GIANLUCA MOROZZI – Intervista allo scrittore bolognese

In occasione dei 25 anni dall’uscita del suo primo romanzo, “Despero”, disponibile in libreria e nei principali store digitali in una nuova edizione speciale e definitiva pubblicata da Fernandel Editore, ho avuto il piacere di intervistare Gianluca Morozzi, scrittore bolognese classe 1971.

Tra le sue uscite: Blackout, (dal quale è stato tratto il film omonimo), L’era del porco, Cicatrici (finalista al premio Scerbanenco), Lo specchio nero, tutti editi da Guanda, Gli annientatori, Dracula ed io (TEA) Il libraio innamorato (Fernandel), Che fine ha fatto la Neve? (TEA), A Bologna con Andrea Pazienza (Perrone), Nel dubbio, scrivi (Mondadori).

Ciao e benvenuto su Tuttorock, sono passati 25 anni dall’uscita del tuo primo romanzo “Despero”, come mai hai deciso di integrarlo con una prefazione e un’appendice finale?

Ciao! Tutto è nato da uno scambio di idee con Giorgio Pozzi di Fernandel (l’editore con cui venticinque anni fa avevo esordito) sul modo migliore per festeggiare queste nozze d’argento letterarie. Tra una proposta e l’altra si è arrivati a questa riedizione, in cui ho suggerito una copertina in stile Freewheelin’ di Bob Dylan che Stefano Bonazzi ha perfettamente realizzato. L’idea della prefazione in cui raccontare la genesi di questo romanzo e qualche aneddoto. L’appendice in cui raccontare dove sono apparsi i personaggi di Despero nei miei successivi romanzi è stata invece una mia idea.

Il protagonista di “Despero” è Kabra, giovane chitarrista che arriva inaspettatamente al successo con un brano nato per ridicolizzare lo star system, in questi anni in cui sei stato coinvolto nella musica anche come conduttore radiofonico, hai visto qualche Kabra nella realtà?

L’idea nasce da tutte quelle volte in cui ho visto un artista o una band che a un certo punto della carriera pubblicavano un singolo un po’ più radiofonico, diciamo, un po’ più di facile presa (mi viene in mente Bryan Adams e il suo pezzo per il film di Robin Hood, o gli Extreme con More than words), e di colpo il pubblico si moltiplicava e si modificava.

Per molti versi, comunque, ho pensato a Kabra come a una specie di Federico Fiumani, però bolognese, cresciuto con gli Skiantos e poi folgorato dai Pixies.

C’è stato un momento particolare in cui hai capito che la passione per la scrittura si sarebbe per te trasformata in una professione?

Quando mia madre, piuttosto esasperata dal mio status di studente dieci anni fuoricorso, ha smesso di dire “studia anziché scrivere!” e, visto quel che stavo guadagnando col mio romanzo Blackout, tra anticipi, traduzioni, cessione diritti cinematografici, è passata a “scrivi, scrivi pure, fai con calma, la laurea può aspettare”. (spoiler: non è mai arrivata)

Com’è cambiato il tuo approccio alla scrittura da allora ad oggi?

Beh, Despero, da buon esordio, è molto inconsapevole, ignorante in senso buono, quasi punk. Non sapevo bene cosa stavo facendo, ma volevo farlo e basta. E se c’era qualche nozione tecnica, qualche informazione che non conoscevo, non avendo mai suonato in una band del livello dei Despero, chi se ne importava: non erano ancora i tempi di Google.

Adesso un po’ di tecnica l’ho sviluppata, i trucchi per aggirare un ostacolo di trama li conosco, sono meno derivativo. Ma essendo passati nel mezzo venticinque anni e quarantacinque libri pubblicati, credo che sia normale.

Quali sono i dieci dischi dai quali non ti separeresti mai?

Tommy – The Who

Born to run – Bruce Springsteen

Blood on the Tracks – Bob Dylan

The Velvet Underground & Nico – Velvet Underground

Hai paura del buio? – Afterhours

Boxe – Diaframma

Fuori dal controllo – Gang

Non al denaro non all’amore né al cielo – Fabrizio De André

Ten – Pearl Jam

Kinotto – Skiantos

Quali sono invece i dieci libri dai quali non ti separeresti mai?

Un amore – Dino Buzzati

La versione di Barney – Mordecai Richler

La maledizione di Hill House – Shirley Jackson

La lunga marcia – Stephen King

Il grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

La strada per Los Angeles – John Fante

A volte ritorno – John Niven

Rosso Floyd – Michele Mari

Dieci piccoli indiani – Agatha Christie

Arrivederci amore, ciao – Massimo Carlotto

Qual è per te il più grande pregio e il più grande difetto della tua città, Bologna?

Il grande pregio è che ci sono sempre tantissimi eventi culturali. Il difetto è che sono spesso in contemporanea, e non ho il dono dell’ubiquità.

(Una volta avrei citato l’inverno rigido, come difetto, ma per fortuna di noi freddofobi non si vede più la neve dal 2012)

Stai lavorando a qualche nuovo romanzo?

Ho terminato un horror noir bolognese che al momento si intitola Il mietitore, poi magari al momento dell’uscita si intitolerà in qualche altro modo. Ma tutte le volte che lascio il titolo di lavorazione pensando “poi avrò tempo di trovarne uno migliore” dopo il titolo rimane quello (Blackout, Radiomorte, L’abisso…)

Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.

Love’n’roll!

MARCO PRITON

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Foto: Alberto Petrelli