RICCARDO RUGGERI – Intervista al cantante, autore e performer piemontese

In occasione dell’uscita dell’album “Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto)”, pubblicato da Vina Records e distribuito da ADA Music Italy, ho avuto il piacere di intervistare Riccardo Ruggeri, cantante, autore, performer con all’attivo una decina di pubblicazioni distribuite nel mercato internazionale.

Ha partecipato ad importanti festival internazionali e concorsi come Premio Tenco, Heineken Jammin Festival, Premio Bindi, Premio Demetrio Stratos, Gouveia Art Rock, Veruno Prog, Prog-Restite.  

Ciao Riccardo, benvenuto su Tuttorock, il tuo disco “Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto)”, da me molto apprezzato, è uscito da circa una settimana, che riscontri stai avendo?

Ciao Marco, piacere di conoscerti e sapere che il disco ti sia piaciuto!! Penso stia muovendo i suoi primi passi. Ogni volta che si esce con un album è bello osservare come si diffonde e la reazione di chi ascolta. Una delle prime impressioni è che sia riuscito a portarsi dietro qualcosa legato alla mia intimità. Scrivendo i testi di questo lavoro mi sono accorto che finivo spesso col riversare in modo naturale pensieri e vicende personali, e il fatto che questa cosa che mi mette a nudo “arrivi” non può che farmi piacere. Lo deduco da alcuni messaggi arrivati da amici e persone che mi seguono da un po’ nelle mie varie uscite e anche nuovi ascoltatori. Pensavo che i CD non servissero più in questa fase e invece abbiamo avuto un po’ di richieste, quindi tra una settimana inizieremo a distribuirli attraverso i nostri canali ed in alcuni negozi amici.

Un titolo che nasce da quale o quali pensieri?

La prima parte del titolo è aperta a diverse interpretazioni. Di solito sono io a chiedere come la si intende… e ogni volta impari qualcosa. Nel mio concepirla mi sono riferito principalmente a due concetti. Il primo, che potrebbe sembrare nichilistico, è quello che malgrado tutto i nostri affanni, amori, sogni e speranze, dopo questa avventura terrena nessuno ci attende al di là, perché per me un aldilà non c’è. Quindi è uno spunto sul riflettere che il “qui e ora” è la più grande opportunità che abbiamo, per noi e con le persone a cui vogliamo bene… e poi quando non ci saremo più ahimè non potranno che restare terabyte di foto, troppe forse e difficili da snocciolare, un caos anche pericoloso per la nostra memoria.

12 brani nati da un testo, da una melodia o ognuno di essi ha una propria storia diversa dalle altre?

Come sono diversi gli stili dei brani, diverse sono anche le storie dietro la scrittura. Alcuni quali “Banditi”, “Giovinezza”, “Le Formiche”, “Dalì” sono nati musicalmente dalla collaborazione con alcuni musicisti amici con cui ho diviso molto in questi anni, Martino Pini e Andrea Beccaro. Una regola generale non c’è. Mentre in “Dalì” e “Banditi” appunto, prima è nata l’armonia sulla quale ho costruito dopo in parallelo melodie e testo, altri sono partiti da frammenti di frasi che mi giravano in testa. È il caso di “Giovinezza”, “Come dice Celentano”, “Io non son figlio di Maria”. Come capita a molti, musicisti e non, succede che mentre guidi, passi l’aspirapolvere o ti cimenti in altre azioni quotidiane, affiora in testa una frase con una sua linea melodica. Da lì parte un gioco di costruzione, e con il gusto di un bambino che crea con i Lego (da bambino ne andavo matto), pian piano, giorno dopo giorno va strutturandosi la canzone. Altra storia ancora per “Notte insonne in Korea”, nata da una vera notte in bianco in un albergo di Ansan. Cercando di prendere sonno mi sono messo a descrivere quel momento sperando in un crollo, invece la voglia di scrittura è poi diventata così forte che fino all’alba non ho smesso di incastrare parole e note.

Sono tantissime le contaminazioni musicali presenti in questo album, sono frutto del fatto che tu sei un ascoltatore seriale di ogni tipo di musica?

