LUIGI “GRECHI” DE GREGORI – Intervista su Noinoncisanremo e Folkstudio
“I Giovani del Folkstudio” tornano con la 4ª edizione di “NOINONCISANREMO” martedì 24 febbraio al Teatro Garbatella di Roma e giovedì 26 febbraio per la prima volta a Milano all’Auditorium Radio Popolare “Demetrio Stratos”. La rassegna musicale, dedicata alla canzone d’autore e realizzata sotto la direzione artistica di LUIGI “GRECHI” DE GREGORI e EZIO GUAITAMACCHI, si svolge in contemporanea con il Festival di Sanremo, accendendo i riflettori su una scena alternativa della canzone d’autore italiana.
Buongiorno Luigi, piacere di conoscerci, parliamo del Folkstudio, questo locale di Roma dove leggo arrivò anche un Bob Dylan, allora praticamente sconosciuto.
Allora, Bob Dylan è arrivato, c’è stato di sicuro; ma era sconosciuto e nessuno si ricorda di averlo sentito. Si ricordano soltanto che dava fastidio alle donne e che era ubriaco fradicio: una storia che viene spesso riportata, ma con poco senso, e che quindi lascerei perdere. La verità è che il Folkstudio era un posto internazionale, perché Roma non era affollata solo di turisti; allora era una città piena di giovani. Era la generazione che ha fatto il rock and roll, il ’68, eccetera; era la generazione più numerosa di tutto il dopoguerra e infatti ancora oggi, alla mia età, siamo la maggioranza della popolazione. Il Folkstudio era stato aperto da Harold Bradley, figlio del primo atleta nero a giocare nella NFL (la “Serie A” del football americano). Bisogna tener presente che in America c’era un razzismo che oggi non immaginiamo neanche; ci sono state battaglie epocali, con morti e feriti, affinché non ci fossero più posti separati negli autobus, nei treni o nelle scuole. Quindi, essere il figlio del primo giocatore nero di football era importante, e Harold Bradley stesso era un giocatore professionista: era una specie di Totti del football, per così dire. Naturalmente, durante la guerra di Corea fu arruolato nella Marina, ma non combatté: giocava nella squadra di football della Marina. A guerra finita, ebbe una borsa di studio per completare gli studi ovunque volesse, in tutto il mondo. Questo era un diritto di tutti i reduci americani e lui scelse di studiare arti figurative all’Università per Stranieri di Perugia. Lì conobbe sua moglie e, in seguito, aprì il suo studio di pittura a Roma, in via Garibaldi a Trastevere. Quella fu la sede originaria del primo Folkstudio. Non era, quindi, un locale “romano”, ma un locale internazionale; il più internazionale di tutti i folk club dell’epoca. Negli anni ’60 i folk club erano posti importanti, perché la musica folk e i folk revival entravano regolarmente nelle classifiche pop. Basti citare un brano come Blue Moon of Kentucky, portata al successo da Elvis Presley ma scritta dal musicista country Bill Monroe. Noi siamo cresciuti ascoltando canzoni folk alla radio, come Tom Dooley e molte altre. Per tutta la sua esistenza, sia sotto Harold Bradley che sotto Giancarlo Cesaroni (il secondo gestore), il locale ha mantenuto questa vocazione internazionale. Il Folkstudio ha portato in Italia i Chieftains, Odetta e altri artisti di primaria importanza. In secondo luogo, il Folkstudio è stato la culla della canzone d’autore romana, ma questo non è stato l’aspetto principale: ne è stata solo una sfaccettatura. Questa tradizione della canzone d’autore nacque con il “Folkstudio Giovani”, che si svolgeva la domenica pomeriggio. Poiché la domenica pomeriggio Giancarlo Cesaroni andava all’ippodromo delle Capannelle a far correre un suo cavallo, affidò a me la direzione artistica di quello spazio. Ecco perché l’associazione che ho fondato si chiama Giovani del Folkstudio. Il Folkstudio è stato un locale che ha avuto una storia particolare, un locale internazionale che ha portato poi artisti internazionali, non solo De Gregori, che ho messo io sul palco per la prima volta, ma Antonello Venditti, Stefano Rosso e tanti altri.
Ma anche per te, nascere e crescere con un fratello importante come Francesco… insomma, lui è diventato un artista enorme. Per te è stata comunque una bella cosa, no? Ha fatto conoscere al grande pubblico canzoni bellissime scritte da te.
Sì, però io non le ho scritte per lui, le ho scritte per me. Ho fatto il cantautore per conto mio, cambiando anche cognome e prendendo un nome d’arte per seguire un mio percorso artistico personale. “Il bandito e il campione”, per esempio, l’ho scritta, musicata e cantata io per primo. In ogni caso, conservo pacchi di giornali e riviste che testimoniano il mio percorso e parlano della mia attività.
