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SAMUELE CAVALLO – DAL TEATRO ALLA TV FINO ALLA MUSICA “ED IO NON SO CAMBIARE” , IL SINGOLO

SAMUELE CAVALLO – DAL TEATRO ALLA TV FINO ALLA MUSICA “ED IO NON SO CAMBIARE” , IL SINGOLO

Samuele foto 2

Abbiamo incontrato Samuele Cavallo, attore di teatro, musical e tv, musicista e cantautore, artista talentuoso e poliedrico, versatile. Il suo primo provino è stato con Massimo Ranieri, una vera leggenda del teatro e della musica, per il musical “Poveri ma Belli”, regia di Ranieri e tratto liberamente dal celebre film di Dino Risi. Ha un ricordo bellissimo di quel provino che fu nello stesso tempo “durissimo ma importante e decisivo”, infatti Massimo Ranieri lo scelse. Samuele è uno dei volti noti e amati di Un Posto al Sole, real drama di Rai 3. Ha preso parte a numerosi musical di successo come La Febbre del Sabato Sera, Aladin, Priscilla La Regina del Deserto, Ghost il musical, The Blues Legend, West Side Story, The Bodyguard, Dirty Dancing, A Chorus Line ed ha all’attivo alcuni singoli, l’ultimo “Ed io non so cambiare”. Brani reperibili sul suo canale YouTube. Ci parla del suo ultimo singolo, in uscita il 7 dicembre prossimo “Ti prego dimmi cos’è”.

Sei un attore versatile e sei anche cantante, musicista. Vorrei partire dal progetto nato a marzo scorso da un’idea tua e di Flavio Gismondi con lo scopo di unire, durante il primo lockdown mondiale di marzo e aprile 2020 con un messaggio di speranza, tutti gli artisti attraverso le voci di grandi performer, collegati da tutto il mondo. Come è nata l’idea?
Con Flavio ci conosciamo fin dagli esordi. Abbiamo avuto per un periodo lo stesso insegnante di canto e ci vedevamo spesso ai provini. Così abbiamo deciso di iniziare a scrivere canzoni insieme, di condividere la nostra musica, lavorare a quattro mani. A distanza di anni, durante il primo lockdown, abbiamo ripreso uno dei nostri brani , “HERE WE ARE TOGETHER”, in cui io ( intrappolato a Milano) e Flavio ( intrappolato in Messico) volevamo manifestare l’urgenza di urlare “Noi esistiamo” . Abbiamo voluto creare un brano universale, coinvolgendo artisti da tutto il Mondo, che intervengono nel brano ognuno nella propria lingua, mantenendo il significato del testo originale. Un messaggio che incita a non mollare, a non tornare indietro, ma anzi andare avanti a cercare il “lieto fine” nonostante le insidie non ce lo facciano vedere, perché come dice Sam ne “Il Signore degli Anelli: ” C’è del buono in questo Mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo”.
Il brano è su tutte le piattaforme digitali e il video ufficiale è su youtube. Cito tutti gli artisti che in questo progetto hanno collaborato con noi da ogni continente : Charlotte Grimmer (Australia), Kanako Furosawa( Japan) , Kristine Yde Eriksen (Denmark), Dìdac Flores Rovira (Spain) , Megan Lynn Heaps (USA) , Lèo Maindròn (France) , Samuele Cavallo (Italy) Flavio Gismondi (Italy), Ruben Plascencia (Mexico), Lilly-Jane young (Scotland) Leonardo Wagner( Brazil). Supporting chorus : Alex Procacci (ITALY) Loredana Casula ( Italy). Video edited by Jacopo Bruno (Italy). Graphic designer : Daniele de Pompeis( Italy).

Parliamo del brano “Ed io non so cambiare”: come è nato?
“Ed io non so cambiare”, prodotto da Stefano Barzan per Tranquilo Edizioni è un brano autobiografico. Parla della voglia di essere liberi da ogni imposizione di schemi, di sovrastrutture. Liberi di imparare a vedere l’amore nella sua forma più concreta. E’ una sorta di necessità di camminare in due, insieme, fianco a fianco, ma senza giudicare, senza tenere la mano, ma anzi, lasciare libera la persona di cadere e rialzarsi, capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma non lasciarla da sola. Una forma sicuramente egoistica di intendere un cammino fatto in due. Ma è pur vero che spesso l’essere umano tradisce perché è insicuro e quindi in costante ricerca di conferme da ogni persona che incontra e che lo affascina. Ognuno di noi ha una storia, viene da un’educazione che spesso può avere generato delle cose sbagliate, perchè per essere genitori non esiste un manuale, ma ci si lascia influenzare da quell’educazione nella vita, nel bene e nel male. La cosa più giusta da fare è riconoscere ciò che di buono si impara, cicatrizzare le ferite di ciò che invece era sbagliato e cercare di crescere diventando persone migliori. “Ed io non so cambiare” parte quindi dall’aver riconosciuto la difficoltà del cambiamento e dalla crisi che lo precede.

