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OLIVIERO “Olly” RIVA – Intervista al cantante e produttore: “Shandon strikes back̶ …

OLIVIERO “Olly” RIVA – Intervista al cantante e produttore: “Shandon strikes back̶ …

Olly, al secolo Oliviero Riva, 17 novembre 1974. Cantante, autore, produttore. Ci sono musicisti e artisti che hanno fatto della loro musica un marchio di fabbrica, ripetendosi per anni senza mai cambiare. Non è il caso di Olly Riva che, anzi, del cambiamento ha fatto la sua forza. Con una costante inevitabile che è la sua voce, la si può riconoscere tra centinaia. Gli inizi sono punk. Correva l’anno 1992, Olly rimase “folgorato” dai Bad Religion e dalla loro aggressività, sobrietà e attitudine. Al punto da fare una musicassetta con un solo pezzo: Generator. “… da quel momento, nonostante la mia famiglia non fosse abbiente e mai mi avrebbe assicurato l’indipendenza, decisi di intraprendere la carriera musicale.
 
Ciao Olly, piacere di rivederti, come stai?
Bene , molto stanco e pieno di impegni, sto lavorando al nuovo lavoro di Pino Scotto, un dvd con  tanti ospiti diversi, quindi molto difficile da fare perché sarebbe bastato che uno fosse in ritardo e sarebbe stato il delirio. Invece tutti puntualissimi e preparatissimi, mai successo, ogni canzone una formazione diversa e sembrava che suonassero tutti assieme da 20 anni.  
 
Noi ci conosciamo da tempo, ma per chi non Ti conosce come nasce l’Olly Riva musicista?
Purtroppo diciamo che ero destinato a questo fin da piccolo per via di mio padre, dico purtroppo perché quando sei bambino non è che quello fa il padre lo vuoi fare volentieri, e quindi io di nascosto suonavo la chitarra per non fargli vedere che avevo la sua stessa passione, poi per via di molti cose la chitarra l’ho un poco piantata lì. Cominciai a cantare con degli amici che facevano hard-core, punk, poi mi sono ingolosito, sarà stato il 1989, con questo mio amico che aveva un gruppo che si chiamava “Urlo Alcolico”, e andavo a vedere le loro prove, i concerti, e con un poco di invidia decisi di provare anche io. Poi casualmente questo gruppo perse il cantante e mi chiesero di entrare, ma due di loro diventarono hare krishna, allora mi dissero: “Noi vogliamo fare hard-core-punk come prima, ma più melodico, tu canti melodico quindi vieni tu”. Okk, io avevo già un gruppo con un amico, ma niente di che, non avevo intenzione di fare il cantante ed ho dovuto decidere al volo, senza avere nessuno studio da cantante o chitarrista, mi sono trovato sul palco e da lì è nata la passione e con gli anni la passione è diventata ossessione per questo lavoro. Con una completa ottica artistica, quindi fare dischi, produzione, copertine, organizzare tour, fare produzione e promozione, organizzare tour di altri, negli anni ho fatto tutto questo. A volte quando fai solo un ruolo sei così preso che magari non ti rendi conto di certe realtà che ti circondano, mentre ricoprendo tutti i ruoli capisci meglio che magari un locale non ti paga perché non può ad esempio, hai una visione globale ed entri nei panni di tutti, oggi sei l’artista emotivo che scrive, domani sei il produttore metodico e razionale, negli anni sono riuscito a mettere assieme tutto questo anche se poi ti crea problemi nei rapporti personali per via della troppa razionalità o irrazionalità.
 
Il tuo background musicale, quello che ascoltavi quando hai deciso di fare il musicista?
Mio padre mi faceva sentire molta musica tipo Ray Charles,Otis Redding, Wilson Pickett, Spencer Davis Group, non è stata una infanzia a cartoni animati.  Poi mia cugina mi fece conoscere AC/DC, Queen e via dicendo.
 
