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PAOLO BENVEGNù – Intervista all’artista

PAOLO BENVEGNù – Intervista all’artista

Paolo Benvegnù ’è uno dei migliori autori del nostro paese, un vero artista della parola suonata. Anche Mina, ha reinterpretato una sua canzone “io e Te”; i suoi brani sono stati cantati anche da Irene Grandi (E’ solo un sogno), Giusy Ferreri, Marina Rei (Il mare verticale). Paolo Benvegnù è stato il chitarrista-cantante fondatore degli Scisma, imprescindibile gruppo alternative-rock italiano ormai sciolto, con cui ha registrato, prodotto e composto tre dischi  su etichetta Parlophone-EMI. Dal 1996 al 2000 la band gardesana e’ stata vincitrice di Arezzo Wave, e unica band italiana prescelta per i Festival europei “Europa connection”, “Le primtemps de Bourges” (Francia), ha vinto il Premio Ciampi 1998,  e svolto centinaia di concerti in Italia e in Europa. Nell’Ottobre  2014 esce Earth Hotel per l’etichetta Woodworm Music, distribuito da Audioglobe.  

Come prima cosa una curiosità che ho letto abbiamo in comune, nasci come informatico.
Vero, mi sono poi io un poco stancato nel tempo, ma la logica che ti insegnano permane, anche se io il mio tentativo è cercare di scalzarla questa logica così ferrea. Ma come tutte le discipline che ti danno delle regole, acuiscono la tua fantasia, non per trasgredirle, ma applicarle per andare oltre. Secondo me i matematici ad esempio devono avere una immaginazione incredibile.

Penso che l’informatica ti porti molto verso ll pensiero laterale ponendoti a volte di fronte a problemi che devi affrontare in maniera inconsueta.
Appunto, serve a scardinare certe logiche, all’inizio rimasi turbato, poi pian piano mi sono di nuovo avvicinato, e comunque anche per fare questa meravigliosa passività, come definisco la musica, devi averci a che fare.

Perché la definisci passività?
Passività per noi dal punto di vista economico, però dal punto di vista della soddisfazione e del privilegio è enorme.

Sei considerato uno dei migliori autori della canzone italiana, diciamo nel gruppo con gli amici Federico Fiumani e Omar Pedrini per dire, fai testi bellissimi ed intensi e non per niente hai vinto un milione di premi.
Rispetto a Federico sono un apprendista, ma ogni volta che penso di avere fatto un passo in avanti, scopro in realtà cosa ho lasciato dietro. Mi sento un poco come un bambino alle elementari, continuo a pensarmi come uno studente, forse per questo, malgrado la mia non più tenera età, continuo a fare questo lavoro con stupore ed entusiasmo.

Tu, come anche i richiamati Federico ed altri, siete un poco confinati in quella riserva di autori di nicchia, di culto, fate musica colta e raffinati, ma avete questa nomea.
Ma io penso di avere raccolto anche, forse più rispetto a quello che è il mio impegno, fare questa cosa tangente e laterale, di cui parlavamo prima,  mi sembra comunque un privilegio enorme. Forse non essere prettamente generazionali ed essere diagonali come tipo di prospettiva fa sì che il tipo di musica che facciamo sia un poco relegata, ma di questa cosa non soffro. Soffro di più quando lavoro con autori giovani, come mi sta accadendo ultimamente, hanno una fantasia bellissima ed un immaginario così colorato e le persone non lo colgono. Paradossalmente soffro più per gli altri, per me oramai, non solo me ne sono fatto una ragione, ma credo sia anche giusto, io scrivo in maniera molto pesante. Noi veniamo da un mondo dove l’intensità ed un certo tipo di ricerca, sugli abissi ad esempio,  era visto come un fattore di nobiltà per certi versi. Prendi Buzzati, grandissimo autore ed anche giornalista, era una ricerca che in quegli anni, che erano un poco più densi come intensità di pensiero erano una cosa giusta. Oggi questa densità di pensiero magari è troppo faticosa per la gente, si sa che il pensiero in questi ultimi 20-25 anni si è assottigliato, diventando un poco più superficiale e lo sguardo si è fatto più vicino, non è più lontano, non è più verso lo spazio, ma verso il concreto. Ma ci sono persone meravigliose che scrivono sul concreto riuscendo ad espanderlo verso l’universo, facendo un paragone un poco datato, prendi Rimmel di De Gregori, parla del quotidiano, ma in maniera fantastica.

