SEAN ALBAIN – Intervista al cantautore scozzese che presenta il suo primo album
In occasione dell’uscita dell’album d’esordio “You’ll be fine” (etichetta: ad est dell’equatore, diretta da Gnut), ho avuto il piacere di intervistare Sean Albain, cantautore scozzese, di base in Italia da qualche anno (ci tengo a sottolineare che parla già un italiano quasi perfetto!), che ha trascorso oltre quindici anni a girare i continenti come musicista di strada e barman, accumulando un bagaglio di esperienze che difficilmente si impara altrove: l’esposizione diretta di fronte a chi non ti ha scelto e la vulnerabilità come strumento espressivo.
Ciao Sean e benvenuto su Tuttorock, mi fa molto piacere parlare con te anche perché amo la Scozia, ti chiedo subito come mai hai deciso di intitolare questo tuo album d’esordio “You’ll be fine”, che è anche il titolo di un brano contenuto nel disco.
Ciao Marco, è un piacere anche per me, c’è una bella connessione tra Scozia e Italia anche se le due culture sono diverse. Ho scritto quella canzone per la mia fidanzata sei anni fa, durante il Covid, lei stava male e per me era un modo un po’ sarcastico per dire: “Tu stai bene anche se io rimango un pezzo di merda, se si può dire (ride – ndr)”, mi sentivo un po’ autodistrutto. Io scrivo le canzoni in generale per aiutare la gente, vorrei che le persone imparassero da me qualcosa, non da un punto di vista didattico. “You’ll be fine”, in un mondo che oggi è molto negativo, oscuro, buio, significa qualcosa come “Andrà tutto bene”, insomma, significa qualcosa di positivo.
Dopo anni a suonare in strada come sei arrivato ad incidere un disco?
Scrivevo musica sempre per me, non per essere condivisa, mi è piaciuto tanto suonare le canzoni degli altri in strada per anni poi ho conosciuto Guido Andreani, un ingegnere del suono molto conosciuto e con cui ho abitato a Milano, lui mi ha ascoltato mentre scrivevo le canzoni nella mia stanza e mi ha chiesto se volessi registrare un disco con Giovanni Calella nel suo studio. Ho detto sì e Stefano Piro, che è un direttore artistico, ha voluto far parte di questo progetto, è iniziato tutto così.
“Jokers” invece è la prima canzone che hai scritto, quando e com’è nata?
Mio padre è morto quando avevo 18 anni in un incidente motociclistico, ho preso la sua chitarra, ho imparato gli accordi di base poi ho trasferito su un pezzo di carta le mie emozioni. Ero un po’ introspettivo, ho pensato alle diverse versioni delle mie paranoie, tipo la gelosia, la paura di non essere abbastanza, la paura che il mondo fosse contro di me, ho scritto tre strofe e un ritornello che riflette tutto questo.
Mi piace molto tutto il disco ma, se dovessi scegliere la mia traccia preferita ti direi “Johnny”, mi parli un po’ di quel brano?
C’è Stefano Piro che suona il pianoforte in quel brano, lui è fantastico. Era una canzone difficile da scrivere per me perché contiene due significati, parla di un mio amico morto e nello stesso tempo è cambiata la mia personalità e sono cambiati i miei obiettivi nella vita, è un po’ come se fosse morto il mio alter-ego per poi continuare su una nuova strada. È una canzone molto semplice, non è scritta in modo complicato come altre, Stefano porta la canzone su territori più vivaci e mi piace il modo in cui lui l’ha diretta.
Quando e come ti sei avvicinato alla musica?
Mi sono avvicinato alla musica quando ero un bambino, in macchina con la mia famiglia ascoltavamo molta musica, cantavamo le canzoni dei Beatles, questo è uno dei ricordi più forti che ho nella mia vita. L’infanzia non era molto felice ma quando ascoltavamo la musica era un bel momento, significava che stavamo andando in giro a fare qualcosa di bello. La musica per me era sempre un modo per scappare dalla vita difficile, non pensavo però di scrivere brani miei, ho iniziato a scrivere, come ti dicevo, quando mio padre è morto.
La musica è la tua terapia per uscire dalle situazioni difficili?
In un certo senso sì, è un po’ una meditazione, è difficile vivere in questo mondo con tutti i pensieri nella testa senza scrivere, senza parlare. Non mi è mai piaciuto parlare dei miei problemi con la gente, ho usato la musica come una via di fuga. Quando canto devo anche rivisitare questi problemi nel mio cervello per cercare di risolverli.
Hai girato il mondo, Europa, Africa, Asia, qual è il ricordo più bello che hai di ognuno di questi continenti e qual è il tuo rapporto con l’Italia?
