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Intervista a Revelè sul nuovo singolo Himalaya

Intervista a Revelè sul nuovo singolo Himalaya

Revelè: un amore che scala le montagne. Himalaya è una dichiarazione senza compromessi.

Ciao Giuseppe e benvenuto tra le pagine virtuali di Tuttorock. Il tuo ultimo singolo racconta la disillusione che accompagna il passaggio dall’ infanzia all’ età adulta. Ci sono sogni svaniti, prese di coscienza, ma anche un sentimento puro da cui non riesci a fare proprio a meno. Me lo racconti?

“Himalaya” nasce proprio da quel “punto di mezzo” in cui ti rendi conto che crescere non è solo una conquista, ma anche una perdita. Quando sei piccolo sogni senza limiti, pensi che tutto sia possibile. Poi cresci, incontri la realtà, la fretta, la disillusione… e ti accorgi che molti sogni non li hai persi: li hai semplicemente lasciati da qualche parte mentre correvi.
Dentro questa consapevolezza però c’è ancora qualcosa che resiste, una forma di amore puro che continua a muoverti, che ti spinge a fare cose che non sai nemmeno spiegare. “Himalaya” parla di questo: della fatica di diventare adulti e della necessità di aggrapparsi a qualcosa che ti fa sentire vivo.

Ma è proprio vero che per amore faresti qualsiasi cosa, compreso scalare la vetta più alta del globo?

Sì, ma non inteso come un sacrificio cieco. Per me “scalare l’Himalaya” è una metafora di quanto siamo disposti a metterci in gioco quando qualcosa o qualcuno conta davvero. L’amore, quello vero, ti porta sempre un po’ oltre te stesso… ti fa superare paure, limiti, orgoglio. Quindi sì, lo scalerei. L’importante è che ci sia qualcuno pronto a scalare qualcosa per me.

Qual è la dimostrazione d’amore più folle a cui ti sei prestato fino ad ora?

Credo che la cosa più folle sia stata mettere completamente a nudo certe parti di me: emozioni, fragilità, ricordi. Farlo nelle canzoni è un conto, ma farlo nella vita reale è un atto molto più radicale.
L’amore più folle che ho dato è stato mostrarmi senza difese, sapendo che non avevo nessuna garanzia di essere ricambiato.

Hai mai fatto una serenata sotto alla finestra?

Sì, e devo dire che è una delle cose più imbarazzanti e più romantiche che si possano fare. Però se tornassi indietro la rifarei. A volte la spontaneità vale più della perfezione.

A chi dedicheresti “Himalaya”?

A chi sente di aver perso un pezzo di sé crescendo.
A chi continua a lottare per qualcosa in cui crede, nonostante la fatica. E in modo molto personale… a chi, pur non sapendolo, ha spinto questa canzone fuori da me.

Nel ritornello compare la voce femminile della tua sorella gemella, Mema. È la prima volta che collaborate insieme?

Sì, è la prima volta che Mema entra concretamente in un mio brano. La sua presenza è stata naturale, quasi inevitabile. Siamo cresciuti insieme, abbiamo condiviso gli stessi sogni e le stesse paure: aveva senso che fosse proprio la sua voce ad accompagnare un testo così intimo.

Come ti sei trovato a condividere il microfono con lei?

Benissimo. Ci capiamo senza parlare. Ha un modo di entrare nelle cose con una sensibilità tutta sua e sentivo che avrebbe dato al ritornello un’emozione che da solo non avrei potuto portare. È stato come cantare con una parte di me che avevo tenuto in silenzio per troppo tempo.

La tua musica trae ispirazione dai cantautori italiani. Si sente chiaramente la forte influenza delle tue radici, come un DNA sonoro. Poi però hai una tua tangente e spazi in altri ambiti, anche più “fusion”. Qual è la firma stilistica di Revelè?

La mia firma è proprio questa miscela: la profondità della canzone italiana unita all’istinto del mio territorio. Napoli non è un suono: è un modo di sentire, di respirare le cose. A questo aggiungo un gusto più contemporaneo, più “ibrido”, fatto di elementi pop, elettronici, urban. Cerco di portare una sincerità cruda, emotiva, senza filtri, ma vestita con suoni che parlino la lingua di oggi.

Cantare in napoletano: quali sono per te i pro e i contro di questa scelta?

Il napoletano è una lingua, non un dialetto. Ti permette di essere diretto, viscerale, di dire cose che in italiano non avrebbero la stessa forza. È una lingua che vibra.
Il contro è che qualcuno potrebbe pensare che sia una scelta “di nicchia” o che ti chiuda in un immaginario preciso. Ma alla fine la musica ha un linguaggio universale: se una verità arriva, arriva in qualunque lingua.

Dove potremo incontrarti a breve?

Sto preparando diverse cose tra cui un live intimo per presentare i brani in una dimensione più vera possibile: voce, storie e cuore.

SUSANNA ZANDONÀ