Ebbene sì, sono un ascoltatore seriale, onnivoro. Mi piace ascoltare qualsiasi genere, sempre che il brano mi comunichi sincerità e personalità. Il fascino di una composizione per me è indipendente dallo stile, il fatto che sia jazz, metal o classica è irrilevante. Così anche mentre scrivo e arrangio non mi pongo questioni di genere e provo gusto a incastrare elementi derivanti da sensibilità anche lontane tra loro. A qualcuno non piace, lo so; magari si avvicina al mio lavoro per un brano che rientra tra gli abituali ascolti e passando ad un’altra traccia viene disillusa la sua aspettativa di trovarsi altro materiale coerente. È anche decisamente anti-commerciale. Io invece ci godo. In questo disco ho accostato cose distanti sì, ma la caratteristica comune è la semplicità armonica. Pochi accordi e poche modulazioni. Almeno in quello c’è coerenza.

Hai suonato tu tutti gli strumenti o ti sei avvalso della collaborazione di qualche musicista?

In generale nella pre-produzione ho cercato di creare tutto da solo. Poi però per la realizzazione finale ho reclutato un plotone di ottimi musicisti conosciuto negli anni di live. Alcuni hanno dato un apporto compositivo personale e consistente, come Matteo Gallus per gli archi in PHARMAKON, Federico Marchesano al basso in COME DICE CELENTANO, Charles Ferris per brass in UN POPULISTA (per citarne alcuni).

Guardando i tuoi video emerge anche un grande talento per la teatralità, ti piacerebbe fare di questo album un musical?

Ci pensavo qualche mese fa alle prese con l’ideazione del mio elaborato di tesi per la mia laurea magistrale in Regia. Negli ultimi anni ho scritto molti concept album con i Syndone, forse quelli potrebbero essere più adatti per tipologia di scrittura musicale e testuale. Visto che fantastichiamo, forse mi piacerebbe di più lavorare ad un cortometraggio. Chissà… diciamo che in ogni caso la teatralità mi affascina molto, soprattutto il settore del teatro-canzone, una delle mie forme contemporanee preferite di spettacolo. Gaber docet, ma lui è inarrivabile!

Durante i tuoi laboratori di vocalità e linguaggi musicali nelle scuole, che tipo di atteggiamento vedi da parte degli studenti?

Domanda interessante. Ho a che fare sia con bambini della primaria sia con adulti. Più sono giovani, più se stimolati sono curiosi e predisposti all’apprendimento. Inoltre mi piace creare con gli studenti canzoni attraverso l’improvvisazione in classe e questo genera una forza creativa e confronto stupefacente. In ogni caso l’atteggiamento ricorrente di “mettersi in ascolto” di sé e del contesto è l’effetto più gratificante e costruttivo.

Ti sei esibito in tutto il mondo, c’è una città o un paese che ti ha lasciato dentro qualcosa in più rispetto agli altri?

Negli ultimi 6 anni ho avuto il grande privilegio di girare un po’ grazie alla musica e al teatro. Più che un paese, ad avermi lasciato dentro qualcosa di più è stato il contesto della strada. Spesso ho performato in street festival, e quella particolare condizione, grazie anche alla tipologia di lavoro di Stalker Teatro di Torino, mi ha donato il piacere di trovarmi a contatto con le persone, a prescindere dalla lingua e dalla cultura. Posso affermare che preferisco la strada al palco, il famoso abbattimento della quarta parete, il portare l’arte tra la gente e renderla partecipe di azioni collettive. Nasco però come cantante rock da birreria, e non dimentico la magia rituale di quel che accade sul palco con la band.

A proposito, come e dove presenterai dal vivo questo tuo nuovo album?

È ancora tutto in via di definizione. Ho di sicuro in progetto di portare durante l’estate il disco in busking con me, amplificatore e loop machine a pile, chitarra a tracolla e spazi liberi lungo le coste italiane. Poi alcune presentazioni ufficiali dal palco ci saranno. Il 24 luglio al Reload Sound Festival a Biella sarà la prima versione da big sound. Vorrei poi in autunno riuscire ad organizzare un tour nei club. Tra qualche settimana inizierò a diffondere le prime date sui miei canali social.

Grazie mille per il tuo tempo, ti lascio piena libertà di chiudere come vuoi l’intervista.

Questo mio primo disco da solista è un po’ un mio diario di viaggio, un insieme di fotografie semplici e sincere del mio vissuto e del mio filtrare la realtà. Spero tutto questo arrivi a chi vorrà ascoltare.

MARCO PRITONI