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ROCK e CINEMA – Intervista a Franco Dassisti e Daniele Follero

ROCK e CINEMA – Intervista a Franco Dassisti e Daniele Follero

ROCK & CINEMA 70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic di Franco Dassisti e Daniele Follero edito da Hoepli.

Qual è stata la molla iniziale che vi ha spinto a intraprendere questo progetto di ricerca e scrittura così vasto, che copre ben settant’anni di storia?
DANIELE: Settant’anni di film rock hanno attraversato diverse generazioni, segnando l’immaginario di giovani e meno giovani e generando una storia lunga, che chiedeva e meritava di essere raccontata. La scarsa bibliografia, spesso poco attenta all’aspetto musicale e, tranne rari casi, votata all’elencazione enciclopedica o alla logica del “Greatest hits”, ha rafforzato la nostra convinzione a portare avanti il progetto.
FRANCO: E poi va detto che i pochi testi già presenti sul mercato erano abbastanza datati, e avevano un taglio molto accademico, quasi sociologico. Noi abbiamo cercato un linguaggio più divulgativo, rafforzato da un’iconografia ampia e accattivante, pur nel rigore della ricerca, che ha portato via due anni di lavoro, e di (re)visione di film.

Il volume si concentra su colonne sonore, film-concerto, documentari e biopic. Qual è la categoria cinematografica che, secondo voi, ha meglio saputo catturare l’anima e lo spirito ribelle del rock?
DANIELE: Difficile dirlo. È una questione di qualità, come cantava Ferretti nei CCCP. Un regista come Scorsese è riuscito a cogliere l’essenza del rock in buona parte del suo cinema, a prescindere dalle categorie di riferimento.
FRANCO: Concordo, paradossalmente ci sono grandi film rock anche senza il rock. Proprio a questo dedichiamo un capitolo, “Il rock prima del rock”. Del resto, non erano icone rock il Marlon Brando de “Il Selvaggio”, o il James Dean di “Gioventù bruciata”? Eppure, la definizione Rock’n’roll non era stata nemmeno inventata. Ed è molto rock anche il cinquantenne Michelangelo Antonioni che va nella Swinging London a girare “Blow Up”.

Come avete gestito la suddivisione del lavoro tra di voi, considerando la vasta quantità di materiale? Avete seguito un criterio cronologico, tematico o basato sulla vostra specifica competenza (più cinematografica per Dassisti, più musicale per Follero)?
DANIELE E FRANCO: I nostri approcci sono stati complementari e questo ci ha permesso, pur trattando la stessa materia, di conservare il nostro punto di vista senza che ciò intaccasse minimamente la narrazione. I nostri racconti si intrecciano senza necessariamente fondersi. Come dire: rappresentiamo due facce della stessa medaglia, Yin e Yang della storia del cinema rock. E questa complementarità credo sia il valore aggiunto del libro. Per quanto riguarda il criterio siamo partiti dall’idea di raccontare la storia del rock attraverso i film che meglio l’hanno rappresentata, partendo dal punto di vista della musica. La nostra narrazione segue un percorso cronologico, ma ricco di ramificazioni e che spesso si muove per aree tematiche. Non ci interessava elencare film in successione, ma creare connessioni, porci interrogativi e rispondere provando a costruire un racconto storico coerente e interessante.

Il sottotitolo parla di “70 anni” (quindi dal rock’n’roll degli anni ’50 ad oggi). Quale decennio, a vostro parere, ha rappresentato il momento di massima sintonia o di maggiore influenza reciproca tra rock e cinema?
DANIELE: Le innovazioni del cinema rock sono andate di pari passo con quelle della musica a cui fa riferimento. Il decennio tra il ’65 e il ’75 ha rappresentato per il rock il picco di sperimentazione e ambizione artistica ed è stato pressappoco così anche per il cinema che lo ha tradotto in immagini. Dai film dei Beatles a quelli di Frank Zappa, passando per il documentario di Wadleigh su Woodstock, il cinema rock ha creato un suo proprio linguaggio ed è probabilmente questo il periodo più denso di novità e innovazioni.
FRANCO: Il momento di massima sintonia è sicuramente quello che va dalla metà degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta, dove cinema e rock fondono le proprie anime. Film come “Yellow Submarine”, “Zabriskie Point” o “Tommy” sono lì a testimoniarlo.

