Intervista a Danilo Ruggero su Dagli Alberi
In occasione dell’uscita del singolo “Dagli Alberi” abbiamo intervistato Danilo Ruggero
Ciao Danilo e benvenuto tra le pagine virtuali di Tuttorock. A fine maggio pubblicherai un concept EP, naturale continuazione del trittico di singoli “ELEFANTI”, “SAPONE” e del recente “DAGLI ALBERI”. Cosa dobbiamo aspettarci da questo lavoro?
Ciao e grazie per lo spazio che mi state concedendo tra le pagine di Tuttorock!
Il concept EP, che uscirà tra fine maggio e i primi di giugno, arriva dopo molto, moltissimo tempo dalla scrittura dei brani e dalla loro finalizzazione in studio. Quindi, dopo che – oltre ad essere maturato e ad aver avuto il tempo di smussare le sue spigolosità per essere pronto al “consumo” – ha avuto anche il tempo di stabilizzarsi. Un po’ come il vino che, dopo il periodo intercorso tra la fine della fermentazione e l’imbottigliamento, cerca di equilibrarsi e affinarsi (mi scuso per la banale metafora enogastronomica, ma ho lavorato per anni in questo settore e ne rimango appassionato).
È per me sia un punto d’arrivo che di ripartenza di un percorso personale e artistico che ho iniziato a raccontare tramite i singoli Sapone, Elefanti e Dagli alberi: un lavoro che mette insieme fragilità, blocchi creativi, inciampi, perdite; che scava nei vuoti, tra le memorie vive che ho cercato – dopo svariati tentativi – di ricomporre.
Non per cercare soluzioni, ma senso nelle crepe, nelle pause lunghe del pensiero, nei silenzi lasciati dalle assenze, nei sogni che si sono persi, ma mai spenti.
È un lavoro che intreccia tutte le mie fragilità e che ho finalizzato tentando di ricucire tutto ciò che si era rotto con ago e un filo sottile di consapevolezza, arrivata forse dopo questa chiamata di “diventare adulti” che sopraggiunge prepotentemente alla soglia dei 30 anni o, nel mio caso, forse un po’ prima.
È un EP che descrive momenti molto diversi tra loro, anche distanti a livello temporale, ma che vengono legati e ricuciti da questo filo: crescere non significa guarire o aggiustare tutto e subito, ma anche – più semplicemente – imparare a “restare” e a prendersi il proprio tempo, che è diverso per ognuno di noi.
Le copertine dei singoli anticipano un’atmosfera introspettiva ed intima, quasi fossero pagine strappate ad un diario. Mi chiedevo se fosse veramente il tuo diario personale…
Sono felice di sapere che, dall’ esterno, parrebbe quasi che anche le copertine siano pagine strappate ad un diario. È così, ma non sono pagine strappate dal mio diario. Chiarifico: ho raccontato con la pubblicazione di “Sapone”, quanto la scrittura per me abbia acquisito, con cognizione, un valore interamente curativo. Per me la scrittura è diventata, negli anni, un atto terapeutico, irrinunciabile, una forma di autoanalisi e di cura che, accostata all’ analisi classica o alla psicoterapia, ha la capacità di contribuire a migliorare il benessere mentale e a portare nuova consapevolezza.
Ho un diario personale da quando avevo quindici anni, che con il tempo è diventato il mio spazio sicuro, il mio archivio emotivo e segreto su cui appunto frammenti di giornate, pensieri, ricordi – spesso di notte, prima di addormentarmi. Anche quel tipo di scrittura si è trasformato da narrativo-descrittivo dell’adolescenza a introspettivo, riflessivo dell’età adulta e, da quando ho iniziato a scrivere canzoni, anche i pensieri che mi appuntavo e che ancora oggi appunto, hanno cominciato a seguire una sorta di metrica, una scansione ritmica, come se la musica avesse iniziato a vivere in quello spazio senza che me ne accorgessi davvero.
Oggi, quello che annoto spesso ha già un accenno melodico e diventa una bozza registrata al volo in una nota vocale alle 04:00 di mattina. Quindi sì, si può dire che queste canzoni siano davvero pagine di diario, solo che, invece di restare chiuse e segrete, suonano e diventano di tutti.