Non pensi che al giorno d’oggi, avendo tutta questa disponibilità di musica, ci sia una sensazione di immediatezza? Nel senso o ti piace subito o la accantoni, una volta se investivi in un supporto,era un investimento importante, prima di buttare un LP o CD perché non ti piaceva al primo ascolto, ci avevi speso parecchio e provavi a riascoltarlo, e magari scoprivi che il primo approccio era sbagliato.
L’estrema fruizione penso comporti anche una estrema noia, forse noi uomini siamo così, dobbiamo vedere poche cose, amo dire che procediamo per avamposti, sembra che facciamo 50 km. al giorno, ma di 49 non sappiamo niente. Ma di questo poi mi curo relativamente poco, credo sia il segno dei tempi.

Il tuo genere si inquadra nel filone dell’alternative rock, genere che in Italia riscuote magari poco seguito, ma all’estero riscuote invece un grande successo, la mia amica Sabina Sciubba con le sue Brazilian Girls arrivò al secondo posto nei Grammy USA dietro i Daft Punk per dire.
Dando una risposta un poco caustica,  questo è un paese necrofilo, con poco ricambio generazionale, con tutto il rispetto vedi che sono in tournèe Morandi e Baglioni, quello che voglio dire è che ho notato in questi anni una mancanza di intuizioni, la voglia di cambiare prospettiva. C’è qualcuno che ci prova anche ad osare in verità, ma al momento che devi andare a concretizzare la tua intuizione, gli unici canali mediatici di un certo livello sono Sanremo e quelle cose lì, quindi devi conformarti. Lo dico con semplicità e la massima sincerità, non credo che noi ne saremo in grado, ma neanche mi può interessare, mi sembra una grande festa dell’uva, è bellissima la festa dell’uva se rimane in un ambiente di paese, invece si vuole far passare il varietà di tutto un pò in un festival culturale, te lo dico in tutta franchezza, mi sembra una idiozia.

Hai avuto una esperienza drammatica, con un malore gravissimo in occasione di un concerto, questo ha cambiato la tua visione della vita ed il tuo modo di scrivere musica?
In realtà è strano, sono quelle esperienze che da un lato ti forgiano, paradossalmente io tendo ad una visione molto più  intimista della musica, e perciò mi ha cambiato l’esperienza, ma non la percezione. Poi è ovvio che ogni esperienza grande ti forgia, ti dà anche un sapore diverso ed una attenzione mutata verso quello che fai.

Earth Hotel si può definire un concept album?
In realtà è difficile che io non pensi alle cose inserendole nel mondo, è importante per me che la storia venga raccontata nella maniera giusta, la cosa bella è che ho dei compagni fantastici sul palco, in realtà sia Hermann che Earth Hotel sono concept album, così come il precedente Le Labbra, ma avevo già iniziato ai tempi degli Scisma, per dire Armstrong, l’ultmo disco che è uscito, già da allora il mio obiettivo era pensare ad unl disco come si pensa ad un libro, ad un film, che abbia una sua completezza narrativa.  

Hermann era già un disco bellissimo, Earth Hotel secondo me ancora superiore, mi ha colpito in particolare questa visione che vi hai legato di stanze in cui hai posto un uomo al centro, la tua visione è in terza persona o sei tu al centro del quadro?
In realtà, purtroppo, vede sempre le cose in maniera soggettiva, in quel caso ho immaginato varie situazioni, in realtà purtroppo sono tutti pensieri che ho avuto nel piccolissimo sublime che cerco e nella mostruosità immane che perpetuo durante la vita. Earth Hotel è molto personale, mentre Hermann era, come l’ho vista io, come l’abbiamo vissuta noi, l’antologia della storia dell’uomo da 300.000 anni fa a fra 20 anni in futuro.

