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ROBERTO MOLINELLI – Intervista su Concerto di Capodanno Colossal

ROBERTO MOLINELLI – Intervista su Concerto di Capodanno Colossal

Da Indiana Jones ai Pirati dei Caraibi, da Harry Potter fino al West di Sergio Leone, passando per le galassie di Star Wars, ascolteremo le melodie indimenticabili di John Williams, le atmosfere potenti di Hans Zimmer, la poesia sonora di Ennio Morricone e i lavori di altri compositori che hanno trasformato l’esperienza cinematografica in emozione pura: una serata in cui la musica riaccende immagini, memorie e mondi oltre lo schermo.

Piacere di ritrovarci nuovamente Roberto, dopo i grandi successi con la miscela orchestra e rock che abbiamo ammirato, dai Queen ai Pink Floyd, hai girato parecchio il mondo portando arte ovunque. Ora questa nuova sfida, il titolo “Colossal” evoca immediatamente grandezza e spettacolarità. Qual è stata la sfida principale nel condensare in un unico programma decenni di capolavori che hanno ridefinito l’immaginario collettivo?
La sfida più grande è stata trovare un equilibrio tra potenza evocativa e coerenza narrativa. “Colossal” non è una semplice successione di brani celebri: è un viaggio. Ogni pagina musicale ha un peso emotivo enorme e un’identità fortissima. Il lavoro è stato quello di creare un arco drammaturgico che permettesse al pubblico di attraversare epoche, stili e mondi diversi senza mai perdere il filo, passando naturalmente dalla 20th Century Fanfare di Alfred Newman fino alle galassie di Star Wars o ai mari di Pirates of the Caribbean.

Nel programma troviamo colonne sonore che hanno segnato l’immaginario collettivo. Quanto è potente il legame tra musica e memoria cinematografica, e come cambia l’ascolto quando queste musiche vengono eseguite dal vivo?
È un legame potentissimo, quasi viscerale. La musica da film agisce come una chiave della memoria: basta una battuta e l’immagine riaffiora. Dal vivo, però, accade qualcosa di diverso. L’ascolto diventa fisico, tridimensionale. L’orchestra respira, il suono ti avvolge e l’emozione si amplifica. È come rivedere il film, ma dall’interno.

Passare dalle atmosfere barocche e avventurose di Hans Zimmer alla precisione sinfonica di John Williams richiede una grande versatilità. Come hai lavorato con la Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna per trovare il “colore” giusto per ogni mondo cinematografico?
Con enorme rispetto reciproco. La Filarmonica di Bologna ha una tradizione sinfonica straordinaria, e proprio per questo è capace di trasformarsi. Con Williams abbiamo lavorato su chiarezza, fraseggio, trasparenza tardo-romantica. Con Zimmer, invece, su energia, ritmo, impatto percussivo. Sono linguaggi diversi, ma entrambi richiedono rigore assoluto. 

In questo viaggio tra le galassie di Star Wars e i deserti di Sergio Leone, c’è un filo conduttore invisibile che lega questi compositori così diversi tra loro?
Sì, ed è il mito. Che si tratti di una galassia lontana o di un deserto polveroso, questi compositori raccontano archetipi: l’eroe, il destino, il conflitto. Morricone e Williams parlano linguaggi diversi, ma toccano le stesse corde profonde.

John Williams è spesso descritto come l’erede della tradizione tardo-romantica. Qual è, secondo te, il segreto della sua capacità di creare temi che diventano istantaneamente parte del nostro DNA culturale?
La melodia. Williams non ha paura di scrivere temi veri, cantabili, memorabili. Li costruisce con una sapienza armonica incredibile e li associa a personaggi e idee fortissime. È per questo che entrano nel nostro DNA culturale.

Hans Zimmer ha portato l’elettronica e la potenza percussiva in orchestra. Come si traduce questa modernità “potente” in un contesto filarmonico tradizionale?
Si traduce in un uso massiccio del ritmo, delle percussioni, delle masse sonore. In un contesto filarmonico significa lavorare sulla precisione, sulla pulsazione interna dell’orchestra. È una potenza controllata, mai caotica. 