Tanti generi diversi, il che anticipa la prossima domanda, tu hai avuto tanti gruppi ed ognuno con una propria identità musicale, The Fire, i Soulrockets, gli Shandon, nessun problema a cambiare genere o dove ti trovi più a tuo agio?
Perché probabilmente c’è la musica alla base, la musica scritta che ti arriva e quella che ti serve per vendere o per piacere a qualcuno. A volte ho trovato dischi più sinceri nel mondo mainstream che in tanta altra roba che si suppone alternativa quando invece dietro c’è solo lavoro di marketing. Poi ti arriva un Bruno Mars che viene accusato di essere mainstream, ed invece dico: “Ma hai visto come canta? Come scrive? Come balla?”. Questa invidia è la rovina della musica, io gli stessi sentimenti li provo per gli Slayer ed i Napalm Death, non me ne frega niente chi ha scritto la musica sul palco, l’importante è che o c’è talento o non c’è. In questo periodo da X-Factor devi piacere subito.
 
Dieci anni fa avete chiuso gli Shandon e poi adesso nuovamente in pista, senza ripetere le cose già dette, come è stato ritrovarsi sul palco, rilanciarsi, non subentra la paura di non riuscire magari a ricreare la magia passata?
Rilanciarsi è la parola giusta, quando tu scrivi della musica tu diventi padrone di quella musica, poi però la condividi dal momento che entra nella testa di altre persone che vivono momenti belli e meno belli, e li hanno vissuti con la tua musica, quindi ognuno in maniera personale. Nessuno però prende in considerazione chi l’ha scritta, qui subentra un poco di egoismo da parte del pubblico che dice: “io questa canzone la conosco in questa maniera, non è che puoi dirmi che non è così”, è come se gli rovini l’idea che si erano fatti. Questa cosa qui però succede anche a chi sta sul palco, chi scrive per anni determinate canzoni e fa determinate scelte per non stare dietro determinati meccanismi di discografia italiana che influiva sulla scelta della lingua usata per le canzoni o che favorivano chi faceva canzoni di sinistra rispetto a chi non voleva affrontare problematiche di natura politica. Ora tutte queste paranoie non ci sono più, sono passati 20 anni, e quando abbiamo chiuso gli Shandon fu perché tutte queste pressioni cominciavano a diventare troppe. Tutti sparavano sentenze su tutto, io volevo solo scrivere canzoni ed andare in giro a suonarle, allora perché mi volete rompere le scatole come se fossi John Lennon? Se poi avessi il conto in banca di John Lennon ne possiamo anche parlare (risate), ma non è così quindi perché mi rompete i coglioni? Mi sentivo aggredito, sono passati 12 anni e ho fatto pace con tutte queste cose, dallo scazzo mi era venuta un’ernia che mi è durata 6 mesi, mollati gli Shandon magicamente mi andò via. E quelle sono cose che il pubblico, ed anche gli organizzatori, ed anche chi sta sul palco con te, non se ne accorge, ora io queste tensioni qui le ho masticate e dimenticate, superate, però adesso mi sento padrone di quello che ero prima e di poter fare le mie canzoni di allora con la saggezza dei 40 anni.
 
Nel disco si affollano tanti generi diversi, può essere stata la confluenza delle esperienze di questi 12 anni?
No, le canzoni sono tutte mie, anche prima ogni disco aveva una sua direzione, poi si faceva di tutto, negli anni abbiamo fatto dal surf al metal, non ci interessava dover rispettare uno schema. E quando ho parlato con Max di riformare gli Shandon ho detto: “Oh, però, musica a caso!!”.
 
Come sai io adoravo i The Fire, chiuderli come è stato? Fra 12 li riaprirai?
(risate) Beh, sai , avrò 53 anni, chissà. E’ stato un poco come mollare una donna, sulla carta i The Fire andavano benissimo, quando molli un gruppo perché le cose non vanno bene o come dicevo prima hai tutte queste pressioni legate a fattori esterni, mentre nei Fire queste tensioni non c’erano, è sempre stata una piccola isola felice. Rinunciarci perché è un periodo che quel genere di musica rock non accontentava più il pubblico del metal, né quello del pop-rock, abbiamo visto che ai concerti c’era sempre meno gente e quindi ci siamo trovati da 80-90 date all’anno a 6. Dopo la data estiva dell’anno scorso ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che facciamo? Filippo giustamente disse: “piuttosto che fare un concerto di merda ogni 4 mesi, facciamone uno grandioso di chiusura e prendiamoci una pausa”.
 
