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GIMBO – Il cantautore romano parla del nuovo disco “Come l’uomo della Luna”

GIMBO – Il cantautore romano parla del nuovo disco “Come l’uomo della Luna”

In occasione dell’uscita dell’album “Come l’uomo della Luna” su etichetta Redgoldgreen Label, ho avuto il piacere di intervistare il cantautore romano Giampietro Pica, in arte Gimbo. Il disco è una sorta di concept album con una linea netta tracciata dal viaggio, dai sogni e dalle speranze. Se si ascoltano i brani dall’inizio alla fine, si attraversano ballad, pezzi andanti dal gusto patchanka, reggae, folk e country. Tanti anche gli ospiti presenti sul disco, musicisti che portano in dote il retroterra artistico e culturale dove Gimbo è maturato. Il jazz di Fabrizio Bosso e Javier Girotto attraversa deliacamente le tracce, dove compaiono anche Rastablanco e Giulio Ferrante provenienti dal mondo reggae di Radici nel Cemento, i ritmi in levare di Raina dei Villa Ada Posse e la tastiera di Francesco Bellani (già con Calcutta, I Cani, Giorgio Poi tra gli altri).

Ciao Giampietro, benvenuto su Tuttorock, innanzitutto, visto che il tuo nuovo album “Come l’uomo della Luna” è uscito lo scorso 26 febbraio, che riscontri stai avendo?

Grazie, è un piacere parlare di musica con voi. Devo dire che l’album sta avendo buoni ascolti, siamo all’inizio e c’è tanto entusiasmo da parte di tutti, questa cosa mi piace davvero.

Gimbo, il tuo nome d’arte, l’hai scelto tu?

Si l’ho scelto io, pensando ad alcuni soprannomi che avevo da piccolo. Mi piaceva ci fosse e si sentisse questa “Gi”, in fin dei conti, come mi dicono, “tu sei GI”.

Tornando al disco, 11 tracce che rappresentano un viaggio, dall’Europa all’America Latina e successivo ritorno al luogo d’origine. Un viaggio che hai fatto quando?

A novembre 2017 sono atterrato a Lima. Da lì in poi è stato tutto un rimanere a bocca aperta. Perù, Bolivia, Amazzonia tra Ecuador, Colombia e Brasile. È stato un viaggio che mi ha segnato per tanti motivi, molti dei quali sono nel disco.

Quando hai scritto i brani? Ascoltandoli, mi immagino tu all’ombra di una palma con carta, penna e chitarra acustica, quanto ci sono andato vicino?

Beh, devo dire che i brani nascono in periodi anche diversi. Alcuni sono stati scritti in Andalusia, altri in Italia. Altri ancora in piena Amazzonia col mio charango “Ronquillo”. Per quanto riguarda quest’ultimi, mi trovavo nella regione Ucayali nei pressi del Rio, a volte mi dondolavo sull’amaca (letti non ne avevamo), se ci ripenso mi emoziono ancora.

C’è spazio anche per un canto di bambini, “Voces”, dove sono state registrate quelle voci?

Mi fa piacere che tu me lo chieda, perché mi dai la possibilità di spiegare questa cosa. Voces è un brano brevissimo, quasi un frammento tra gli altri due che lo precedono e lo seguono, però li siamo in Amazzonia. Essendo un disco legato al viaggio per me era molto importante rendere l’intensità di un momento vissuto. Le voci sono dei bambini Shipibo Conibo (ci sono Satià, Roger, Vagner, Maria, Estella, ed altri) e sono state estratte da un video che ho fatto con il telefono per ricordo. Non ho toccato le loro voci, non sono state messe a tempo e neppure intonate, quello che ho fatto è aver provato ad aggiungere note, cercandole.

Io, quando ho ascoltato il tuo disco la prima volta, oltre ad apprezzare ogni singolo brano, ho provato un’enorme sensazione di leggerezza e pace, l’uscita di “Come l’uomo della Luna” è il tuo modo di donare spensieratezza in questo periodo difficile per tutti?

Anzitutto è un modo mio per dire, come canto anche nell’ultimo brano, che il Mondo è bellissimo e vale la pena viverlo e di questo te ne accorgi soprattutto dopo un viaggio fuori dalla tua “comfort zone”. Quindi, è anzitutto un disco che ha beneficiato di questa euforia delle “cose belle del Mondo”. Al contempo il disco racconta o rappresenta tante emozioni, a volte condizioni di vita, anche difficili. In effetti, questo, è un disco che ha una sua colonna vertebrale, sta lì dritto e quello che lui racconta altri dischi lo gridano.

