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POLLIO – Intervista sul ritorno con i nuovi brani

POLLIO – Intervista sul ritorno con i nuovi brani

Dopo gli esordi come frontman e autore della band io?drama, con cui si afferma nella scena alternative italiana, debutta da solista nel 2016 con “Humus” (Maciste Dischi / Ala Bianca), accolto con entusiasmo da pubblico e critica. Mentre prosegue una costante attività live, nel 2018 vince Musicultura e, l’anno successivo, è protagonista di De André 2.0, un tour nei club di tutta Italia che conferma il suo valore d’interprete. È stato autore per Sugar Music, voce del progetto Rezophonic e membro della Nazionale Italiana Artisti TV.

Ciao Fabrizio, ricordo con grande piacere quando ci siamo conosciuti al MEI tanti anni fa, la prima intervista che ti feci, proprio in Piazza del Popolo con i Rezophonic 😊Il passaggio da IoDrama a Pollio segna una trasformazione evidente: cosa rappresenta oggi questo nome e cosa ti sei lasciato alle spalle?
Che bei ricordi davvero. Quel passaggio era necessario, anche se non facile. Il progetto solista è nato in modo naturale ed è cresciuto insieme alla mia vita: scrivere canzoni e cantarle con una chitarra è quello che faccio da sempre, prima di ogni band. Tornare a essere semplicemente Pollio mi ha permesso di dare più spazio a una parte intima e sincera. L’esperienza con Io?Drama oggi mi dà forza: mi ricorda quanto sia importante osare e seguire quella scintilla quando la senti.

Ti senti in una fase di continuità o di rottura rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Ho scelto i brani che rompevano col mio passato ma nei quali continuavo a riconoscere almeno un po’ di me. Nei testi sento di aver sbloccato qualcosa che non ero riuscito a dire prima, ed è stata una parte molto emozionante del lavoro. Per quanto riguarda il sound non so come lo recepirà il pubblico, ma l’aver trovato questo equilibrio tra suoni analogici, atmosfera acustica e impatto contemporaneo, se non è una rottura, per me è sicuramente una svolta.

Sono usciti tre singoli, “È solo una fase”, “Equatore” e “Mi sei mancata tanto” sembrano tre stati emotivi diversi: che tipo di dialogo c’è tra questi brani?
Equatore è una sorta di risposta alla domanda “dove sei stato e cosa hai fatto mentre progettavi?”, un bilancio degli ultimi anni. È solo una fase è il mantra che ha tenuto in piedi tutto, la canzone che mi diceva di resistere. Mi sei mancata tanto nasce dal bisogno di raccontare un amore vero e imperfetto, un sentimento che sopravvive a ogni cambiamento, a ogni bomba.

Se dovessi descriverli come tre momenti temporali (prima, durante, dopo), quale sarebbe la loro collocazione?
Equatore è il momento prima, l’attesa che qualcosa cambi o vada a definirsi. È solo una fase è il durante, il momento in cui provi a reggere l’urto e ti fai forza. Mi sei mancata tanto arriva dopo, quando capisci cosa rimane davvero e finalmente puoi provare a parlarne.

Il titolo richiama una frase spesso usata per minimizzare: è una consolazione, una condanna o una presa di coscienza?
È tutte e tre le cose. A volte consola, a volte rimanda il problema, altre volte ti obbliga a prendere atto che le fasi esistono e vanno attraversate.

In che modo questo brano parla di fragilità senza cadere nell’autocommiserazione?
Limitandosi a raccontare uno stato d’animo e accettandolo per quello che è, cercando di estrarre qualcosa di buono anche dai momenti più difficili. C’è la voglia dichiarata di un contatto umano, di una speranza che sia vera e tangibile.

“Equatore” evoca equilibrio, confine, tensione tra opposti: che tipo di linea attraversa questa canzone?
È una linea instabile tra ciò che sei e ciò che vorresti essere, tra i grandi sogni e i frequenti risvegli. È il momento in cui fai qualcosa che non vuoi fare ma non vedi alternative. Ed è anche il momento in cui quelle alternative iniziano a comparire. E torna il sole.