Nel libro si parla del passaggio dalla fruizione collettiva a quella privata (videoclip e home video). In che modo l’esplosione del videoclip grazie a MTV ha messo in discussione, o forse addirittura ridefinito, il ruolo centrale del cinema nella promozione e narrazione della popular music?
DANIELE: Il videoclip ha reso più veloce, diretta ed economica la promozione musicale in ambito popular, imponendo al cinema rock una nuova prospettiva. I registi si sono gettati a capofitto nel nuovo (e decisamente più redditizio) business e sono stati inevitabilmente influenzati dalle tecniche del nuovo formato. Nei lavori di Julien Temple o David Mallet questa contaminazione è molto evidente.
FRANCO: “Video Killed the Radio star”, cantavano i Buggles. In realtà, parafrasando, il video non ha sicuramente ucciso le Rock Star. Anzi ne ha moltiplicato la popolarità, consentendo a un pubblico sempre più ampio di conoscere i propri beniamini (anche) rock, e di preparare così la base per l’affermazione dei moderni biopic. 

Molte rockstar sono state (o hanno provato a essere) attori. Ritenete che la presenza fisica dell’artista rock sul grande schermo (non solo nei film-concerto) abbia aggiunto un livello di significato differente rispetto alla sola musica come colonna sonora? Quali sono gli esempi più riusciti e quelli meno in tal senso?
DANIELE: Il cinema ha sempre sfruttato la popolarità delle rockstar ma ne è anche stato un grande amplificatore, fino agli anni ’80 il più efficace. La presenza dell’artista, dai primi film di Elvis a “Purple Rain” è fondamentale per gli sviluppi del film rock.
FRANCO: La storia del cinema rock si divide in due grandi periodi per quanto riguarda la presenza fisica della rockstar. Un primo periodo, dalle origini agli anni Settanta, vede le rockstar come protagoniste, e di fatto è un mero veicolo per l’affermazione della popolarità delle rockstar stesse, vedi i casi di Elvis, ma anche di Cliff Richard, o dei nostrani Adriano Celentano e “urlatori” vari nei musicarelli all’italiana. Più avanti invece, alcune rockstar hanno interpretato ruoli “altri” da sé, come ad esempio Mick Jagger, protagonista di un’ottima prova drammatica in “Performance” di Nicolas Roeg, o il Bob Dylan di “Pat Garrett & Billythe Kid”. Non tutti avevano talento, ma qualche caso riuscito c’è. Anche se il miglior attore-rocker resta David Bowie.

Qual è, a vostro avviso, la colonna sonora rock (non necessariamente un concept album o un’opera rock) che ha avuto un impatto più duraturo sulla cultura popolare o sulla storia del cinema, andando oltre il successo del film stesso?
DANIELE: La stretta relazione tra il film Easy Rider e Born to Be Wild degli Steppenwolf ha avuto un impatto enorme sulla cultura dei biker e credo resti uno degli esempi migliori e più riusciti di complementarità tra rock e cinema in un film di argomento non musicale.
FRANCO: Io dico “The Wall” dei Pink Floyd, dal film di Alan Parker. Per la generazione nata negli anni Sessanta è stato scioccante vedere rappresentato sul grande schermo, con le straordinarie animazioni di Gerald Scarfe, quel manifesto sull’alienazione che fin lì avevano era stato “solo” grande musica.

Avete notato che, dagli anni Novanta in poi, i film rock si sono spesso dedicati al passato e alla memoria. L’enorme produzione di biopic (come Bohemian Rhapsody o Elvis) è sintomatica di una moda o risponde a una necessità di rielaborazione e mitizzazione di una storia che, secondo alcuni, sembrerebbe già conclusa?
DANIELE: Attingere al Pantheon di divinità ormai consolidate del mondo del rock è un’operazione nostalgica ma comprensibile. Il rock ha compiuto settant’anni, ha ormai un lungo passato e sufficienti miti da celebrare. Ma il biopic non è necessariamente un’operazione nostalgica o soltanto commerciale. Film come “Elvis” di Luhrmann hanno ben poco a che vedere con gli stereotipi del genere.
FRANCO: Ma anche il Bob Dylan di “Io non sono qui” viaggia in tutt’altra dimensione del biopic classico. E il Dylan-Chalamet di “A Complete Unknown” o lo Springsteen-Allen White di “Liberami dal nulla” interpretano le rispettive icone in un modo tutt’altro che scontato, che non segue la strada del biopic classico. Penso che i personaggi da raccontare siano ancora tanti. A partire da Janis Joplin. E penso che dietro questo boom di biopic ci sia la consapevolezza che quelle storie, quell’epoca, siano irripetibili.

Molti documentari (come Woodstock o The Last Waltz) sono stati esperienze collettive fondamentali. Oggi, nell’era dello streaming e dei social, cosa resta di quell’esperienza? Ritenete che i moderni documentari rock riescano ancora a suscitare la stessa “sensazione” di partecipazione e di evento storico?
DANIELE: All’epoca dello streaming, in cui la diffusione delle immagini dei concerti è diventata capillare, film-concerto e documentari hanno perso il carattere esclusivo che li contraddistingueva quando rappresentavano l’unico punto di vista su un evento, mentre la storia rock inserita in una trama continua ad avere presa sul pubblico e a portare incassi al botteghino.
FRANCO: I documentari rock oggi seguono la stessa logica “nostalgica” dei biopic. Portare un’esperienza irripetibile al pubblico. Ma lo fanno con una qualità diversa, devono inventarsi un “taglio”, com’è capitato ai recenti film sul concerto degli U2 a Sarajevo, “Kiss the Future” o sulla parabola di Bono, “Stories of Surrender”. Due esempi di documentario moderno e innovativo. In sintesi, di ottimo cinema.

