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L’ORSO – Intervista al cantante Mattia Barro

L’ORSO – Intervista al cantante Mattia Barro

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L’Orso è un paesaggio. L’Orso è quel paesaggio che attraversi in bicicletta quando dal paese ti dirigi verso la città. L’orso è la storia di quattro ragazzi, cresciuti tra Ivrea e Messina, Milano e Treviso, riuniti sotto il cielo della Grande Città. E’ il racconto dei loro vissuti che si incontrano nel precariato di un presente condiviso.

La prima domanda è scontata, ma d’obbligo, il nome della band, L’orso, da dove viene? Perché l’iniziale, la lettera “o” è scritta in minuscolo?
Perché è una parola semplice e non un nome proprio. L’orso è un’idea di musica, un concetto, un panorama. Essendo una parola di uso comune, ognuno può darle la propria lettura preferita.

Suoni ricchi e luccicanti, eppure su alcuni pezzi sembrate tentati da contaminazioni quasi stoner, momenti creativi particolari o state pensando a nuove sonorità?
Ci piace indagare e indagarci. Soprattutto nei live spingiamo su alcuni momenti di post rock. Diciamo che è un bel luogo per rendere le emozioni gigantesche. Una sorta di epica sommersa. Poi in questo disco c’è il rap, l’elettronica. E’ così bello non avere limiti.

Arrivate da ogni angolo della penisola, e anche da un’isola a dire il vero, l’alchimia di diverse provenienze e culture ha influenzato il processo creativo?
Probabilmente, ma non saprei dirti in che modo. Sicuramente ci ha movimentato molto il dialogo tra province e città. L’Italia è un paese così ricco e sfaccettato da rendere difficile individuare tutte le derivazioni.

Come iniziate a creare?
Questo disco nasce da alcuni miei provini, portati in studio, rielaborati, decostruiti, distrutti e stuprati. Volevamo andare oltre i nostri stessi confini, essere esploratori di noi stessi.

Cantate di amori al giorno d’oggi, amori finiti, stanze vuote, che visione avete dell’amore e più in generale della società moderna?
E’ un momento di pigrizia, per la società come per l’amore. Forse è tempo di prendersi delle responsabilità, in entrambi i campi. Poi per amore intendiamo un modo di vivere la vita, di dedicarsi ad altri oltre che a se stessi e al proprio pc. C’è una vita oltre la tastiera, sarà banale, ma molti se lo dimenticano.

La collaborazione con i già famosi Lo Stato Sociale come si è sviluppata?
Siamo fratelli di etichetta e ci conosciamo oramai da molti anni. Abbiamo sempre collaborato, ma in modo indiretto. Era arrivato il momento di fare qualcosa assieme e ne abbiamo approfittato.

Come è venuta l’idea di una canzone come Baader-Meinhof che affonda in un tragico passato?
Quando ho scritto il testo di questa canzone, che parla di mio nonno, volevo che avesse un titolo importante. In quel periodo sono incappato più volte nel fenomeno Baader-Meinhof, quello per cui quando scopri un nuovo concetto improvvisamente lo vedi ripresentarsi con una certa continuità. Mi piaceva questa euristica del nostro cervello per cui quando veniamo a conoscenza di qualcosa di nuovo, riusciamo a vedere nel mondo qualcosa in più, che era davanti ai nostri occhi ma che, non sapendolo interpretare, lo lasciavamo scivolare via. E’ una rivoluzione violenta del nostro modo di vedere l’universo e l’ambivalenza con la banda Baader-Meinhof, a mio avviso, era di una potenza incredibile. Una presa armata del nostro modo di riflettere. Penso che la morte, porti a questo. Ad un’epifania.

Progetti futuri?
Tour, un progetto rap, dischi. Non ci limitiamo.

Vi aspetta un lungo tour, che rapporto avete con il palco e i live?
Magnifico. Prima di questo tour avevamo fatto 250 date. Questa primavera ne abbiamo una ventina e lavoreremo molto per aver una bella programmazione estiva e autunnale. Il live è il momento in cui vedi le reali reazioni del pubblico, dell’ascoltatore. E’ fondamentale suonare.

Cosa ne pensate dei moderni mezzi di distribuzione digitale come Spotify?
Personalmente credo sia un servizio fondamentale per una società così pigra in cui qualcun altro ti fa le playlist, vivi di ‘artisti simili’ e quant’altro. Non sono un fan, ma penso che sia un modo necessario per riavvicinare un po’ l’ascoltatore al concetto di disco. E’ meno dispersivo. Penso che per gli addetti ai lavori sia una rassegnazione al periodo storico; una pirateria controllata. A noi serve un po’ a farci conoscere, un po’ a morire di fame ulteriormente. La gente pensa che Spotify ti faccia sopravvivere mentre dovrebbe insegnarti ad apprezzare e acquistare la musica. Bisogna educare il pubblico, soprattutto i più giovani. Non bisogna abituarli al concetto di ‘tutto ora, tutto gratis’. Non è un concetto genuino se per fare musica è necessario che ci siano delle entrate, per le etichette come per gli artisti. La musica è un progetto a perdita poiché è compensato dall’amore che ci metti nel farla. Ma ad un certo punto devi pagare le bollette, l’affitto, farti una famiglia. Limitare il tempo creativo porta a dischi più deboli, meno pensati, meno vissuti. La mancanza di entrate toglie sicurezza alla composizione.

E del crowfunding?
E’ un buon modo per riuscire a costruire buoni progetti con una certa velocità avendo da subito buone disponibilità economiche. Il rischio qui è l’abuso. Chiedi al tuo pubblico un investimento, spesso per qualcosa di cui non si può sapere la qualità. E’ come se andando in un negozio di vestiti pagassi una somma per un jeans che mi spediranno tra sei mesi e di cui non so nulla. Né forma, né colore. Semplicemente mi piaceva la linea di due anni prima e mi devo fidare dello stilista. I musicisti non devono approfittarsi di questa fiducia. E’ fondamentale.

MAURIZIO DONINI

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