MARCELLO ROMEO – Intervista su “Fino all’alba a cantare”
In occasione dell’uscita del suo nuovo album “FINO ALL’ALBA A CANTARE” ho intervistato MARCELLO ROMEO.
«Fino all’alba a cantare», titolo del tuo nuovo disco, evoca nostalgia, notti di musica e memoria: qual è il significato che hai voluto dare a questo titolo?
Abbiamo voluto evocare un qualcosa che ricordasse le serate di quando eravamo più giovani e restavamo in spiaggia fino all’alba a cantare. Il titolo mi ha fatto pensare anche alle notti a Bologna, quando si stava nei night fino a tardi. Il titolo evoca anche quel tempo antico che ci è rimasto dentro e che purtroppo non c’è più. In un certo senso è un modo per ritornarci, perché la musica annulla il tempo.
Il disco unisce brani intramontabili e inediti: come hai lavorato alla scelta di questi pezzi e qual è il filo rosso che li lega? I pezzi di Califano sono sempre splendidi, hai voluto rendere un omaggio in questo tuo nuovo lavoro?
Il progetto è nato insieme a Roberto Costa. Io provengo dal mondo dei night, dove ho incontrato Califano e nelle mie canzoni c’è sicuramente un’influenza “califanesca”. Allo stesso tempo, però, c’è anche una forte impronta del mondo bolognese contemporaneo, dagli Stadio a Dalla e Ron, artisti ai quali mi sono molto ispirato. Con Costa abbiamo così costruito un disco che unisse queste anime in una sonorità più moderna, in una sorta di incontro tra la musica degli anni Ottanta e quella di oggi.
La ballad La fatina dei fiori è stata presentata anche in TV ed è diventata quasi il simbolo del disco. Come è nata l’idea di dedicare una canzone a questa figura così particolare? Come sei riuscito a conquistare l’attenzione e l’amicizia di Mara Venier?
La canzone è nata quasi per caso. Eravamo in studio e Roberto Costa mi disse: “Com’è possibile che non hai mai scritto una canzone su un personaggio di Bologna come la Fatina dei Fiori?”. Era una figura unica, molto amata in città e a cui era legato anche Lucio Dalla. Così ho iniziato a recuperare vecchi articoli, alcuni risalenti agli anni Novanta e ho ricostruito la sua storia. Io stesso l’avevo vista tante volte. Ho scritto il testo mescolando così memoria personale e documentazione e cercando di restituire non solo il personaggio, ma anche l’atmosfera che la circondava. Poi Roberto Costa ha fatto il resto con un arrangiamento molto raffinato. Ed è stata proprio quella a colpire moltissimo anche Mara Venier. L’amicizia con Mara nasce qualche tempo prima, nel locale dove suonavo. All’inizio non sapevo nemmeno che ci fosse Mara Venier; me lo dissero durante la serata. Notavo che si girava spesso verso di me, mentre tutti le chiedevano autografi. Quando finii di suonare e stavo per andare via, si alzò e mi disse: “No, così non va. Tutti sono venuti da me tranne te. Mi hai incuriosita, dimmi tutto di te”. Io le risposi scherzando e da lì è nato tutto. Più avanti, dopo un mio live, ci siamo rivisti e mi disse di aver letto sui social che stava per uscire una mia canzone sulla “fioraia”. Le spiegai che non era semplicemente una fioraia, ma la Fatina dei Fiori. Volle ascoltarla subito. Eravamo a colazione insieme, gliela feci sentire e a metà la interruppi, ma lei mi fermò: “No, fammela sentire tutta”. Le piacque molto e volle che gliela mandassi. Nei giorni successivi iniziò a chiedermi dettagli, perfino la durata precisa per i tempi televisivi. In quel momento ho capito che qualcosa stava accadendo. Poco dopo è arrivata la chiamata di Marco Luci, autore di Domenica In. Mara mi volle in trasmissione con quella canzone.
Il progetto è stato arrangiato da Roberto Costa, con cui hai un rapporto artistico importante: com’è stata l’esperienza di lavorare con lui su questo album?
È stata un’esperienza formidabile e che continua ancora oggi. Stiamo già pensando al prossimo album e ai nuovi singoli. Sarà un progetto diverso, meno legato ai personaggi di Bologna e più vicino al cantautorato italiano classico, ma con sonorità nuove.
Quali emozioni o immagini ti auguri che l’ascoltatore porti con sé dopo aver ascoltato l’album dall’inizio alla fine?
Ascoltare Fino all’alba a cantare, soprattutto in vinile, è un rito. Bisogna sedersi con calma, magari in poltrona, con una tazza di tè o un brandy, mettere il disco sul giradischi e ascoltarlo dall’inizio alla fine. Mi piacerebbe che lasciasse qualcosa, come il retrogusto di un buon sigaro, di un grande caffè o di un ottimo cioccolato. Insomma, una sensazione che possa rimanere nel tempo.
In questo album ci sono inediti che risalgono a periodi diversi della tua vita: com’è stato riscoprirli e riarrangiarli oggi?
Alcuni brani erano già stati pubblicati, come Ghibli, Via Zamboni 33, La grammatica del cuore e All’ombra del liquidambar. Con questo disco hanno avuto una seconda vita, grazie ai nuovi arrangiamenti costruiti insieme a Roberto Costa. La canzone più vecchia è Via Zamboni 33, che scrissi quando ero all’università. Ne esistono diverse versioni, ma questa è quella che preferisco perché è al passo coi tempi e mi riporta a quel periodo, ma con lo sguardo di oggi.