Senza fare spoiler sulle vostre scelte, c’è un momento rock-cinematografico degli ultimi anni (magari post-2010) che, per impatto o originalità, rappresenta una nuova direzione nel rapporto tra i due media?
DANIELE: Credo che “Io non sono qui” (“I’m Not Here”) di Todd Haynes (siamo nel 2007) sia uno degli esempi migliori di come il cinema rock continui a mantenere viva la fiamma della creatività attraverso la sperimentazione. È un film su Bob Dylan, ma non ha nulla a che vedere con un biopic.
FRANCO: Per impatto sicuramente “Bohemian Rhapsody”, per originalità direi “Springsteen, liberami dal nulla”, perché individua un momento preciso e relativamente breve del percorso del rocker, ed entra più nella sua anima che nella sua produzione musicale.

Avete menzionato che la storia è fatta di selezioni e che avete aggirato il problema delle esclusioni con delle appendici. C’è un titolo specifico che vi è dispiaciuto lasciare fuori dalla narrazione principale e perché?
DANIELE e FRANCO: Nessuno in particolare, ma in una prospettiva storica così ampia è naturale dover fare molte selezioni, scelte anche dolorose. Questa è la nostra storia del cinema rock, che abbiamo costruito seguendo criteri di pertinenza storica, rilevanza storico-culturale e innovazione. Partendo sempre dal punto di vista della musica.

Considerando i vostri diversi background, qual è stato il compromesso più difficile da raggiungere o l’artista/film su cui avevate visioni iniziali più distanti?
DANIELE: Come dicevo in precedenza, il fatto che i nostri approcci fossero complementari ci ha reso più semplice affrontare una materia così vasta da punti di vista diversi, permettendo di arricchirci a vicenda. Non ricordo particolari diversità di vedute.
FRANCO: No, non ci sono state particolari divergenze, della serie “Ma come fai a pensarla così su quel film…”. Anche perché la divisione del lavoro ha permesso a ciascuno di noi di raccontare film e personaggi che ci erano più congeniali.

Alla luce del vostro lavoro, quale pensate sia il futuro del film rock? I biopic continueranno a dominare, o c’è spazio per nuove forme narrative che usino il rock come elemento centrale?
DANIELE: Molto dipenderà dall’interesse che il rock continuerà o meno a suscitare nell’immaginario collettivo. Il videoclip, nonostante il recente tramonto definitivo di MTV possa far pensare il contrario, continua ad essere un punto di riferimento imprescindibile per la promozione musicale in ambito popular. Il film non ha più questa funzione da molto tempo e offre sufficiente spazio alla narrazione. Di cose da raccontare, in settant’anni di rock, ce ne sono ancora tante.
FRANCO: Penso che il Rock sia ancora ben vivo, anche se ormai si rivolge a una platea che non è più quella dei ventenni che volevano cambiare il mondo, come negli anni Settanta. Quindi film, soprattutto biopic e documentari, ne arriveranno ancora tanti. Magari non apriranno più le crepe nella struttura sociale che hanno saputo aprire cinquant’anni fa. Ma le racconteranno bene, ne sono convinto. 

MAURIZIO DONINI

Franco Dassisti è giornalista professionista, critico cinematografico e biografo musicale. Dal 1999 conduce il settimanale di cinema di Radio24 La rosa purpurea. Più volte inviato ai principali festival cinematografici, è direttore artistico di Garda Cinema Film Festival e curatore della programmazione del cinema Martinitt di Milano. Per Hoepli ha pubblicato con M. Iossa Swinging 60s – musica, cinema, moda, arte e cultura della Londra degli anni Sessanta (2024).

Daniele Follero, giornalista musicale e storico del rock, collabora con la rivista Rockerilla dal 2009, anno di uscita del saggio Concept Album (Odoya) seguito da Le maschere del rock (Odoya, 2011) prima biografia in italiano sui Kiss. Per Hoepli ha pubblicato con D. Zoppo Opera rock – La storia del concept album (2018) e con L. Masperone La storia di Hard Rock & Heavy Metal (2021). In occasione del cinquantennale degli AC/DC ha tradotto la biografia di Paul Elliott (AC/DC – Per sempre sulle autostrade del rock, Hoepli, 2023). Puteolano migrante, vive, scrive, suona e insegna sotto le due Torri.