In Earth Hotel il mio brano preferito è Feed the destruction, dove hai mescolato italiano ed inglese.
Piace molto anche a me, mi piace l’idea di pensare da colonizzato ed agire da colonizzante, per questo unisco spesso frasi in inglese al di là della onomatopeica che ha la lingua inglese, Feed the destruction è Feed the destruction, non si potrebbe dire in italiano. Come dicevo mi piace mescolare colonizzato e colonizzante, noi siamo colonizzati da 90 anni. E’ come se fossimo dei siriani nel 50 d.c. e parlassimo latino molte volte, mi piace come gli uomini vengono influenzati dalle culture dominanti pur mantenendo la propria autonomia di pensiero, perciò mescolare diversi tipi di complessità cantando in due lingue diverse.

Senza scendere nella politica, però hai cantato al 1 Maggio ed alla Woodstock 5 Stelle, il tuo impegno sociale come lo vedi?
Fino a qualche anno fa ero più coinvolto mentalmente in questo, ora sinceramente penso che la politica sia semplicemente un ritagliarsi uno spazio locale, non la fanno più gli stati da diverso tempo, ma le multinazionali. Non è il tipo di mondo che mi piace, ma ne prendo atto, soprattutto non mi piace perché manca di generosità, e si sta manifestando proprio in questi giorni con la moltitudine che sta arrivando. Una emergenza cui potevamo dare risposta prima senza giungere a questo punto. Abbiamo bisogno di uno sguardo ed un pensiero più lungo rispetto a quello a corto e medio raggio che usiamo adesso, sono i poeti e le madri che devono fare la politica, non vedo altra soluzione, gli uomini di potere hanno terminato di fare politica perché ci sono uomini più potenti di loro che vanno ad influenzare le politiche degli stati. Sono oramai 20 anni che è così, solo che io non me ne ero accorto.

Hai vinto un premio PIVI con il video di “Una nuova innocenza”, la visualità riveste molta importanza per te?
In realtà io sono terrorizzato sia dai video che dalle fotografie, in questo caso però Mauro Talamonti che faceva il fotografo di scena a Bangkok, gli abbiamo detto “fai un video su questo brano se ti piace”, e lui ha ideato questo video di un rapporto tra un uomo ed una donna che possono essere amanti, figlio, padre, parenti, sconosciuti, ecco, quindi è tutto merito suo, lo dico in tutta franchezza. Per noi è già stato, e per me anche, un onore riuscire a musicare ciò che lui ha descritto in maniera così sublime, al di là del brano musicale, “Una nuova innocenza”, che c’è su quel clip, è il cortometraggio che ha fatto, che è fenomenale. Siamo stati felici a nostra insaputa, perché abbiamo demandato tutto a lui, perché sapevamo che Mauro Talamonti ha una sensibilità talmente elevata che eravamo sicuri che avrebbe fatto un lavoro eccellente. Al di là del premio che poi è arrivato e ci ha fatto piacere, ma il merito è tutto suo.

Cosa ne pensi della società liquida in cui viviamo, dalla distribuzione digitale della musica, Spotify, iTunes e simili, a tutti i social network.
Con i social ho un non rapporto, mi paiono una agorà starnazzante e non mi interessano,nella maggior parte dei casi, da buon informatico, anche se preferisco ascoltare i vinili ed i dischi che compro, magari vado su internet per ascoltare qualcosa o ritrovare tipo Corelli o Bernstein di cui ho guardato un documentario sul rifacimento di West Side Story, senza il web non ci sarei riuscito. Ma noi sappiamo che tutto questo porta ad un continuo e sempre maggiore controllo e questo mi perplime.

MAURIZIO DONINI

Sontuoso concerto seguito all’intervista
La recensione di Earth Hotel
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