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FATTORE RURALE – Intervista alla band emiliana

FATTORE RURALE – Intervista alla band emiliana

In occasione dell’uscita del nuovo album “Emilia Cowboy”, ho avuto il piacere di intervistare Marco Costa, songwriter, voce, chitarra acustica e grancassa dei Fattore Rurale, band piacentina attiva dal 2016 che propone un punto di incontro tra il country/blues americano e la verità distorta delle campagne piacentine.

Ciao e benvenuto su Tuttorock. “Emilia Cowboy” è il vostro nuovo album: che riscontri state avendo, sia a livello di ascolti che di critica?

Ciao e grazie a te per averci invitato e per questa domanda. Guarda, sinceramente non ne ho la più pallida idea; me lo hanno chiesto in tanti, ma davvero non lo so. Non abbiamo mai guardato gli ascolti: se riusciamo ad “attraversare” le persone, noi siamo già contenti. Per quanto riguarda la critica, ci sono anime che ci hanno scritto ringraziandoci per il disco che abbiamo fatto e non c’è gioia più grande; così come ci sono state persone a cui non è piaciuto o che si aspettavano altro da noi, ma tutto è argomento di discussione e uno stimolo per le canzoni future. Gli ascolti li lasciamo all’industria musicale.

Dal vivo come sono stati accolti i nuovi brani?

Dal vivo li abbiamo suonati in formazione completa, mantenendo in alcuni l’intenzione originale, mentre in altri stravolgendoli. Sui nostri profili ci sono i video della presentazione al Bastione, la nostra “tana”: eravamo un unico universo con chi era sotto al palco. È stato emotivamente devastante.

Potremmo considerare questo album come un concept sull’esistenza umana?

Ma io la voglio fare dal vivo la prossima intervista! Sì, è così, e sono contento che tu l’abbia colto.

Ho apprezzato l’album dall’inizio alla fine ma, se dovessi scegliere un brano in particolare, ti direi “Rispetta il dolore”. Ti chiedo quindi com’è avvenuta la sua genesi.

“Rispetta il dolore” è il percorso fatto da una persona che accetta di sbagliare, ma soprattutto accetta il fatto che potrebbe farlo ancora e ancora. Ho ripercorso i lunghi viaggi a vuoto tra la nebbia e il silenzio delle nostre pianure, dove rivedevo i miei sbagli e capivo di essere solo una formica in confronto alla vastità dell’universo. Ho voluto fotografare ogni attimo di consapevolezza, quando capisci che ogni passo è fatto per crescere interiormente accettando la natura dell’essere umano: un essere imperfetto ma in continua mutazione. Perché capire chi sei ti fa anche cambiare un po’. Non si parla di “meglio” o “peggio”, ma semplicemente di un cambiamento volto ad empatizzare con ogni turbamento.

Le pianure emiliane: che rapporto avete con la vostra terra?

La provincia è come il vecchio West: nessuno può scegliere, è la vita che sceglie per te. I più fortunati si salvano e i più sfortunati diventano polvere. Questo rapporto con la terra ti permette di dare il giusto peso e valore ad ogni singolo evento, capendo che la vita è preziosa e degna di essere vissuta al massimo. Io personalmente amo la mia terra con tutta la rabbia e l’amore del mondo.

Quando e come nasce il progetto “Fattore Rurale”?

Starei ore a scrivere perché questa domanda mi apre tante porte ormai chiuse da tempo; cerco di essere, a malincuore, il più stringato possibile. Eravamo vittime della vita, dei nostri vizi e delle decisioni prese dai nostri genitori; trovavamo il nostro posto solo annebbiandoci la mente. Eravamo giovani, credo fosse il 2016, ma non ne sono sicuro. Volevamo scendere dalla giostra e quindi ci siamo detti: “Stacchiamo il cervello solo quando suoniamo”.

La conseguenza è stata che abbiamo imparato a suonare. Ricordo ancora il giorno in cui ho deciso di dire basta alle immagini distorte: in quel momento è nato il Fattore Rurale.

Johnny Cash, Robben Ford, Bruce Springsteen, e poi Nomadi, Guccini, Vasco Rossi sono tra i vostri principali ascolti. C’è qualche artista emerso negli ultimi anni che ammiri?

Ce ne sono tanti, molti dei quali purtroppo non vengono calcolati da nessuno. Tra i più rilevanti, secondo me, ci sono i Kokadame, My Bicycle Keys, Lovin’ Mushroom, Claudio Battaglia, Leaving Venice e Locksover.

Dei concerti che avete fatto ce n’è uno che ricordi particolarmente?

Sì, quello al Tambourine in apertura a Zamboni. Lì siamo saliti sul palco in un religioso silenzio e, parlandone alla fine del concerto con Vin, il chitarrista, abbiamo avuto la stessa sensazione: le persone aspettavano, volevano sentire quello che avremmo suonato. È stato difficile, ma è un concerto che ricorderemo per sempre.

Quali sono i vostri prossimi progetti musicali?

Fare quello che ci sentiamo. Non abbiamo problemi a scrivere e suonare finché questo ci darà qualcosa, così come non avremmo problemi a distruggere il Fattore Rurale.

Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.

Marco, io ti ringrazio davvero per questa intervista, mi hai fatto guardare dentro ancora una volta e ora mi conosco un po’ di più. Uso questo spazio per dire che l’arte sta diventando sempre di più un business, un modo per colmare vuoti personali e per esaltare all’ennesima potenza l’ego. Se è così non c’è più speranza, e sarà come un meteorite che piano piano arriva a schiantarsi sulla terra. Vi lascio con una riflessione: vogliamo che l’arte sia questo o che sia rivoluzione?

MARCO PRITONI

Marco Costa (testi e musica, produzione artistica, voce, chitarra acustica, grancassa), Riccardo Polledri (arrangiamenti, chitarra elettrica), Gianluca Ferrari (arrangiamenti, testi), Giovanni Sala (registrazioni presso Cantine di Badia Studio, mix e master, pianoforte), James Prosser (collaborazione in fase di registrazione), Edoardo Cilia (grafiche copertine album), Paolo Veneziani (foto copertina).

 

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