Quanto ha influito sulla tua scrittura la tua esperienza personale, tra musica dal vivo, gioventù e vita quotidiana?
Sono proprio le tre basi della mia scrittura. La gioventù, con tutti i ricordi che scorrono davanti agli occhi come un film, la vita quotidiana che mi ispira e la musica dal vivo. Ho suonato per circa dodici anni nei night e avevo pochi secondi per capire chi avessi davanti e scegliere la canzone giusta per far sedere una coppia e farla restare ad ascoltare. È stata una vita intensa, fatta di notti e musica, ed è entrata profondamente nelle mie canzoni.
Ti definiresti più interprete, narratore o cantautore in questo progetto? Perché?
Mi definisco un cantautore-narratore. Un po’ come i cantori medievali che giravano da un luogo all’altro raccontando storie in musica. Mi piace far scoprire ai giovani di oggi com’era la vita negli anni Settanta e Ottanta, soprattutto a Bologna, ma anche nelle altre città italiane. Nella mia musica voglio far ritrovare i profumi, i sapori e le atmosfere di quel tempo.
Fino all’alba a cantare sembra guardare al passato ma con un suono contemporaneo: come equilibri tradizione e modernità nella tua musica?
È proprio questo equilibrio che ho cercato per questo progetto e in questo, mi ha aiutato molto Roberto Costa. C’è chi definisce questo album in parte antico, altri invece lo trovano sorprendentemente moderno, mentre altri ancora dicono che non segue le mode e va avanti per la sua strada. Ed è proprio quest’ultima definizione quella che apprezzo di più.
Che ruolo ha per te il vinile in un’epoca digitale? Perché hai scelto di pubblicare anche in questo formato?
Il vinile è un rito. Ho molti vinili a casa e il mio sogno è sempre stato quello di pubblicare un progetto in questo formato. L’avevo fatto anche da giovane, ma ormai era una cosa lontana nel tempo. Un disco importante come questo meritava di raccogliere le canzoni della mia vita anche su vinile. Non so se in futuro ne farò altri, ma questo rappresenta sicuramente una pietra ferma nella mia storia musicale.
Quale brano dell’album ritieni più rappresentativo della tua visione artistica e perché?
Direi La grammatica del cuore, perché è una canzone che parla davvero tanto di me e di quello che ho provato in questi anni. L’amore per la musica, per una donna e per la vita stessa.
Come descriveresti in tre parole il tuo rapporto con il pubblico oggi?
Direi che sono un grande ascoltatore. Può sembrare il contrario, perché sono io a cantare e a suonare, ma in realtà mi piace molto ascoltare il pubblico e capire le sue reazioni.
In che modo è cambiata la tua percezione delle esibizioni live dopo l’esperienza di registrare l’album? Ti abbiamo visto da poco al Teatro del Navile, un posto sempre magico dove andare, non trovi?
Quando registro un album, cerco sempre di avvicinarmi il più possibile al suono del disco. Questo succede soprattutto quando suono con la band. Con il trio invece si tratta più di un’interpretazione dell’album. Il Teatro del Navile è una situazione molto particolare, è uno spazio magico, piccolo e intimo e dove mi piace esibirmi con il trio acustico. È un’esperienza molto raccolta.
Ci sono collaborazioni future o progetti correlati al disco che puoi anticiparci?
Sto lavorando a diversi progetti. Ho scritto con Jupiter il brano Io respiro l’universo, che sta passando spesso su Rai Radio1, Rai Radio2 e Isoradio. Ho anche scritto una canzone per Clelia Liguori e sicuramente ci sarà una nuova collaborazione con Sara Sei, anche se abbiamo già una canzone insieme intitolata Nuvole addormentate.
Se potessi suonare tutto l’album in un luogo speciale, dove sarebbe e perché?
Sicuramente un teatro. Mi piacerebbe eseguire tutto il disco da solo o in trio, pianoforte e voce, in uno spazio raccolto dove il pubblico possa ascoltare con attenzione e dialogare con me. Con la band invece sceglierei un teatro importante come il Blue Note di Milano.
A chi dedicheresti idealmente questo album?
Lo dedico a tutti quelli che hanno la mia età e hanno vissuto quegli anni, ma anche a chi oggi sente la mancanza di quel tipo di musica. Come dice Roberto Costa, questo album è un regalo per chi sente nostalgia di quel mondo musicale.
Che messaggio vorresti che rimanesse con chi ascolta Fino all’alba a cantare?
Il messaggio è semplice: crederci sempre.
Cosa significa per te, oggi, cantare “fino all’alba”?
È qualcosa di molto affascinante. Può voler dire stare da solo nel mio studio, con il pianoforte a coda e le luci soffuse a suonare e cantare quello che voglio e passare così da Elton John a Cat Stevens, continuando con Ron o con le mie canzoni. È un momento di relax totale. Ma cantare fino all’alba significa anche ascoltarsi. Può voler dire prendere una chitarra, stare su un lettino in riva al mare d’estate e cantare con gli amici le canzoni che ci hanno fatto sognare da ragazzi.
Ci hai già fatto ascoltare un nuovo pezzo su cui stai lavorando con Roberto Costa per il nuovo album, questo è il progetto che stai portando avanti adesso? Hai altre idee in corso?
Sì, è il progetto principale su cui sto lavorando. Farà parte di un progetto molto più ampio, sarà molto diverso da questo e conterrà probabilmente una sola cover. Non parlerà più di Bologna o di personaggi, ma racconterà storie intime e personali.
MAURIZIO DONINI
Marcello Romeo
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.

