Ma tornando a noi, il Folkstudio, oltre a ospitare artisti già affermati, è diventato il luogo in cui sono nati tanti talenti — non solo i vari Venditti e De Gregori, ma giovani artisti di ogni genere. Era una realtà che un tempo esisteva e che oggi, specialmente dopo la pandemia, sembra essere sparita.
Il Folkstudio è finito perché è morto Giancarlo Cesaroni; ha chiuso per forza di cose nel 1998, mi pare. Tuttavia, esistono ancora realtà simili: ad esempio il Folk Club di Torino, che è vivo, vegeto e propone una bellissima programmazione. Esiste dai tempi del Folkstudio di Roma, con cui era in stretto contatto, e proprio come il Folkstudio ha meno di cento posti. È un locale piccolo, ma che porta avanti una magnifica programmazione internazionale. Il punto è questo: basta non rincorrere soltanto i cosiddetti “grandi eventi”, ma continuare a seguire la musica vera e tutto ciò che accade nel suo mondo, anche nelle realtà più piccole.
Adesso esiste questo progetto che hai messo a punto, “Noinoncisanremo”, è nata prendendo lo spunto da quello che è stato il Folkstudio, però sarà alla Garbatella e a Milano, è corretto?
L’idea è nata circa dodici anni fa. Io e mia moglie — che adesso purtroppo non c’è più, ma che era stata la collaboratrice più stretta di Giancarlo Cesaroni e colei che sbrigò tutte le pratiche amministrative per chiudere il Folkstudio dopo la sua morte — decidemmo di far rivivere il nome del locale a Roma. Iniziammo con un appuntamento mensile chiamato “I Giovani del Folkstudio”. Poi, otto anni fa, decidemmo di lanciare “Noinoncisanremo”, facendolo coincidere proprio con il giorno d’apertura del Festival. L’obiettivo era far sapere che non esiste solo Sanremo, ma che in Italia c’è anche un’altra musica: una musica prodotta da artisti che lavorano, vivono e creano con altrettanta dignità e successo, e che non sono affatto dei “disperati” solo perché fuori dal circuito mainstream.
Mi sembra un’idea bellissima. Sembra sempre che esista solo Sanremo, invece ci sono tantissimi artisti che non ci vanno e non sono certo meno bravi. Diciamo che quella è solo una vetrina.
Hai centrato il punto! Io Sanremo l’ho seguito fin dalla prima edizione, quella in cui vinse Papaveri e papere; il Festival ha avuto momenti gloriosi. In passato ha fatto conoscere al pubblico canzoni che, pur essendo “commerciali” — come diciamo noi —, erano scritte benissimo da autori estremamente preparati e presentate da persone che di musica se ne intendevano davvero. Insomma, sul quel palco è passato Louis Armstrong, ci sono stati artisti di fama internazionale e sono nate canzoni bellissime. Però, da molti anni, mi sembra che il Festival abbia perso lo smalto. Ed è proprio quando ho avuto questa sensazione che ho deciso di lanciare “Noinoncisanremo”, come garbata contrapposizione alla kermesse. Mi sta bene che esista una musica commerciale, ma dovrebbe essere di qualità e non tirare verso il basso l’intero mercato. Le canzoni che ho sentito negli ultimi anni mi sembrano, per lo più, delle filastrocche per la conta. Voglio essere chiaro: non ce l’ho con il rap. Il rap va benissimo, ma è una tradizione americana che nasce dalle prediche dei pastori neri, che scandivano le parole in inglese in quel modo particolare. I testi del rap americano sono testi importanti; qui in Italia, invece, pochissimi scrivono brani rap che abbiano un reale significato. Di solito sono solo filastrocche con versi messi insieme un po’ a caso. In America esiste, per esempio, una realtà chiamata Slam Poetry: è poesia improvvisata su un palco e scandita ritmicamente proprio come il rap. Qui in Italia questa Slam Poetry si vede poco, oppure il termine è stato usato solo come etichetta, senza che ci fosse un reale contenuto effettivo dietro.
Gli artisti che porterai sul palco, come li hai scelti? Mi pare che attraversino diverse età e generazioni.