Parlami un po’ del video del singolo “Sulle mie tracce”, di chi è stata l’idea e da chi è stato girato?

In realtà dovevamo girarne un altro, tutt’altro brano e location. Purtroppo, con l’emergenza di questi ultimi tempi, non è stato possibile. Questo però era uno dei brani scelti per promuovere il disco e in ogni caso gli avremmo dedicato un video. Quindi diciamo che l’idea è nata perché ci è venuta incontro. In qualche modo questo brano ci ha sostenuto in un momento di scelte. Ovviamente, il concept è stato ragionato con il regista Andrea Casella (Studio Capta) che saluto, lui ha saputo interpretare e rispettare molti miei salti nel buio. Volevo fosse un video che rendesse l’idea del sogno e del racconto. Così, il bambino, che è il vero protagonista, e la danzatrice (che rappresenta il sogno), accompagnano il brano in modo molto delicato. Credo sia un lavoro sincero che, peraltro, vede la presenza di Fabrizio Bosso. È stato girato in un’atmosfera di amicizia e buonumore condiviso. Per me è un bel ricordo.

Nei tuoi brani non mancano personaggi molto influenti del mondo del jazz, come Fabrizio Bosso, che hai già citato, e Javier Girotto, come sei arrivato a collaborare con loro?

Beh, ci ho pensato un po’ alle collaborazioni, alcune sono venute istintive e altre riflettute su come e se possibili. Devo dire che conosco molti musicisti, molti dei quali in stretto contatto anche con Bosso e Girotto, che mi hanno aiutato a raccontare il mio progetto che, poi, è stato supportato in pieno da tutti gli artisti coinvolti e anche da loro. Poi si è sviluppato anche un legame d’amicizia, ma questa è un’altra storia.

C’è anche un brano in spagnolo, “Adentro”, di chi è la voce femminile che canta con te?

“Adentro” nasce a Granada. La voce è di mia sorella Valentina. Era un capodanno e mia sorella abitava stabilmente, già da un po’, in una zona chiamata Albayzin, vicino al Sacromonte. Dopo aver cenato, ci siamo ritrovati a suonare in una delle tante piazzette con vista sull’Alhambra. Le parole corrono e siamo soli io e lei. Era una notte fredda e aveva anche nevicato. Ad un certo punto sentiamo del mormorio alle spalle con diverse persone che si erano fermate ad ascoltare. Adentro nasce così, per caso e per strada, tra le persone.

Parlami un po’ dei tuoi ascolti e degli artisti che più ti hanno influenzato in questi anni.

Beh, come mi è già capitato di dire, ho ascolti eterogenei e tutti dipendenti dagli stati d’animo. Da Johnny Cash a progetti incredibili come i The Travelling Wilburys, da Bob Marley ai Rolling Stones, dai Modena City Ramblers ai Flor de mal, non tutti “mainstream” ma, sempre, mi devono portare da qualche parte. Potrei continuare a citarne altri, all’infinito, da Eric Clapton ai Cream e ai Rem, dai Grant Lee Buffalo a John Mellencamp, vabbè, insomma, sono veramente tanti e non potrei mai citarli tutti. Per fortuna c’è tanta musica.

Sei soddisfatto di come sono andate le cose per te fin qui nel mondo della musica o hai qualche sogno nel cassetto?

Sono contento. A livello umano la musica mi ha dato e continua a darmi. Sotto il profilo progettuale ho ancora tanti propositi, alcuni sembrano impossibili. Però la musica stupisce sempre. Chissà.

Domanda d’obbligo, la musica dal vivo purtroppo è ferma, quali progetti hai per i prossimi tempi?

Sto pensando alla presentazione live del disco. Una presentazione full band, vedremo. Poi ho già diverse proposte per live anche “en solo”, vedremo se riusciremo in questo. C’è comunque la disponibilità ad assecondare la musica live.

Grazie mille per il tuo tempo, vuoi aggiungere qualcosa per chiudere questa intervista?

Sì. Anzitutto, vi ringrazio per avermi dato la possibilità di spiegare alcuni aspetti del mio progetto. Vorrei solo aggiungere, salutando chi ci legge, che se vorranno avvicinarsi al disco sarebbe bello che prestassero attenzione ai titoli e ai brani in sequenza. È un suggerimento, più che altro. Valga non solo per queste canzoni che appartengono ad un concept album ma per tutta la musica: accendetela e lasciatela andare, se con i suoi tempi è anche meglio.

Un abbraccio.

MARCO PRITONI