sia uno che viene dalle sue parti (ride – ndr).

La tua collaborazione con Tommaso Paradiso, com’è nata e cosa ti ha dato sia a livello artistico che umano?

Tommy lo conosco da circa vent’anni, abbiamo iniziato a muovere i primi passi insieme a Roma, io avevo un gruppo, che si chiamava “The Greenwich”, mentre lui era nei “Cosmo Radio”. Noi eravamo tra i più bravi della scena romana come musicisti, mi ricordo lui che disse riferendosi a me: “Un giorno, quando diventerò famoso, vorrò lui alla chitarra”, ed è stato davvero così. Appena ha lasciato i Thegiornalisti mi ha contattato subito, mi ha fatto un enorme piacere ritrovarci dopo tanto tempo ed è stato un cortocircuito incredibile passare dal mio mondo a quello lì, è forte come cosa, sono un grande fan dei cortocircuiti e mi piace mescolare cose che apparentemente non si toccano. Devo dire che ci siamo dati un sacco di cose a vicenda in questi anni, io ho preso tantissimo da lui perché nelle collaborazioni c’è sempre uno scambio, le contaminazioni sono bellissime quando si incontrano mondi completamente diversi. Ormai c’è molta selezione tra i musicisti, c’è chi frequenta solo quel tipo di persone, quel tipo di ambiente, quel tipo di musicisti, se non ci si tocca tra ambienti completamente diversi non succede niente e si rimane in quelli che Francesco Piccolo definisce “ambienti confermativi” dove ci si conferma a vicenda, invece bisognerebbe ogni tanto avventurarsi nelle zone oscure della vita, in posti che non si conoscono, nella musica che non si conosce, per vedere quel che succede. Ogni tanto anche lui è venuto con me a suonare in qualche mio concerto e a livello di amicizia poi sono di parte, ci vogliamo un gran bene e c’è un rapporto di stima e di affetto molto forte.

I tuoi maggiori riferimenti musicali sia italiani che stranieri? Immagino Santana…

Santana ce l’ho nel sangue perché lo suonavo con mio padre già da piccolo, i miei riferimenti poi sono tantissimi, soprattutto stranieri. Come chitarrista sono molto legato a Ry Cooder che posso definire un mio maestro, poi ti potrei dire tutta la scena inglese degli anni ’60 e ’70, sono legato molto anche a George Harrison, poi mi piacciono tantissimo Paul Simon, Peter Gabriel, Bob Dylan e quanti ne vuoi, Neil Young, Elton John, Jimmy Page, sono cresciuto con una musica che oggi purtroppo non c’è più. Riguardo gli italiani rischierei di essere banale, sono fortemente legato a De André, Pino Daniele, De Gregori, anche Lucio Dalla, Ivan Graziani, poi c’è una figura che ammiro da sempre che è quella di Mauro Pagani, un grande artista.

Degli artisti di oggi c’è qualcuno che ti ha particolarmente colpito?

Tra gli stranieri Bon Iver, poi Fink, Sílvia Pérez Cruz, St. Vincent, Maro, Madison Cunningham, poi quello che mi piace più di tutti si chiama Blake Mills, è proprio il mio punto di riferimento chitarristico e artistico degli ultimi anni.

Tra gli italiani stimo molto Mannarino, riconosco che sia uno di quelli, forse l’unico, che vanno per la propria strada. Mi piace vedere che una persona abbia un proprio percorso che non dipende da ciò che succede in questo momento, che non è molto interessante a mio avviso. Sono un po’ d’accordo con Guccini, quando dice che non è che non ci siano le belle canzoni, la verità è che sono inutili, quindi non ho paura di dire che la maggior parte di quello che succede negli ultimi anni è abbastanza inutile, si tratta di canzoni valide per intrattenere, per fare karaoke. Ho apprezzato molto anche Daniela Pes come attitudine. Mi fido molto di più delle persone che resistono e, con grande coraggio, portano avanti un progetto che all’apparenza può sembrare anche antieconomico. Ormai la musica è diventata una frequenza, accendi la radio e senti una frequenza unica, quando arriva qualcuno che rompe questa frequenza mi viene voglia di stringergli la mano. C’è un’omologazione nel mondo del pop ma c’è una grandissima omologazione anche nel mondo alternativo, anzi, ho il sospetto che non esista nemmeno più un ambiente alternativo, sono tutti uguali anche là, spesso è solo una questione di forma. Mi viene da dire che un Mannarino, che purtroppo è una croce per me, perché la mia compagna è una sua grandissima fan, sarebbe l’unico che manderei all’estero perché propone una musica italiana esportabile, fatta bene, prodotta bene, è una cosa che non scimmiotta l’americano del momento. Se prendiamo certi italiani che si vestono da rockettari, se andassero a New York là si metterebbero a ridere (ride – ndr). Guardo sempre con grande sospetto questi italiani che prendono come riferimento artisti stranieri ma li scimmiottano in italiano.

Terminato il tour con Tommaso Paradiso e queste tre date del tuo progetto solista di cui abbiamo parlato in apertura quali sono i tuoi prossimi progetti musicali?

Sicuramente devo lavorare bene sul prossimo disco, adesso che chiudo i concerti con Tommy riprenderò in mano la mia vita, questo tour è molto dispendioso (ride – ndr). Devo assolutamente rimettermi a scrivere per chiudere questo disco che sarà il mio quarto album.

Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.

Grazie a te per le belle domande, abbiamo detto un sacco di cose, aggiungo una cosa che mi sono dimenticato prima, mi è piaciuto tantissimo il disco solista di Luca Romagnoli dell’anno scorso, è il cantante dei Management. È il disco più bello e necessario del 2025, lui ha rotto quella famosa frequenza di cui ti parlavo prima, ascoltalo perché è una bomba. Poi mi piace Davide Ambrogio, avrà un grande futuro, è un artista che sta facendo un sacco di cose all’estero perché qua siamo messi come siamo messi.

Io ho la fortuna di vivere non lontano da Bologna, dove qualcosa di interessante ancora si vede.

Bologna goditela fino alla fine, è rimasta l’ultima città italiana dove c’è il fermento giusto, ogni volta che ci vado rosico perché non ci vivo (ride – ndr).

MARCO PRITONI