Allora chi se n’è occupato?
Le pagine sono state realizzate da Giada Rizzo, un’amica illustratrice alla quale avevo dato carta bianca e a cui ho chiesto, dopo l’ascolto dei brani – all’ epoca ancora inediti – di dare una propria interpretazione e di provare a disegnare o recuperare dai propri bozzetti quello che, secondo lei, potesse descrivere meglio le canzoni. Non gliel’ ho chiesto direttamente, ma è successo proprio perché ho visto più volte le sue moleskine ed illustrazioni, che custodisce gelosamente, ma si porta sempre in giro.
Mi piace credere e immaginare che, a differenza di me, lei utilizzi il disegno per appuntarsi emozioni e ricordi. Io lo faccio con le parole e lei con le immagini – e questa cosa, in realtà, mi affascina moltissimo, perché credo ci unisca lo stesso bisogno di fissare ciò che conta, di non perdere i dettagli delle cose importanti.
Sulla copertina di “SAPONE” è in evidenza la frase: “scrivo per appuntare quello che non voglio più ricordare”. A tal proposito credi che sia più importante chiudere quello che non vogliamo più vedere all’interno di un cassetto della memoria e cercare di dimenticarlo, oppure affrontarlo e una volta processato lasciarlo volare via, con leggerezza, come una bolla di sapone?
Domanda bellissima a cui ho davvero il piacere di rispondere. Tra l’altro, nella versione pubblicata di Sapone, quel verso non esiste più. È stato tagliato. Lo canto solo quando la suono dal vivo e ripropongo “lo special” in cui quel verso è stato scritto. Io comunque credo che scrivere sia proprio il mezzo che ho trovato per non dover scegliere tra dimenticare e ricordare.
Quando scrivo “per appuntare quello che non voglio più ricordare”, intendo dire che certi pensieri, certe immagini, certi ricordi fanno male, ma meritano comunque uno spazio. Non per restare, ma per passare. Se li chiudo in un cassetto, so che prima o poi torneranno fuori, magari durante un cambio stagione; se invece li affronto e li affido alla scrittura, li processo, li guardo in faccia e, solo allora, possono dissolversi – leggeri, fragili, come una bolla di sapone. Scrivere per me è questo: lasciare andare, ma con consapevolezza. Non dimenticare, ma trasformare.
Esci da un periodo difficile legato alla malattia di tuo padre e alla fine di una relazione. Credi che scrivere ti aiuti a gestire meglio le emozioni che provi?
Assolutamente sì. Scrivere è stato – ed è tuttora – il modo più autentico che conosco per attraversare il dolore.
Non l’ho mai vissuta come una forma di sfogo e basta, ma come uno spazio di comprensione. Dopo la malattia e la perdita di mio padre, e insieme la fine di una relazione importante, mi sono ritrovato però spogliato di tutte le mie certezze. Dopo quasi due anni di allontanamento totale dalla musica, in cui anche scrivere un diario era un atto che avevo abbandonato, proprio perché mi poneva di fronte al dolore, io ho fatto esattamente il contrario di quanto dicevo prima: non l’ho affrontato, non l’ho affidato alla scrittura, non l’ho processato e guardato dritto in faccia, per cui non si è dissolto.
Il dolore è rimasto e l’ho stupidamente lasciato lì, tenuto in muto in un cassetto. Ciò ha avuto delle conseguenze importanti perché si è riproposto in forme ben peggiori.
Ho avuto la capacità di riconoscere quella fase come una fase depressiva della mia vita ma con moltissima difficoltà. Grazie ai consigli del mio terapeuta, al quale mi sono affidato nel momento più buio della mia esistenza, nonché della mia relazione dell’epoca, che ha ricominciato a spronarmi e a farmi ritrovare forza e voglia di rimettermi in piedi, ho ripreso a scrivere e a appuntarmi le cose. Scrivere è diventato l’unico modo che mi era rimasto per rimettere ordine, per dare un nome alle emozioni prima che mi affossassero totalmente.
La scrittura credo non elimini il dolore, ma lo rende abitabile, lo contiene, gli dà una forma. E in quella forma, a volte, riesco persino a intravedere una bellezza nuova, fragile, ma vera.
Che ruolo gioca la musica invece?