Parliamo di “Ti prego dimmi cos’è”, il tuo nuovo brano di prossima uscita. Quando lo hai scritto e cosa racconta?
“Ti prego dimmi cos’è” – che uscirà il prossimo 7 dicembre – è il brano che avevo proposto per Sanremo Giovani. Anche questo è un brano che ho scritto durante il primo lockdown, con il supporto del mio amico fraterno Alex Procacci, che mi ha aiutato a conferirgli uno spirito diverso, allegro. La canzone nasce dalla necessità di non perdere di vista la spensieratezza, la gioia della condivisione di una festa, in questo caso caratterizzata dai ritmi funk, splendidamente arrangiati dalla maestria di Stefano Barzan, che ha dato un “vestito” musicale che richiama i suoni soul anni ’70 , disco music e dance. Questo brano rappresenta la voglia di perdere il controllo. L’inciso appunto è una richiesta insistente, come quando non stai più nella pelle perché vuoi sapere cosa stia accadendo. Quella “voglia di ballare senza sosta “, di toccarsi, di abbracciarsi, baciarsi, stare vicini l’un l’altro e condividere quel delirio che serve a scaricare le tensioni. Questa voglia, in questo difficile periodo, non deve spegnarsi e questo brano in tre minuti aiuta a tenerla viva, radiosa, accesa.

Sei un artista versatile, vieni da una gavetta lunghissima e ti cimenti tra cinema, teatro, tv e musica. Vogliamo sapere se i tuoi brani siano autobiografici, se c’è un filo conduttore o idea comune tra loro e quale sia la tua esigenza narrativa:
Il filo conduttore dei miei brani è la mia vita che, come quella di tutti, è fatta di alti e bassi. Quindi prendo quegli istanti di felicità e di delusione per farmi del bene o farmi male,
per poi prendere quelle immagini e ridisegnarle con la musica, le parole e la voce. Mi piace quindi spaziare e cercare di dare il giusto “vestito” a ogni sentimento, che è fatto di tante sfumature e ognuna di esse è capace di suscitare l’esigenza di scrivere una canzone.
“Lupo Alberto” ad esempio è una canzone spensierata, ispirata da un fumetto, che come me vive i suoi alti e bassi nella sua storia, fatta di paradossi (un lupo che si innamora di una gallina);
“Io e te” racconta invece che l’amore non ha limiti di razza, religione o condizione sociale e che è quindi il concetto universale per eccellenza.
” Io non so più sognare” nasce da una visione negativa, che ho avuto in un periodo particolare della mia vita, dopo aver perso mio padre. Ero pieno di speranze, ero sicuro che, standogli accanto e lottando insieme a lui contro una grave malattia, ne saremmo usciti insieme. Vedevo nella mia immaginazione quel giorno in cui tutto sarebbe finito e saremmo ritornati alla vita insieme. Ma quel “sogno” e la nostra determinazione a realizzarlo si sono spenti, sono svaniti. Avevo perso la capacità di sognare, di immaginare le cose belle e di lottare per esse.

