ROSSANA DE PACE – Intervista su Diatomee
In occasione dell’uscita del suo nuovo album “DIATOMEE” ho intervistato ROSSANA DE PACE.
Quando e come hai iniziato a cantare? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe stata centrale nella tua vita?
Era quello che facevo ogni pomeriggio a 8 anni al posto di fare i compiti. C’è il reperto della mia primissima poesia a 10 anni dove scrivevo che la musica mi faceva sentire libera, cantando percepivo proprio sollevarmi da terra. Da bimbi abbiamo quella fantasia che ci fa sentire tutto il doppio. Una volta che la provi quella sensazione di estraniazione la vuoi rincorrere per sempre, credo sia successo la prima volta nel salotto di casa mia a quell’età, non ho più smesso.
Quali erano i tuoi primi gusti musicali e quali artisti ti hanno formata all’inizio del tuo percorso?
Ho iniziato cantando canzoni di altri da piccola fino ai 15 anni. Il nostro primo disco in casa fu “senza Ali” di Giorgia, credo di sapere a memoria ogni respiro e poi Mina, la studiavo tanto perché mi piaceva la sua capacità di dare peso ad ogni parola, è stata un buon esempio di stare in quello che canti. Poi in paese (Mottola, Taranto) c’era solo musica popolare alle feste; quindi, l’imprinting con le radici anche involontariamente l’ho avuto per i vicoli del centro storico. Poi mia mamma aveva sempre in radio Pino Daniele e Lucio Dalla.
In che modo quelle influenze iniziali si ritrovano, oggi, nel tuo modo di scrivere e cantare?
Beh, sicuramente la voce per me è uno strumento di cui sono un poco nerd, quindi Giorgia e Mina hanno influenzato anche il mio approccio molto emotivo alla voce però la musica popolare ha aggiunto quella pasta più aggressiva ed energica oltre al fatto che mi piace l’utilizzo corale delle voci che è una cosa molto mediterranea. L’amore per la scrittura e la melodia poi si è innescata dai migliori Lucio e Pino.
Complimenti per il bellissimo disco, Diatomee è un titolo insolito: come nasce questa scelta e che significato assume nel progetto del disco?
Le diatomee sono alghe microscopiche ed il disco che suona anche vegetale dato che le atmosfere sono create dalle frequenze delle piante che ho raccolto con un dispositivo che traduce il loro impulso elettrico in suono (PLantsplay), quindi è già il primo punto di contatto. Poi mi ha sempre affascinato il viaggio di queste alghe che tramite i venti raggiungono luoghi lontanissimi influenzando il nostro ecosistema. Dal deserto si ritrovano in Amazzonia in un percorso di interconnessione tra le cose molto affascinante.
C’è un’idea unitaria che tiene insieme le canzoni o il disco è nato come raccolta di brani indipendenti?
La suggestione che ha fatto partire tutto è stata: se delle alghe così piccole possono influenzare la nostra terra, quanto noi possiamo farlo con le nostre azioni? E quanto il mondo invece ci influenza? Così ogni canzone è un’indagine su come il mondo ci ha influenzato, la prima canzone infatti è quella di una tartaruga che desidera iniziare questo viaggio volando, ma deve lasciare a terra le sue convinzioni per alleggerire il guscio e scoprire cosa tenere e cosa lasciare a terra.
Nei testi ricorre spesso un immaginario naturale e corporeo: è una cifra consapevole della tua scrittura?
Ho sempre visto la natura come maestra e risposta a molte nostre domande, spesso ci percepiamo altro da lei, quando proprio il corpo è quella parte che ci ricorda che ne facciamo parte. La connessione con quella parte di noi ce l’abbiamo attraverso il corpo.
Dal punto di vista musicale, come descriveresti il suono di Diatomee rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Vivo. È tutto quanto suonato, anche i suoni più strani, ci siamo divertiti in studio e poi un po’ magico perché le frequenze delle piante hanno aggiunto quel tocco un po’ sintetico che rende tutto un po’ sospeso.
Gli arrangiamenti sono essenziali e molto curati: che tipo di lavoro c’è stato dietro questa scelta sonora?