Mi piace credere che la musica, per me, diventi il luogo in cui tutto si ricompone. In cui quella bellezza nuova riesce a trovare una collocazione.
Le parole, da sole, sono importanti, ma spesso restano sospese. La musica è ciò che le tiene insieme, che le porta altrove, che le rende vive. È il posto dove posso sentirmi intero anche quando parlo di frammenti.
La musica credo sia lo spazio dove le memorie trovano ritmo, dove il loro caos si ri-organizza, dove anche le crepe diventano armonia e il dolore una linea melodica da rincorrere. Ha un potere che va oltre il significato: riesce a comunicare anche quando non so bene cosa sto cercando di dire.
Ricordo che quando ho scritto queste canzoni, non avevo neanche ben chiara l’idea di cosa volessi realmente comunicare. Molti versi sono usciti da soli, altri sono stati strappati dalle pagine più poetiche e intime del mio diario e la chiarezza è arrivata molto dopo. Ma non dopo averle scritte e composte per intero. Neanche dopo averle suonate, cantate e testate in acustico ai miei live, ma dopo averle arrangiate, prodotte e riascoltate più e più volte, fino allo sfinimento. Fino a quando non ho capito che erano pronte, mature e che avevano trovato il loro spazio nel mondo, la loro dignità.
La musica gioca questo ruolo di coadiuvante delle mie emozioni, un modo per renderle condivisibili e trasformarle in qualcosa che non è più solo mia. Diventa di tutti. Soprattutto in un periodo in cui avevo toccato il fondo ed ero psicologicamente in pezzi, per quanto fosse ridotta solo a fonte di ascolto e, quindi, inconsciamente anche di studio, è stata fondamentale ed ha avuto un potere salvifico. Lo ha tutt’ora.
Nella tua produzione ci sono certamente tematiche pesanti. In “Dagli Alberi” affronti il senso di colpa e il timore del fallimento. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad aprirti, condividendo queste situazioni con un pubblico più ampio?
Credo che il senso di colpa, il timore di fallire, l’inadeguatezza siano sensazioni molto più comuni di quanto si pensi, ma spesso restano sommerse, inascoltate. Scrivere Dagli Alberi è stato un atto necessario, prima ancora che artistico.
Non volevo più aggirare certe fragilità, ma guardarle in faccia. Condividerle è stato il passo successivo, perché nel momento in cui le metti fuori da te, smettono di avere lo stesso potere. Non si tratta di cercare compassione, ma connessione.
Se anche una sola persona si riconosce in quello che scrivo e si sente meno sola, compresa e magari anche messa nelle condizioni di leggersi o guardarsi da punti di vista da cui non aveva ancora guardato, allora tutta quella fatica ha avuto senso e ha senso continuare a scrivere, comporre, suonare e cantare.
Il titolo “Dagli Alberi” ha un forte valore simbolico. Come mai hai scelto proprio questa metafora per descrivere il processo di maturazione e accettazione?
L’immagine degli alberi — che, in realtà, è presente solo nel titolo e non nel testo della canzone — mi è sembrata quella che riuscisse meglio a riassumere il senso del brano. Mi è venuta in mente pensando a quel momento in cui un frutto non è ancora maturo, ma il ramo comincia già a lasciarlo andare. È un equilibrio fragile, instabile, proprio come quello che si attraversa quando si cresce.
“Dagli Alberi” parla esattamente di questo: del desiderio di restare legati a ciò che ci fa sentire al sicuro — le radici, gli affetti, le certezze — e, allo stesso tempo, della necessità di lasciar andare, di accettare che alcune cose si perdano.
La metafora dell’albero, con le sue stagioni, le sue cadute, le sue rinascite, mi sembrava perfetta per raccontare questo processo lento, contraddittorio, ma profondamente umano di maturazione e accettazione.
Il singolo è arrangiato e prodotto da Pasquale Dipace e Alberto Laruccia, con la partecipazione di una band che ha dato vita a un sound che mescola indie rock, alternative rock e folk. Qual è la band?