È un brano più fisico o più mentale? Nasce da un luogo reale o simbolico?
Nasce in un luogo reale, probabilmente una stanza qualsiasi, ma tende sempre a cercare nuovi mondi. L’arrangiamento sembra voler rompere i muri e volare libero, verso deserti e foreste amazzoniche. L’idea è proprio quella di evocare spazi e orizzonti, anche metaforici.

È una frase semplice ma potentissima: a chi o a cosa è rivolta davvero?
Parla di un amore forte, consolidato ma in crisi. Scava in quella distanza che a volte si crea proprio tra due persone che condividono tutto ma non riescono più a comprendersi nel profondo. È una frase semplice ma vera: parla di un ritorno, ma anche di un’ammissione di sofferenza.

Quanto è stato difficile scrivere un brano così diretto senza filtri o maschere?
Scriverlo è stato spontaneo, non avrei potuto evitare di buttare fuori queste emozioni. È stato invece molto più difficile accettare di averlo scritto e decidere di pubblicarlo.

Hai definito questi singoli come un tassello del mosaico di “DOPO LA BOMBA”: che tipo di “bomba” ha preceduto questo disco?
Non una sola esplosione, ma tanti piccoli stravolgimenti personali e collettivi, positivi o negativi, che cambiano il modo in cui guardi le cose: dal dolore di un lutto alla gioia immensa di diventare padre. Anche il contesto globale è esplosivo: in particolare dopo la pandemia sono cadute molte maschere e stiamo assistendo a un cambio d’epoca, con il passaggio definitivo all’era digitale.

Il “dopo” del titolo è un momento di ricostruzione, di silenzio o di disorientamento?
È soprattutto ricostruzione. Quel “dopo” vuole sottolineare che non è mai tutto finito, che siamo ancora qua e che passeremo anche questa. Sembra assurdo, ma mi sembrava un titolo pieno di speranza.

Musicalmente sembri muoverti tra intimità e urgenza: come hai lavorato sugli arrangiamenti?
È stato un lavoro lungo e complesso. Volevamo un suono organico, analogico, dinamico, riconoscibile. Non ci siamo dati limiti all’ispirazione: ci siamo lasciati contaminare e abbiamo preso le decisioni definitive basandoci su pelle d’oca, fastidio, commozione e altri parametri poco misurabili.

La scrittura è cambiata insieme alla tua identità artistica?
Assolutamente sì. A volte cambia prima la mia scrittura, poi la mia identità. Evolvere il mio stile è uno dei motivi per cui faccio musica: se non sento di offrire qualcosa di nuovo a livello di scrittura, spesso non mi viene nemmeno voglia di pubblicare.

Se “DOPO LA BOMBA” fosse una sensazione fisica, quale sarebbe?
Le braccia indolenzite per aver spostato le macerie, ma con un sacco di energia ancora a disposizione.

Cosa vorresti restasse all’ascoltatore dopo aver attraversato questi tre singoli?
Una frase o un motivo musicale che possa farlo sentire meglio quando ne sente il bisogno.

Cosa troveremo nel disco in uscita? Ci sarà un filo conduttore?
Un reportage appassionato, a volte brutale, di quello che ho pensato e non ho detto in questi anni di cambiamenti. Il filo conduttore è proprio nel titolo: cosa resta, cosa cambia o cosa svanisce dopo la bomba. E credo ci sia anche una difficile ma necessaria ricerca di umanità.

Progetti futuri? Ti vedremo live?
Sì, il 30 gennaio suono all’Arci Bellezza di Milano, con una band fantastica. Non vedo l’ora. Poi spero di girare un po’ per tutto lo Stivale con il nuovo disco in tasca. Mi manca quella sensazione.

MAURIZIO DONINI

Band:
Fabrizio Pollio aka POLLIO

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https://www.instagram.com/fabrizio_pollio
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