L’Italia è il paese migliore del mondo, ho viaggiato tanto e ho visto che il mondo è uguale, soprattutto adesso, se vai in una spiaggia di un paese quella spiaggia è uguale a quella di un altro paese, è diventato tutto commerciale. Se non vivessi in Italia, vivrei in Namibia, che ha molte cose belle, c’è sabbia per tanti km ma c’è un’anima all’interno che non ho mai visto in altri paesi.
Dell’Asia mi è piaciuto il Vietnam, è un paese che ha sofferto molto nella storia e, in anni recenti, i suoi abitanti hanno sviluppato un modo di vivere stoico e positivo.
Il tuo rapporto con il tuo paese d’origine, la Scozia? C’è anche un brano che parla della politica del tuo paese, “Wrong Leg”.
Il mio rapporto con la Scozia è un po’ difficile, la amo ma perché non sono lì, succede un po’ come fate voi italiani con l’Italia. Amo la cultura e la storia scozzese ma non potrei tornare a vivere là dopo l’Italia, le mie emozioni per la Scozia sono molto più forti quando sono qui e questo è un dono. Politicamente la Scozia è divisa in due squadre, è Celtic contro Rangers, è cattolici contro protestanti, è sinistra contro destra ma è tutto populismo, è sempre e solo una squadra che vuole vincere contro l’altra, è tutta rabbia e non c’è niente di positivo in questa mentalità, almeno per adesso, ed è molto triste.
Hai dichiarato: “Non scrivo canzoni d’amore, non è qualcosa che posso fare con sincerità”, come mai?
L’ho fatto ma in un modo non ovvio. È troppo facile scrivere una canzone d’amore, tutti lo fanno, soprattutto in Italia, per questo a me piacciono Jannacci o Gaber, che parlano della società, delle cose importanti, non che l’amore non lo sia ma, se tutti lo fanno, finisce che è solo un modo per vendere un disco e io non scrivo per vendere ma per me stesso. Se scrivo una canzone d’amore deve essere una canzone in cui la gente possa prendere la propria idea, la propria impressione, pensando all’amore per vivere, all’amore per la famiglia, un’idea di amore più universale.
So che hai già qualche concerto in programma, che tipo di spettacoli saranno?
Sto andando in giro con un ragazzo che si chiama Spina, è un artista che ha il mio stesso ufficio stampa e il mio stesso produttore, è un bravo ragazzo e abbiamo scelto di fare questi spettacoli insieme perché lui sta facendo il suo showcase per il suo disco. Non abbiamo lo stesso stile ma si integra bene con il mio, saremo solo io con la chitarra e lui mi aiuterà con un’altra chitarra. In qualche concerto ci sarà anche Stefano Piro al piano, come al Germi di Milano il 2 maggio, il primo maggio al Secret Concert di Cuneo ci sarà invece Tom Newton all’armonica. In alcuni concerti ci sarà anche Giovanni Calella, che mi aiuterà a Torino e Milano, ogni concerto sarà un po’ diverso ma molto intimo, in locali piccoli dove potrò parlare con la gente. Non che non mi piaccia la musica commerciale ma non mi piacciono le situazioni commerciali. Mi dispiace non suonare a Bologna perché quella città penso sia il cuore della musica in Italia.
Poi quali saranno i tuoi prossimi impegni musicali? Hai già scritto nuovi brani?
Ho già un disco scritto, sto parlando con alcuni musicisti tra cui il batterista Daniele Mona che suonava con The Kolors, e altri musicisti bravissimi che vogliono partecipare al mio nuovo stile, perché il primo disco è già vecchio nella mia testa, ho scritto tante canzoni 18 anni fa e nel nuovo disco voglio portare in questo momento il suono degli anni ’90, penso a band come The Libertines, The Strokes, voglio ritrovare questo indie grunge New York City style 2000, la poesia dei Babyshambles, perché penso che ci stiamo muovendo dentro un tempo dove c’è troppa intelligenza artificiale e dove c’è troppa gente che fa musica solo per fare soldi. Devo dire che non è una cosa che vedo per me stesso, non penso ai soldi, voglio portare la musica artigianale, spero di non essere troppo pretenzioso.
Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.
Grazie a te Marco, è la prima intervista che faccio, quindi posso dirti che è l’intervista preferita della mia vita (ride -ndr).
Per me è un onore, spero sia la prima di tante!
Lo spero anch’io, e spero di vederti a qualche mio concerto!
MARCO PRITONI
IG: https://www.instagram.com/sean_albain/
YT: https://www.youtube.com/@Sean.Albain
Foto: Paolo Terlizzi
Sono nato ad Imola nel 1979, la musica ha iniziato a far parte della mia vita da subito, grazie ai miei genitori che ascoltavano veramente di tutto. Appassionato anche di sport (da spettatore, non da praticante), suono il piano, il basso e la chitarra, scrivo report e recensioni e faccio interviste ad artisti italiani ed internazionali per Tuttorock per cui ho iniziato a collaborare grazie ad un incontro fortuito con Maurizio Donini durante un concerto.