Stai lavorando a progetti prossimi?
Proprio in queste settimane ho scritto un cortometraggio che vorrei poter realizzare appena usciremo dal lockdown: parla della storia di una transgender che mi ha colpito molto, perché rispetto alle altre storie di transizione, non è una scelta. Quando nasciamo, non scegliamo “chi siamo”: se vivessimo in un altro tipo di società, forse non ci sarebbe bisogno di fare una “transizione” per essere chi si è già, ovvero non occorrerebbe far capire “Ehi, guardami, ero un uomo, ma mi sento donna e quindi sto mutando i miei connotati”. Nel corto dal titolo “MI CHIAMO LUCE” – il nome vero della protagonista – voglio raccontare una storia di una donna che vuole semplicemente una sola cosa, vivere una vita normale, in un mondo dove “normale” è definito da canoni dettati da qualcuno secondo un proprio criterio personale e quindi non universale. Quando la “straordinarietà” di qualcuno, per la società, è solo etimologica (ovvero fuori dall’ordinario) e lo è solo per “ciò che hai nelle mutande”, ogni attimo diventa continua lotta.
Inoltre sto continuando a scrivere e produrre la mia musica. Sono ancora delle demo, ma sono già molto soddisfatto di quello che sta nascendo. Spero davvero che vedano la luce nel prossimo 2021, per il quale sono molto carico di motivazioni. Non amo stare fermo durante il lockdown e voglio essere un continuo vulcano di idee. E’ uno spirito che mi tiene vivo e mi aiuta a cercare quell’attimo di serenità per cui vale la pena lottare.

Un tuo pensiero sulla crisi dello spettacolo, della cultura in generale e della difficoltà del mondo della musica, in questo difficile momento di convivenza con il virus. Come si esce da una crisi come questa, a tuo parere?
La crisi nello spettacolo c’è, è innegabile: il live è fermo da quasi un anno. E questo scoraggia tutto l’indotto e anche le forme di spettacolo che ruotano intorno, per le difficoltà che questa situazione impone. Anche il cinema, per lo stesso motivo, è sempre più frenato. Tutto ciò rischia di frenare anche la creatività. Desidero pensare fermamente che questo “passaggio”, questo difficile periodo sia una transizione volta a migliorare, a far crescere il settore. Perchè se è vero che la parola “crisi”, dal greco kpisis, significa “scelta, decisione” questo è il momento di non lasciarsi vivere ma anzi di avere coraggio e scegliere, darsi da fare per cercare soluzioni, puntare a cambiare le cose. La cultura necessita sempre di linfa vitale, come una pianta ha bisogno dell’acqua.

Ci regali un ricordo di Stefano D’Orazio, che hai conosciuto e incontrato per il musical Aladin e di Gigi Proietti? Quale eredità lasciano ai giovani artisti?
Ho conosciuto Stefano d’Orazio poco dopo che aveva lasciato i Pooh per dedicarsi ad altri suoi progetti personali. Ci siamo incontrati poco durante i provini del suo “Aladin“, musical con le canzoni scritte insieme ai suoi “amici per sempre”. I Pooh erano il gruppo musicale che mio padre amava alla follia e da bambino ho cantato, in macchina, con lui tutte le loro canzoni più famose. La mia passione per la musica è nata in macchina con mio padre, per cui questo incontro sembra un po’ combinato dal destino. Stefano era una persona ironica nella vita e anche nella scrittura: la sceneggiatura di Aladin era sua e le battute più belle le ha scritte lui. Era molto generoso ed era bello parlare con lui a cena dove, coi sui racconti e la sua simpatia era capace di intrattenere le tavolate tutta la sera. Sono stato suo ospite nella sua casa a Pantelleria per 5 giorni e mi ha fatto vedere tutta la bellezza dell’isola. Sul comodino della camera degli ospiti mi aveva lasciato un libro , “Il gabbiano”, che ho letto in quelle notti prima di addormentarmi.
Mi ha addolorato moltissimo la notizia della sua scomparsa avvenuta pochi giorni dopo quella di un altro grande uomo dei nostri tempi, Gigi Proietti, a cui mi sono ispirato fin da quando ero bambino. Sognavo di poter entrare , un giorno , nella sua accademia al Teatro Brancaccio, fucina di grandi talenti come Brignano, Insinna, Chiara Noschese, Gabriele Cirilli, Rodolfo Laganà, Francesca Reggiani, Giorgio Tirabassi e tanti altri. Ma grazie al grande patrimonio che ci ha lasciato, da “a me gli occhi please” per il teatro, al suo Mandrake in “Febbre da Cavallo” io mi sono nutrito e continuo a farlo. Trovo stupenda per esempio la sua interpretazione di “Questo Amore” scritta per lui da Roberto Lerici e con cui l’ho omaggiato qualche giorno fa in un video in cui ho voluto rendere omaggio anche a Stefano d’Orazio, ricordando la forza dell’amore e dell’arte che questi personaggi ci hanno lasciato tra le mani e che noi abbiamo il dovere di custodire come un diamante prezioso.

Alessandra Paparelli