Parlando di Ennio Morricone, entriamo nel regno della poesia sonora. Come si affronta la direzione di brani così legati all’identità italiana, ma diventati universali?
Con umiltà. Morricone è essenziale, ogni nota è necessaria. Dirigere Il Buono, il Brutto e il Cattivo significa rispettare silenzi, timbri, intenzioni. È musica italiana, sì, ma parla al mondo intero. 

Il cinema è un’arte visiva, ma in questo concerto la musica “riaccende immagini oltre lo schermo”. Pensi che la musica da film possa vivere di vita propria, distaccandosi totalmente dalla pellicola?
Assolutamente sì. Lo dimostra il fatto che queste musiche riempiono le sale da concerto. Quando la musica è scritta così bene, non ha più bisogno dell’immagine: l’immagine la crea. 

Spesso il pubblico ai tuoi concerti chiude gli occhi per “vedere” il film attraverso le orecchie. C’è un momento specifico del programma in cui mentre dirigi, senti un’emozione particolarmente cinematografica?
Il finale di Star Wars  è sempre un momento speciale. Lì senti l’orchestra diventare racconto epico puro. È impossibile restare indifferenti. 

Dirigere la Filarmonica di Bologna, un’istituzione con una storia così profonda, su un repertorio “popolare” ma tecnicamente complesso: che tipo di risposta hai ricevuto dai musicisti durante le prove?
Entusiasmo e grande professionalità. Questo repertorio è tecnicamente impegnativo e loro lo affrontano con la stessa serietà di Mahler o Strauss. È  un dialogo bellissimo. 

Se dovessi scegliere una singola partitura tra quelle in programma da portare su un’isola deserta (o su un altro pianeta, restando in tema Star Wars), quale sceglieresti e perché?
Porterei con me Nicola Piovani, magari proprio La vita è bella. Perché è una musica che parla un linguaggio universale, fatto di semplicità, delicatezza e verità emotiva. Anche su un altro pianeta, lontano da tutto, quella melodia saprebbe ricordarci chi siamo, la fragilità e la forza dell’essere umano. Piovani ha il dono raro di dire moltissimo con pochissime note: è una musica che consola, che accompagna, che non impone ma resta. E questo, ovunque ci si trovi nell’universo, è qualcosa di prezioso. 

C’è un compositore “meno noto” o un brano in questo programma che secondo te meriterebbe più spazio nelle sale da concerto classiche?
Direi Nino Rota, proprio perché è stato molto più di un compositore per il cinema. Oltre alle celebri colonne sonore, ha scritto opere, musica sinfonica e cameristica di altissimo livello, spesso ancora poco eseguiti. In Rota convivono una solidissima formazione classica e una fantasia melodica rarissima oggi. Le sue partiture “da concerto” meriterebbero di essere programmate accanto ai grandi del Novecento, perché raccontano un’idea di musica colta accessibile, ironica, profondamente umana. Riscoprirle significherebbe restituire a Rota il posto che gli spetta: quello di compositore completo, non di semplice autore di cinema. 

Se dovesse riassumere “Colossal” in un’immagine o in una parola, quale sceglierebbe e perché?
Direi “mito”. Perché racconta storie che vanno oltre il tempo. 

Per quali ragioni hai scelto di fare l’evento il giorno 1, iniziare l’anno con questo evento, portare le persone a teatro quando ancora stanno smaltendo la notte di festeggiamenti, è molto particolare e coraggiosa.
Proprio per questo. Iniziare l’anno con la musica, con il sogno, con il cinema. È un augurio collettivo, un modo per dire: ripartiamo dall’emozione e dalla bellezza. 

Prossime sfide e progetti?
Continuare a costruire ponti: tra generi, tra pubblici, tra tradizione e contemporaneità. È la sfida più bella che ci sia.

MAURIZIO DONINI

Roberto Molinelli: Direzione e arrangiamenti
Orchestra fIlarmonica del Teatro Comunale di Bologna
Giovedì 1 Gennaio 2026, ore 18:00
Teatro Auditorium Manzoni – Via De’ Monari, 1/2 (Bologna)

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