Le preproduzioni sono le mie e sono molto contenta che poi l’esperienza di Taketo mi abbia permesso di portare il lavoro ad un livello di qualità successivo. Mi sono divertita a giocare molto con il campionamento dei luoghi dove ho fatto le residenze di scrittura che hanno fatto da scheletro poi a tutta la parte suonata che abbiamo registrato in studio. Credo che il sound l’abbiano dato le atmosfere delle piante ed i campionamenti dei suoni, anche la sporcizia di alcune tracce registrate in natura che abbiamo tenuto così, senza rifarle in studio.
Quali ascolti recenti o riferimenti artistici hanno inciso maggiormente sulla costruzione dell’album?
Devo dire che abbiamo lavorato senza reference. Tutto frutto di come sentivo che dovessero suonare, senza pensare davvero a nulla se non a dare il senso di quello che volevo dire. Taketo mi ha appoggiato tantissimo in questa modalità, credo che lavorare alle pre-prod prima di entrare in studio quindi avere già una direzione sia stata la chiave per fare qualcosa di autentico.
C’è un brano che consideri particolarmente rappresentativo del disco?
È un disco molto variegato musicalmente quindi non può essercene uno che rappresenta tutti però forse per il senso e per quello che vorrei approfondire in futuro musicalmente ti dire ALTERNATIVA, l’ultima traccia del disco che in qualche modo dopo tutto il viaggio di scoperta di sé ti dice di non credere che ci sia un solo modo di fare le cose, ma di crearti la tua strada.
Quale canzone è stata la più complessa da scrivere o da registrare?
Quella che non abbiamo messo nel disco. Ne era prevista una che abbiamo escluso perché la stavamo forzando troppo. Tutte le altre sono venute fuori da sole. Forse quella che abbiamo pasticciato di più in studio per la struttura è Vorrei che fosse voglio per semplificarla, era lunghissima.
Se dovessi far ascoltare un solo pezzo a chi non ti conosce, quale sceglieresti?
Quello che apre il disco “vorrei che fosse voglio”, solo perché il mio ascendente scorpione non svelerebbe subito la sua parte estremamente emotiva con una “Bambola” o “Madre Padre”.
A che tipo di ascoltatore pensi quando scrivi? Immagini un ascolto intimo o condiviso?
Non ho pensato minimamente alla cosa, solo ad essere più sincera possibile.
Che reazione speri susciti Diatomee in chi lo ascolta per la prima volta?
Che inneschi un dubbio, che possa sfociare in un pianto liberatorio o in un sorrisetto compiaciuto di chi ci si riconosce.
Ti senti più vicina alla figura della cantautrice o a quella della narratrice?
Cantautrice, rivendicando la categoria.
Che cosa ti ha lasciato questo album dal punto di vista artistico e personale?
È la foto dell’anno più rivoluzionario di sempre me, a livello personale e lavorativo. Amo pensare a quanto mi farà tenerezza riascoltarlo un giorno e a quanto potrò essere fiera di me, qualunque cosa accada, ne sono davvero contenta.
Diatomee rappresenta per te un punto di arrivo o una fase di passaggio?
Una pietra importante che rappresenta benissimo chi sono adesso da ogni punto di vista. Ma non credo che esista un punto di arrivo perché mi auguro io possa essere sempre in evoluzione e quindi fotografare quel mio momento sinceramente come ho fatto con questo disco.
Stai già lavorando a nuovi brani o a un nuovo progetto discografico?
Ho in programma un’altra residenza dopo l’estate per mettermi a lavorare su cose nuove, nel frattempo spero di portare diatomee in giro il più possibile.
MAURIZIO DONINI
Band:
Rossana De Pace
Crediti immagini copertina e locandina: Isabel Rodríguez Ramos – Scultura di Therapeutic Sculpture
www.isabelrodriguezramos.com
https://www.facebook.com/paceEmusica
www.youtube.com/@rossanedepaceVEVO
https://www.instagram.com/pacedeross
https://rossanadepace.bandcamp.com/album/fermati-mondo-2
CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.