Alcuni non sono affatto degli sconosciuti. Abbiamo, per esempio, Paolo Capodacqua, che è stato lo storico chitarrista di Claudio Lolli per poi diventare lui stesso un cantautore; scrive canzoni bellissime ed è un musicista di altissimo livello. Ha un’esperienza di diversi decenni e il pubblico lo conosce bene, perché ha girato l’Italia in lungo e in largo con Lolli. In passato abbiamo anche fatto una tournée insieme: eravamo Claudio Lolli, io, Paolo Capodacqua e Goran Kuzminac. Adesso che Lolli e Kuzminac non ci sono più, siamo rimasti noi a testimoniare quel percorso, ma ricordo con affetto quello spettacolo, “Tre voci e tre chitarre”, che portammo in giro per tutta l’Italia. Poi c’è Lucio Bardi. Vive a Roma ma viene da Milano; è il fratello di Donatella Bardi, una cantante rock emergente che purtroppo se n’è andata troppo presto. Lucio è un chitarrista straordinario: ha lavorato con Edoardo Bennato, arrangiando e suonando la chitarra in brani come “L’isola che non c’è”. Lo fece con uno stile che allora era di tendenza ma quasi sconosciuto in Italia, il fingerpicking; insieme a Bennato è stato uno dei pionieri di questo genere. Lucio suonerà insieme a Daniele De Gregori, che ha il mio stesso cognome ma non è un parente, neanche alla lontana. È però un bravissimo cantautore che pubblica dischi da una decina d’anni. Infine, abbiamo dei giovanissimi come Giovanni Block: lui viene da Napoli ma è ormai “romanizzato”, e lo potrete ascoltare sia a Roma che a Milano.
A Milano, per esempio, ho visto che ci sarà anche la mia amica Alteria; secondo me è una delle migliori cantanti italiane oggi in circolazione.
Assolutamente. E per farti un altro esempio, prima ancora che andasse a Sanremo, “I Giovani del Folkstudio” hanno dato spazio a Lucio Corsi, quando era ancora sconosciuto ai più, tranne che per quel pubblico che si era coltivato in dieci anni girando l’Italia tra piccoli locali e formazioni ridotte. Così ho scoperto quello che, secondo me, è un grande cantautore. Poi lui ha deciso di andare a Sanremo, perché le leggi del mercato sono quelle che sono. Non è che io odi il Festival o chi decide di parteciparvi, però rivendico con orgoglio il fatto di aver scoperto Lucio Corsi prima che i riflettori della grande ribalta si accendessero su di lui.
Bene, per chiudere: ora che è partito questo progetto, “Noinoncisanremo”, hai altri programmi? Cosa pensi di fare? Hai già in mente nuovi dischi o altri progetti da portare avanti?
Di idee ce ne sono tante, davvero tante. Quello che manca, purtroppo, è un mercato che le sostenga. Mi piacerebbe molto, per esempio, organizzare un festival: ci sono diversi gruppi che vorrei far suonare, ma mancano le strutture adatte per portarli fuori dalla loro “nicchia” e farli conoscere a un pubblico più vasto.
Va bene, mi ha fatto davvero moltissimo piacere questa chiacchierata.
Sì, mi sono dovuto dilungare sulla storia del Folkstudio, ma l’ho fatto perché la maggior parte della gente oggi lo ignora o, peggio, lo considera semplicemente un “locale romano”. Ma non era così. Era un locale internazionale, e lo capivi anche da un dettaglio: aveva una porta di metallo che restava chiusa fino alle nove e mezza di sera. Quando finalmente si apriva per far entrare il pubblico, fuori trovavi una fila di persone in cui sentivi parlare tutte le lingue del mondo. Ecco, il Folkstudio non era un locale romano per i romani: era un locale internazionale che si trovava a Roma.
MAURIZIO DONINI
Luigi “Grechi” De Gregori nasce musicalmente alla fine degli anni Sessanta al Folkstudio di Roma, storico locale di Trastevere che ospitava musicisti d’avanguardia come Odetta e Bob Dylan. Attratto dalla musica dal vivo più che dalle mode, nel 1975 pubblica il suo primo album “Accusato di libertà” e percorre da subito strade indipendenti, suonando in festival alternativi, radio libere e locali di tutta Italia. Tra le sue canzoni più iconiche ci sono “Elogio del tabacco” e “Il mio cappotto”, mentre “Il bandito e il campione” portata al successo dal fratello Francesco De Gregori, gli vale la Targa Tenco nel 1993. Ha continuato a realizzare progetti e pubblicare album come “Girardengo e altre storie” (1994), “Cosivalavita” (1999), “Pastore di nuvole” (2003) e “Angeli e fantasmi” (2012). Nel 2015 pubblica una compilation delle sue canzoni, “Tutto quel che ho 2003-2013”. Nel 2016 dà vita al progetto “Una canzone al mese”, che prevedeva la pubblicazione di un inedito il 21 di ogni mese sul suo sito web e sul suo canale YouTube. Alcuni di questi brani, rimossi dal sito e rivisitati, fanno parte di “Sinarra”, il suo ultimo progetto discografico realizzato nel 2021.
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