Il singolo è arrangiato e prodotto dagli amici Pasquale e Alberto, che ci hanno lavorato a lungo. Sono rimasti mesi alla ricerca dell’arrangiamento e del sound giusto, che, mantenendo la matrice intima della composizione originale chitarra e voce, ne riuscisse a preservare la forza comunicativa senza snaturarla. È nato in maniera naturale, partendo proprio dall’ arpeggio originale che ho usato in fase compositiva. Credo che l’arrangiamento si sia integrato perfettamente con la ruvidezza e la crudezza del testo e, a posteriori, a nostro avviso, ha saputo dare al brano quella sonorità cupa, intima, puntuta, aspra, che ne accompagna e rispecchia l’intensità emotiva crescente.
Tutto ciò è stato comunque possibile grazie alla band, in parte creata ad hoc, visto che ho voluto che tutto fosse suonato realmente. Era formata da amici e musicisti talentuosi che non si conoscevano tra loro. Questo ha fatto sì che, una volta apparentemente trovato il sound molto tempo prima con i due produttori, in studio si rimescolasse tutto, dando vita a nuove riflessioni e sfumature impreviste. È stato divertente, ma anche un esperimento coraggioso. La band era composta da Beatrice Busto alle chitarre, Pasquale Dipace al basso e al pianoforte, Alberto Laruccia ai synth e alla direzione degli archi, come per tutti gli altri brani, e poi dal maestro Matteo Morini alla batteria, che ha dato una marcia in più all’andamento e al groove del brano, insieme all’incredibile trio di archi: Lorenzo Olivero ai violini, Daniele Valabrega alla viola e Rachele Pugliano al violoncello.
L’unica persona che attualmente suona ancora con me è la mia amica Beatrice. Sono contento che sia rimasta anche dopo le registrazioni e abbia voluto continuare a far parte del progetto. La vicinanza geografica ci ha aiutato, ovviamente.
Dopo la tua partecipazione al Premio De André nel 2017 e la vittoria del Premio della Critica di Amnesty International nel 2018, come hai visto evolversi la tua carriera musicale?
Sono passati diversi anni da quei riconoscimenti, ma da un certo punto di vista hanno rappresentato delle bellissime conferme, essendo avvenuti all’ inizio del mio percorso artistico. In quel periodo ero molto giovane e sentivo il bisogno di dimostrare qualcosa. Oggi, dopo un percorso di crescita soprattutto personale, oltre che artistico, ho capito che non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Neanche a noi stessi. Ho capito che la carriera musicale non è una linea retta, ma un cammino fatto di soste, deviazioni, momenti di silenzio e ripartenze.
Dopo quegli anni, ho attraversato la fase più introspettiva della mia vita, quasi sotterranea, in cui ho smesso di rincorrere l’urgenza di pubblicare e mi sono dedicato all’ascolto e poi alla scrittura vera e propria, a “scavare più a fondo”. Credo che il lavoro che sto pubblicando adesso sia il frutto di quel tempo lento e necessario: più consapevole, più autentico, forse meno immediato, ma sicuramente più mio.
Avremo la possibilità di incontrarti anche in contesti più raccolti, come showcase acustici o sessioni in studio?
Mi sto organizzando, proprio in questi mesi, per portare questo progetto in giro, soprattutto durante l’estate e nella parte finale, con un piccolo tour autoprodotto che mi vedrà protagonista in contesti intimi, chitarra e voce o in formazioni minimali e ristrette. Mi piace da sempre l’idea di incontrare il pubblico in spazi raccolti, silenziosi, con persone attente e interessate, dove si possa respirare davvero la fragilità e l’intensità dei brani, senza filtri. Anche le sessioni in studio saranno protagoniste durante i mesi estivi. Sto lavorando a qualcosa che possa restituire la dimensione più autentica e artigianale della mia musica.
Grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per la promozione di “Dagli Alberi”!
SUSANNA ZANDONÁ
Better known as Violent Lullaby or "The Wildcat" a glam rock girl* with a bad attitude. Classe 1992, part-time waifu e giornalista** per passione. Nel tempo libero amo inventarmi strambi personaggi e cosplay, sperimentare in cucina, esplorare il mondo, guardare anime giapponesi drammatici, collezionare vinili a cavallo tra i '70 e gli '80 e dilettarmi a fare le spaccate sul basso elettrico (strumento di cui sono follemente innamorata). *=woman **=ex redattrice per Truemetal