L’abbigliamento scozzese che portate con il kilt da dove arriva?
Shandon è una parola irlandese, mettemmo il kilt per scherzare e poi è diventato un segno di riconoscimento, poi con gli anni abbiamo visto che è nato l’irish rock, cosa con cui noi poi non c’entriamo niente.
 
Il progetto Rezophonic di cui sei sempre stato una colonna portante prosegue?
Al momento sono in stand by, anche perché dopo 10 anni di tour sempre in giro è dura. Anche Mario ha bisogno di staccare un attimo comunque è il decennale e vuole fare eventi fighi, magari fare meno date, ma chiamare un Giuliano Sangiorgi o un Caparezza.
 
Oltre il resto sei uno dei migliori produttori italiani, su questo cosa ci puoi raccontare?
Ultimamente ho fatto una band interessantissima, i Matalèon, dei coraggiosi come i primi Timoria, perché fare quel genere di musica lì ci vuole della forza, suonano bene e sono molto bravi e sanno cosa vogliono, contrariamente a molti altri. Io non sono il produttore che ti fa i suoni e vai a casa, io devo entrare nel disco emotivamente. Non esiste fare un lavoro del tipo rec&play, quello è il fonico, chi fa il Produttore con la P maiuscola è quello che ti dice cosa va e cosa non va in una canzone. Quando c’è uno esterno che dice queste cose in faccia ad una band, ci sono quelli che si incazzano e quelli che dicono “hai ragione”.
 
Progetti futuri?
Sto scrivendo il nuovo disco dei Soulrockets, poi vedremo per un tour, anche se andare in giro con 8 musicisti è sicuramente un live costoso
 
Della invasione attuale dei Talent cosa ne pensi?
Da un certo punto di vista danno visibilità ad un cosa che sta sparendo, la musica, dall’altro il pubblico si aspetta un personaggio. E’ più facile che passi uno che ha una storia lacrimosa da raccontare e poco da suonare, quindi fa personaggio, piuttosto che uno bravo che però non ha una storia televisiva.
 
Spotify, iTunes e simili streaming?
Ho provato Spotify e ho sentito una canzone che mi piaceva, poi un’altra e mi piaceva anche quella e così via, alla fine mi piacevano tutte e quindi non c’era molto senso, l’ho disinstallato. Lo streaming serve a non far sentire responsabile l’ascoltatore a casa che la musica è gratis, onestamente se ci fosse lo streaming per ogni settore, tipo i ristoranti, se potessi mangiare tutto quello che vuoi gratis? Oggettivamente non mi pare una gran cosa, ti dicono “vedi che con lo streaming puoi farti promozione in tutto il mondo”, davvero? Esattamente come? Se metti il mio nome mi trovi fra 6 anni nelle ricerche. Se voglio fare promozione pago un sito, un Ufficio Stampa, ma che senso ha fare promozione in tutto il mondo, se sono i Coldplay di cui pubblicano qualunque cosa facciano è un conto, ma se sono il gruppo punk che si è formato da una settimana, che si è pagato la produzione del disco, che non ha major, ma si è dovuto comprare il furgone per andare in tour, che non ha alternative, esattamente come si alimenta? A questa risposta tu che stai ascoltando musica alternativa non ti senti un poco stronzo a non alimentare quello che ti piace? Io mi ricordo che quando arrivava un gruppo americano, ma anche italiano, ma anche sloveno, al Bloom di Mezzago, che era un locale prettamente alternativo dove potevi vedere i Nirvana o i Melvins, pagavi £. 20.000 sapendo che contribuivi alla musica.
 
Il tuo rapporto con i social?
Al giorno d’oggi c’è poco da dire, d’altro canto fanno un poco ridere, quando è venuta fuori la rèunion degli Shandon ecco i commenti tipo “ah ecco, avete finito i soldi”, beh vieni a vedere casa mia se ci sono Porsche e piscina. Oppure quel punk che mi ha scritto “schiavo del sistema”, mi dici schiavo del sistema e me lo dici su Facebook?
 
MAURIZIO DONINI

 
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